GLI INTELLETTUALI SCRIVANO MANIFESTI CULTURALI: LE REGOLE LASCIATELE A NOI, GENTE DI STRADA

l'autrice dell'articolo

di Claudia Sarritzu

 

Sono sempre stata una ragazza da: o tutto o niente. A 26 anni invece si inizia a vivere nelle sfumatura, ad accettare le vie di mezzo. Forse si inizia a imparare la saggezza, o forse sono i tempi che viviamo a obbligarci a crescere più in fretta, a diventare più anziani nelle emozioni. C’è chi scrive, sentenzia, giudica, condanna e assolve tutti i giorni. Beati loro, invidio questa energia, quella che devo aver perso per strada, io sono diventata lenta, più cauta nelle gioie e nei dolori. Magari semplicemente non ho più il fisico per arrabbiarmi troppo con il mondo. Sto diventando una che osserva, ascolta, alcune volte rimugina, ma sempre più spesso tace. Alcuni mi hanno chiesto perché non ho scritto nulla sul maxi referendum da 10 quesiti. Non avevo tanto da dire, c’erano cose che non condividevo, come l’annullamento dei Cda perché significa annullare la democrazia e dare il potere di gestione a uno solo.  Ma soprattutto, in quelle settimane, mi sono chiesta se tagliare le province non fosse in fin dei conti una sconfitta per noi, per il federalismo interno alla nostra isola, un modo populista per accentrare nuovamente i poteri in mano alla Regione. Il fatto è che la gente è stanca, degli sprechi. E hanno ragione, punto. Non ci si può più nascondere, la colpa è dei politici se questi hanno fatto credere a troppi che amministrare la cosa pubblica sia uno “spreco”, ecco sono colpevoli di aver “sprecato un occasione”, quella di dimostraci che lavoravano per noi. Non ho parlato perché non devo spiegare io alla gente cosa votare. Perché sono cresciuta in un ambiente ateo in cui la democrazia era SANTA. Ecco perché, finché la maggioranza non tenta di annullare i diritti di una minoranza non mi vedrete mai dire o scrivere a nessuno cosa deve fare: votare o non, o addirittura votare cosa. A 26 anni ti puoi permettere il lusso di farti gli affari tuoi e di lasciare in pace gli altri. Dovremmo imparare a sbagliare da soli e a far crescere dentro di noi la nostra parte più intelligente, più critica. Forse Facebook ha il difetto di farci vivere solo esclusivamente la proiezione di noi verso l’esterno. Beh io ho scelto di vivere anche la parte di me con me, quella che pensa per i fatti suoi. Non è vigliaccheria, è senso di responsabilità. Di certo so bene che Sardegna vorrei. Non voglio un’isola in cui a scrivere lo Statuto siano gli intellettuali. Si accontentino di scrivere manifesti culturali, di sfornare qualche libro in più, ma le regole, i principi, lasciateli a noi, gente di strada, precari, poveracci, lasciate che siano i cassintegrati a partecipare, i ricercatori che vivono con borse di studio dentro alloggi senza contratto, che siano gli studenti, le donne, gli anziani rimasti soli in paesi di 300 abitanti. Non li voglio gli scrittori o gli ospiti opinionisti ai programmi televisivi, a elaborare un documento che deve essere di tutti anche di chi sceglie di non essere brillante, laureato o coltissimo. Lasciate che siano quelli che restano tutti i giorni qui, a toccare la terra, a prendersi il maestrale in faccia, lasciate che siano a farlo quelli che sono tornati, per sempre, per respirare di nuovo l’aria buona, quella delle nostre coste o delle nostre montagne,  e anche quella più brutta delle basi militari. Dovremmo smettere di demandare il potere, le scelte, agli altri perché hanno vinto un premio letterario o perché in Continente sono conosciuti, il governo tecnico non deve indebolire di più le nostre idee, la nostra voglia di autodeterminarci, dovrebbe essere una pausa per riflettere. Un’occasione per diventare migliori di come siamo stati in questi vent’anni. Gli attentati ai piccoli amministratori stanno tornando, ma soprattutto sta tornando l’omertà, quella brutta cosa che fa credere a chi sa, che non è compito suo denunciare o allontanare i colpevoli. E non c’entra la paura delle ritorsioni, badate bene, c’entra che c’è ancora chi crede, soprattutto oggi in cui la parola speranza non esiste più, che la giustizia hai il diritto di fartela da solo. E allora i criminali diventano 10, 30, 200, un intero paese, tutti quelli che pensano: “se l’è cercata, ben fatto”. Questa Sardegna non mi piace, non voglio tornare agli anni “80 e “90. Alcuni giovani, i peggiori in Europa, si stanno riprendendo il vizio di sparare per strada, a quelli che loro considerano i simboli del mondo finanziario che ha distrutto il futuro di chi è nato negli anni 80. Gambizzano, i nome di una rabbia insensata, i Dirigenti, coloro che vengono indicati come i responsabili della crisi mondiale. E se invece che l’esercito ci accordassimo per una Borsa regolamentata, per un capitalismo più buono e partecipativo? Se gli stati facessero loro per primi, questa grandiosa rivoluzione, che ci serve per ripartire, allora questo dolore diverrebbe un mondo migliore. È una questione di scelte e soprattutto di uso della Storia. Scegliamo di darle una funzione sociale, di non ridurla a una sterile materia scolastica, la storia ci serve per non rifare gli stessi errori.

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