"I FIORI DELLA LIBERTA'" DI BRUNA MURGIA: I TESTIMONI DEL PASSATO SONO SEMPRE DI MENO, ADESSO SIAMO NOI CHE DOBBIAMO RACCOGLIERE IL TESTIMONE E FARE IN MODO CHE LE LORO STORIE, CHE SONO LE NOSTRE STORIE, NON VENGANO DIMENTICATE


degli allievi della classe 5 BL – Maturandi A. S. 2011 – 2012, giugno 2012 – Lanzo (TO)

Gli studenti portano nell’area di progetto e discussione alla maturità: “I fiori della libertà” di Bruna Murgia, Ed. Giuntina – Firenze e ne scrivono una breve recensione per il giornale dell’Istituto.

Un giorno ci si sveglia e non è più come prima. Quel giorno sei costretto ad abbandonare la tua città; alle spalle ti lasci la scuola, il lavoro, gli amici, le abitudini, la vita. Molte sono le domande che “frullano” nella testa di Federico, un bambino di appena undici anni, che non sa esattamente cosa gli stia capitando, e non sa neanche se potrà mai ritornare a divertirsi con i suoi amici tra i banchi di scuola. Insieme a lui in questa fuga ci sono i suoi genitori, Angela e Umberto, suo fratello gemello Giovanni e il fratello maggiore Sergio: fuggono da un Paese che non può più accoglierli soltanto perché sono ebrei.

La vicenda narrata risale al periodo della Seconda Guerra Mondiale: anni di guerra, di odi e di violenza, ma soprattutto di persecuzioni razziali. È proprio in seguito all’emanazione delle leggi razziali che i Montalcini, una famiglia ebrea della buona borghesia piemontese, si ritrovano costretti ad abbandonare Torino e a fuggire dall’Italia. Dopo un anno e mezzo trascorso in Belgio nella condizione di rifugiati, Angela e Umberto insieme ai loro tre figli, non sentendosi più al sicuro a Bruxelles rientrano a Torino. Da qui riescono ad oltrepassare il confine svizzero nei pressi di Viggiù e vengono condotti prima in un campo per Rifugiati Civili presso Lugano, poi nel campo di quarantena di Belmont, in attesa che la domanda di liberazione venga accolta. Umberto, il capofamiglia,viene separato dalla moglie e dai suoi figli ed ha inizio per la famiglia Moltalcini un periodo fatto di difficoltà e sofferenza: le difficili condizioni di vita, i rigidi regolamenti, le mille misure di precauzione e controllo, ma soprattutto l’impossibilità di avere notizie dei propri cari in Italia e quel continuo senso di dubbio e incertezza per un futuro che sembra tutto in salita.

Quelli del periodo 1944-1945 sono lunghi mesi trascorsi in un equilibrio precario in attesa che giunga finalmente il momento tanto desiderato della liberazione dell’Italia dalla morsa dell’occupazione tedesca. Ma la tenacia e la forza di volontà della famiglia vengono ricompensate quando i Montalcini si vedono riconosciuta l’ambita condizione di “liberi”, pur con forti vincoli economici ottengono una sistemazione autonoma nella località di Chateux d’Oeux, sopra Losanna. Quale sarà il futuro della famiglia di Federico, o per meglio dire Franco, il vero nome del protagonista? Riusciranno a tornare a Torino? Come ci si sente a tornare nel Paese nel quale fino a pochi mesi prima si era considerati “diversi”? Come percepiscono gli occhi di un bambino, nella sua più tenera età, le atrocità della guerra?

Il libro spinge a riflettere sul valore della famiglia, quando questa diventa l’unica cosa sulla quale si può fare affidamento.

Grande il senso di estraneità che scaturisce in un Paese straniero in un momento di guerra. Particolarmente significative sono le lettere che i genitori di Franco si scambiavano. Infatti, in queste si può ritrovare non solo il sentimento di timore e di angoscia, ma anche l’enorme senso di responsabilità che sperimentavano i due genitori nel tentativo di voler tutelare e proteggere la loro famiglia. Il tema della deportazione non è trattato in modo convenzionale; infatti, il romanzo scritto da Bruna Murgia suole sottolineare come la persecuzione razziale si sia mostrata con modalità diverse; i campi di concentramento, l’esilio, i campi di lavoro, l’espatrio, ma con una componente in comune: la sottrazione della libertà. Uno stile semplice e chiaro, una narrazione fluida e limpida in ogni passaggio caratterizzano il romanzo, nato dalla “volontà di dare ai ricordi di un bambino l’interpretazione di un adulto”; con la speranza che ogni lettore possa arrivare a comprendere l’importanza della libertà e la necessità di reagire all’ingiustizia; nella consapevolezza che a restare in silenzio si diventa colpevoli. Una testimonianza viva che nasce delle differenze e da un passato tragico, con l’obiettivo di raccontare e ricordare per poter costruire un mondo migliore.

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