BIONDA SARDEGNA: 1912 – 2012, I CENTO ANNI DELLA BIRRA ICHNUSA


di Massimo Carta

Della birra più diffusa in Sardegna resta ormai solo il nome: Ichnusa. Essa, nel tempo è diventata l’emblema della bevanda più consumata dai Sardi, i quali vi sono rimasti fortemente legati, anche se negli ultimi anni, con la presenza nei locali pubblici di una più vasta scelta, altre birre nazionali e straniere hanno di fatto ridimensionato il consumo della “bionda Sardegna”. Tuttavia, volgendo lo sguardo in dietro, ci si accorge che Ichnusa, in questo 2012 compie cento anni di vita. Sarebbe stato Amsicora Capra a fondare nel 1912 il primo stabilimento della “Birreria Ichnusa” che tuttavia mantenne una contenuta dimensione industriale, anche perché la famiglia Capra fin da metà del 19° secolo, si era maggiormente dedicata alle produzioni e vendite di vini derivati da uve del Campidano cagliaritano. Altri storici affermano che la “Birreria Ichnusa” venne fondata, sempre nel 1912, da Giovanni Giorgetti. Di certo c’è che dopo un anno la “Birreria Ichnusa” divenne di proprietà della Vinalcool, una grossa società promossa da Amsicora Capra e di cui ormai facevano parte: Clavot & Rizzi, che a Pirri possedevano una cantina con produzione di vini da dessert, vermouth e liquori; Sebastiano Boi, di Selargius e con una cantina di 25.000 hl. di capacità con produzione di vini da taglio e distilleria per alcool; i fratelli Carlo, Emilio e Silvio Pani di Pirri, con l’omonima cantina di 15.000 hl. e produzione di vini da taglio e distilleria per alcool; Leonardi & Napoleone di Pirri, con la cantina di 10.000 hl. per produzione di vini da taglio e distilleria per alcool, vermouth e liquori; Nicolino Melis, anch’egli di Pirri il quale possedeva una cantina di 12.000 hl. con produzione di vini da taglio e distilleria per alcool; Enrico Rocca di Pirri, titolare di una cantina di 15.000 hl. con produzione di vini da taglio e distilleria per alcool; Stefano Rocca di Pirri con cantina di 25.000 hl. e produzione di vini da taglio e distilleria per alcool. Con questa composizione, la società divenne una potenza: disponeva di alcune cantine, con una capacità complessiva di oltre 140.000 hl. e di una grossa distilleria che permisero di consolidare la sua presenza nel mercato sardo e in Continente dove vennero aperti anche alcuni depositi (Roma, Barletta e Palermo). Per quanto affermata, la birra Ichnusa rimase sempre nelle dimensioni regionali, divenendo la bevanda estiva per eccellenza dei Sardi. Solo dopo la seconda guerra mondiale, quando il mercato dette maggiore impulso alle birre nazionali, promossa anche dalla pubblicità radiofonica e dei giornali, anche l’Ichnusa conobbe un vero e proprio impulso produttivo, derivato dal crescente consumo, in ciò favorita dall’impossibilità dì importare birre nazionali, salvo qualche rara partita. Furono quelli gli anni che conobbero grande impulso produttivo, fino a quando nel 1963 venne deciso di realizzare un nuovo impianto nel territorio di Assemini e che entrò in produzione nel 1967. La modernizzazione degli impianti, si completò, primi in Italia, con l’installazione di serbatoi di fermentazione verticali cilindro-conici. Le produzioni iniziarono con la prima “cotta” di birra. Le continue innovazioni nell’attività di cottura e confezionamento portarono a raggiungere 400 mila ettolitri annui di produzione. La tradizione ormai consolidata e le posizioni raggiunte sul mercato portarono, nel 1986 l’Heineken Italia, uno dei colossi europei della birra, ad acquistare l’Ichnusa. Nel 1993 tutti i settori vennero ulteriormente potenziati e così aumentò anche la produzione. Dal 2008 lo stabilimento di Assemini produce quasi tutti tipi di birra del gruppo Heineken: Moretti, Dreher, Ichnusa, Messina, Sans Souci, Spirtu, Von Wunster, Fischer. Ma al di là dei risultati conseguiti dal gruppo Heineken, la birra Ichnusa, con il suo secolo di vita, resta in posizioni di primato nei consumi della Sardegna. Essa, classificata del tipo lager e di gradazione alcolica di 4,7% con aroma di luppolo, continua a godere del gradimento dei Sardi perché ha saputo mantenere il carattere forte e il gusto amarognolo che ne fanno il valore aggiunto laddove l’Ichnusa, soprattutto all’estero, comincia a trovare sbocco commerciale.

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