COSI' CINQUANT'ANNI FA' NACQUE LA COSTA SMERALDA, IL CONSORZIO FONDATO DALL'AGA KHAN IL 14 MARZO 1962 A MONTI DI MOLA


di Guido Piga – Nuova Sardegna

Quella mattina, esattamente 50 anni fa, si ritrovarono seduti attorno a un tavolo in un palazzo di corso Umberto, civico 193, a Olbia. Avevano davanti decine di atti di compravendita che in un anno avevano fatto cambiare proprietà a 1800 ettari, e un notaio, Mario Altea di Tempio, chiamato a suggellare la nascita di un consorzio che trasformerà l’Unfarru dei pastori nel paradiso dei turisti, Monti di Mola in Costa Smeralda. «Tutto chiaro?» chiese Altea. «Tutto chiaro» risposero, senza bisogno dell’interprete, Karim Aga Khan, Patrick Guinness, Felix Bigio, Andrè Ardoin, John Duncan Miller e René Podbielski. Per i sei soci fondatori, il meno era fatto. Il cammino verso la costruzione della Costa Smeralda, cominciato tre anni prima con la “scoperta” di Capriccioli, era solo all’inizio, e la sua percorrenza si annunciava tortuosa e anche pericolosa. Come realizzare un investimento in una zona, Monti di Mola, in cui non c’erano strade, acqua, luce elettrica? I soldi non mancavano di certo. Dietro l’Aga Khan e le sue società, sede a Vaduz, c’erano tra le famiglie più ricche d’Europa, dai Rothschild ai Furstenberg. Avevano trovato un’isola così simile ai Caraibi, e così vicina a Londra e Parigi, che potevano permettersi anche di perderci qualcosa. Ma come muoversi? La politica non poteva, e neppure voleva, dare una grande mano. I finanziamenti della Regione, attraverso la Cassa del Mezzogiorno prima, il Piano di Rinascita poi, erano destinati tutti all’industria. Il turismo era un oggetto sconosciuto, su cui nessuno voleva scommettere. La politica non metteva neppure paletti, per la verità. L’Italia e la Sardegna non avevano una legge urbanistica, non esistevano i piani urbanistici comunali. L’Aga Khan avrebbe potuto fare quello che voleva. Poteva dire: “Questa terra è mia, ci costruisco quello che voglio, dove voglio”. Decise di non farlo. L’investimento ne avrebbe risentito, il suo buon nome nel mondo pure. Il Consorzio, che si rifaceva a una lettera d’intenti tra i proprietari firmata nel settembre del 1961, voleva pianificare un investimento edilizio ed economico, voleva realizzare profitti privati e dare benessere pubblico. E infatti in principio la Costa Smeralda è stata quasi un principato autonomo dentro la Repubblica. Perché avvenne questo? La storia aiuta a capire. La Gallura era allora una provincia isolata, un’enclave dentro la Sardegna. Quasi deserta alla fine del Medioevo, aveva cominciato a ripopolarsi alla fine del 1500. La colonizzazione la fecero degli stranieri, i còrsi, che cominciarono a occupare le terre dei feudatari di Tempio, il cui dominio si estendeva verso le coste. Monti di Mola venne occupata dagli Orecchioni, dagli Azara. Presero quei terreni improduttivi, malsani, e ci realizzarono gli stazzi, ci piantarono vigne, orti, grano, e ci allevarono mucche e capre. Quelle terre furono privatizzate: le abbiamo curate noi, sono nostre. Tutti i galluresi hanno l’anima proprietaria, scrisse un socialista di Tempio a metà Ottocento. Per loro lo Stato era del resto qualcosa di incomprensibile. A che cosa serviva? A nulla. La loro vita andava avanti senza aiuti esterni. Tutto quello che era necessario per vivere, se lo producevano. Anche per questo, quando si presentarono i primi compratori stranieri su suggerimento di Miller, quelli di Monti di Mola non si fecero problemi. Vendettero, accumulando in un anno qualcosa come 2 miliardi di lire. Potevano chiedere di più i pastori di Monti di Mola, abituati a una vita dura ma dignitosa? Chi non si sarebbe comportato come loro?  «Lo Stato dovrebbe darci un premio perché viviamo in questo posto, invece di farci pagare le tasse» sintetizzò un Azara alla Rai. Lo Stato chiedeva solo, non dava. C’era una sola opera pubblica in costruzione, la diga del Liscia. Il grosso dei finanziamenti pubblici era andato a Cagliari, a Sassari, le aree forti della Sardegna. Olbia era ancora una delle città più povere dell’isola: il porto parzialmente distrutto, l’aeroporto chiuso, la strada per Arzachena ancora sterrata. L’Aga Khan era visto come un’occasione unica per recuperare il ritardo rispetto al resto della Sardegna, come il vero autore della rinascita, scrisse la “Nuova Sardegna”. La politica entrò in campo. Un consigliere regionale di Arzachena, Giovanni Filigheddu, ebbe un ruolo di primo piano. Fu lui a volere la diga e fu lui a sostenere la decisione controcorrente del Comune di Olbia. Che disse di no all’installazione di una raffineria di petrolio nel suo golfo, e sì alla Costa Smeralda, nel gennaio del 1962. L’Aga Khan aveva il minimo necessario per avviare le sue opere. Furono aperti i cantieri del Cala di Volpe, del Pitrizza, e cominciarono a spuntare le ville, prima fra tutte quella della modella Bettina, l’ultima fiamma del padre di Karim. Poi arrivò la costruzione di Porto Cervo, nel 1964, anno dell’inaugurazione. Senza un piano urbanistico pubblico, a dettare le regole ci pensò quello privato del consorzio. Il comitato d’architettura, con Vietti, Couelle, Busiri Vici, stabiliva dove si poteva costruire, e come. Non sempre evitò le speculazioni, né fermò alcune brutture, ma comunque fece ciò che né la Costa Azzurra né la Costa del Sol né la riviera adriatica fecero: mise dei vincoli. Se non un modello, termine su cui la disputa è ancora aperta, la Costa Smeralda divenne un sistema. Dietro lo sviluppo delle ville, arrivò quello degli alberghi, e a ruota le infrastrutture, dalle strade all’acqua all’aeroporto di Olbia. L’Aga Khan costituì una serie di società per creare una nuova economia dal nulla, come l’Alisarda. La Gallura cambiò, la Sardegna anche. I figli dei pastori andarono a studiare, altri trovarono lavoro nel Consorzio, altri ancora si inventarono imprenditori turistici. Olbia e Arzachena esplosero demograficamente. La Costa Smeralda generò nuovi bisogni, accelerando quelli nati sull’onda del boom economico nazionale. Ma fermò in parte l’emigrazione dei sardi. L’occupazione divenne solida, ben retribuita, anche tutelata sindacalmente. Nuove professioni si affermarono. Quel sistema, nel bene e nel male, 50 anni dopo è ancora vivo. La Costa Smeralda sarà anche un principato, ma non è una cattedrale nel deserto come sono diventate le industrie della chimica, quelle che la Gallura non ebbe e non volle avere.

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