UN PASSO PER L'INTEGRAZIONE: CORSI D'ITALIANO E DI FORMAZIONE PROFESSIONALE PER EXTRACOMUNITARI IN SARDEGNA


di Massimo Lavena

È entrato nella fase attuativa il bando della Regione Sardegna per corsi di lingua italiana e formazione professionale rivolti a extracomunitari nell’Isola. Il progetto prevede corsi di 70 ore su 4 livelli a seconda del grado di conoscenza dell’italiano. Le scuole, che rilasceranno un attestato, hanno sedi a Cagliari, Oristano, Sassari, Nuoro, Siniscola, Tempio, Olbia, Carbonia, San Gavino, Tortolì, consentendo una copertura completa del territorio. I corsi sono destinati a lavoratori di recente ingresso, per la prima volta, nel territorio nazionale e ad adulti che abbiano già frequentato corsi d’italiano, ma non abbiano ancora conseguito la certificazione di competenza o che chiedano una certificazione superiore. I corsisti dovranno essere maggiorenni e cittadini di un Paese extracomunitario; possedere il regolare permesso di soggiorno in Italia consentito fino al 1° giugno 2012; essere residenti o domiciliati in Sardegna e, come preferenza nella selezione, godere dello status di rifugiato politico. Educare alla cittadinanza. “Il bando – dice Stefania Russo, presidente della cooperativa sociale Il Sicomoro di Cagliari – è uno strumento indispensabile per la conoscenza della lingua italiana ed è un primo passo per la completa integrazione dell’immigrato che viene in Italia. Purtroppo, però, il bando della Regione prevede solo 20 posti a Cagliari, che sono proprio pochi”. Secondo Russo “il bando è stato pensato per immigrati già presenti da tempo nell’Isola, come i senegalesi, cinesi, pakistani, perché dalla conoscenza della lingua italiana dipende il loro rapportarsi con gli enti pubblici, con l’ufficio immigrazione nel quale difficilmente c’è qualcuno che parli la loro lingua, con le Asl. È importante che i migranti imparino l’italiano: nel primo momento del processo d’inserimento sociale noi li accompagniamo, ma devono diventare capaci di andare da soli dal medico di famiglia”. L’esperta parla anche dell’esperienza della sua cooperativa: “Abbiamo immaginato un progetto di agricoltura sociale che prevede la gestione di un’azienda agricola con migranti del Nord Africa e lavoratori locali: molti di questi ragazzi migranti, con un livello di scolarità bassissimo, possono lavorare la terra, allevare piccoli animali, coltivare ortaggi, con il supporto di persone locali e il tutoraggio degli anziani dei paesi. In questo senso conoscere l’italiano è necessario perché attraverso la lingua s’insegna il modo di essere, comportarsi, relazionarsi. Bisogna anche educare alla cittadinanza: diritti e doveri per noi forse sono scontati, ma per loro no, devono essere spiegati e necessitano della comprensione della lingua italiana”. Scegliere la Sardegna. Per don Francesco Tamponi, direttore dell’Ufficio per i beni culturali della diocesi di Tempio-Ampurias, “il progetto dei corsi d’italiano e della formazione professionale per gli stranieri è legato all’identità sarda e alla volontà che gli stranieri, che arrivano qui, diventino parte integrante di questa terra”. Secondo don Tamponi, infatti, non si può basare l’identità su una razza: “Questa ideologia ha creato mostri, gli ultimi in ordine di tempo sono i campi di concentramento nei Balcani. Noi invece viviamo nelle nostre differenze, ogni borgo, ogni quartiere ha il suo costume, la propria lingua, il proprio pane, i propri modi di fare, eppure conviviamo tutti insieme, nella stessa Isola, pacificamente, da sempre”. Con l’insegnamento dell’italiano “noi potremmo individuare tra i migranti quelli che desiderano essere ‘sardi’ – prosegue don Tamponi – perché il partecipare a questi corsi non è altro che un riconoscersi. Se la Regione Sardegna ha preso questa decisione d’investire nella formazione degli stranieri è perché sta facendo un’operazione di auto-riconoscimento della propria cultura. Chiunque vuole rimanere in questa Isola ne fa proprie le tradizioni, perché non le sente estranee, bensì appartenenti alla propria memoria. Il tipo di formaggio che noi facciamo con il latte di pecora non è differente da quello che si fa in Romania o in Serbia o in Africa. D’altra parte, il fatto che abbia ancora un peso nella nostra economia un’attività come la pastorizia ne è un esempio: i vuoti lasciati in questi mestieri dai nostri pastori vengono parzialmente coperti da altri che arrivano da lontano”.

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