LE ILLUSIONI DEI NUOVI MIGRANTI PROIETTATI SEMPRE DI PIU' VERSO ALTRI CONTINENTI: SERVE UNA LEZIONE DI UMILTA'

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di Alberto Mario DeLogu

Sono sempre più numerosi e sempre più impauriti. Alcuni sono diplomati, altri laureati, altri specializzati, maestrizzati o dottorati. Alcuni sono freschi freschi d’università, altri esercitano mestieri e professioni da svariati anni. Non solo “cervelli”: ci sono anche braccia, mani, spalle o semplici teste pensanti: camerieri, medici, cuochi, architetti, geometri, insegnanti e artisti. In genere affaticati e disillusi, bruciano però ancora un’ultima riserva di fiducia e speranza. Hanno sentito dire che esistono degli altrove migliori e vi hanno puntato la prua, o almeno l’ago della bussola.

Nell’era di internet, per orientarsi ricorrono al più antico dei metodi: il contatto diretto col simile, la solidarietà etnica e di terra madre. Ed è perciò che il loro viaggio spesso comincia con una lettera alle associazioni dei sardi all’estero.

Il numero di lettere di aspiranti migranti provenienti dalla Sardegna, negli ultimi due anni, è cresciuto vertiginosamente. Con l’Europa in piena crisi economica, aumentano le richieste per il Nordamerica, il Nord Europa e l’Australia. Per il solo Canada ormai si è superata la soglia del centinaio di lettere all’anno, più o meno due alla settimana. 

I toni sono ancora quelli deferenti del “se posso permettermi”, i Lei maiuscoli, i saluti distinti, le richieste d’informazioni ancora elementari, quesiti facili facili che un pomeriggio su internet basterebbe a risolvere. Certo, servirebbe l’inglese, e non quello scolastico da terza superiore. (Dal Paese che ha inventato il baby parking e il no tax day, e che non prende più un aperitivo nel dopolavoro ma un drink nell’happy hour, è lecito attendersi di più.)

La sensazione è quella di avere di fronte ottimi ragazzi, intelligenti e coraggiosi, già intristiti e storditi da una società gerontocratica e codina, che nel rivolgersi al conterraneo all’estero replicano la stessa apprensiva cerimonialità cui sono stati addestrati in patria.

Prima lezione: qui il motto è “it’s not who you know, but what you know”: non vale chi conosci, ma che cosa sai fare. Le regole d’ingresso sono ferree, chiare per tutti e senza sconti. Non c’è santo in ministero che tenga, e la deportazione è sempre dietro l’angolo. Ebbene sì, anche se siamo italiani. Qui, parafrasando Gian Antonio Stella, gli albanesi siamo noi.

Col tempo anche le risposte alle lettere diventano standard: ecco qui i siti internet del ministero dell’immigrazione; non affidatevi a consulenti senza scrupoli; inutile cercare lavoro prima di avere la residenza; inutile cercare lavoro col visto turistico; questo non è un paese in cui “fare un’esperienza” ma è una scelta di vita permanente; qui si ricomincia da zero, e anche qui il mercato erge barriere in difesa della professionalità locale.

Quest’ultima è un’antifona che a pochi piace sentire. Un medico sardo aspirante emigrante, “stimato professionista”, tiene a precisare, s’indigna alla notizia che per esercitare in Canada sia necessario riprendere gli studi, riconvertire il corso di laurea, integrare gli esami mancanti, insomma rimettersi a studiare. “Non devo dimostrare quanto valgo a quattro medici canadesi!”, s’indispettisce l’aspirante cervello in fuga.

Ed è un vero peccato. Perché dimostrare quanto si vale è il pane quotidiano dell’emigrato, e perché il morire in un luogo per resuscitare in un altro, senza famiglia né storia né diritti di culla, è l’essenza stessa dell’esperienza migratoria. Che porta con sé l’esperienza dell’umiltà, quella bistrattata virtù che milioni d’italiani espatriati nell’ultimo secolo hanno esercitato e milioni d’altri che entrano in Italia esercitano giornalmente.

Annebbiati dalla retorica dei “cervelli in fuga”, dei “manager con la valigia”, dei “sardi di successo” e dalle variopinte mitopoiesi giornalistiche, non di rado sinistramente etnocentriche, molti giovani sardi cedono all’illusione che l’espatrio possa spianare d’incanto i dossi della vita e liberarli dalla fatica della lotta.

Sarà lotta pari e non impari; equa e non iniqua; a viso aperto e non sottobanco né sottotraccia. Ma sempre di lotta si tratterà. Nella solitudine dei numeri ultimi, in un mondo che non ci conosce, senza il calore di una famiglia, di un gruppo di amici, di un luogo noto. Varrà la pena pensarci bene e a lungo, prima di mettere il dito sul mappamondo. E nel farlo, rivolgere un pensiero solidale all’immigrato che ci abita accanto.

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