I FINANZIAMENTI SONO BRICOLE, COSI' NON SI VA AVANTI! PARCHI E AREE MARINE PROTETTE A RISCHIO PER COLPA DEI TAGLI


di Silvia Sanna – La Nuova Sardegna

Fanno fatica a non sentirsi marziani in un quadro generale in cui l’ambiente non sembra più essere un bene comune da tutelare, ma una passione per pochi e coraggiosi volontari. Lo Stato ha chiuso i rubinetti da tempo, l’ultima manovra economica infierisce pesantemente su un settore già a brandelli: ai parchi e alle aree marine protette arrivano finanziamenti ridicoli che non possono garantirne la sopravvivenza ancora a lungo. L’ultimo taglio, quello delle indennità ai presidenti dei parchi, è l’ennesima ferita. Che fa male per due ragioni: perché l’incarico comporta impegno, fatica e conseguente perdita di tempo che viene sottratto al lavoro, quello sì, regolarmente retribuito. E poi perché è un segnale inquietante: trasformare la presidenza di un parco in una carica onorifica vuol dire svilire la missione, di tutela e salvaguardia, che sta alla base della creazione delle aree ambientali protette. I presidenti dei 23 parchi nazionali, 2 nell’isola, non ricevono lo stipendio da quattro mesi. 1200 euro spazzati via dal decreto che taglia le spese all’interno degli enti pubblici non economici. Quali appunto i parchi. Giuseppe Bonanno, presidente del parco dell’Arcipelago della Maddalena, stringe i denti e va avanti. E anche Pasqualino Federici, al timone del parco dell’Asinara, si tiene stretta quella poltrona, nonostante sia sempre più scomoda: «Perché ho accettato l’incarico con spirito di servizio e con la volontà di contribuire a fare crescere questa fetta di paradiso. Ma è evidente che così non si può andare avanti. Qui non si tratta soltanto di accollarsi le spese per fare tutto ciò che la carica di presidente comporta, il problema è molto più grosso: la politica dei tagli ha portato al blocco delle assunzioni e senza organici non si può lavorare. Contemporaneamente, i finanziamenti sono diventati briciole che consentono, a malapena, di fare fronte all’ordinaria amministrazione». La pianta organica, predisposta dieci anni fa, prevede per l’Asinara 15 dipendenti: al momento sono 7. Lo Stato trasferisce annualmente 1milione e 200mila euro: con questi soldi bisogna provvedere alle spese vive, tra cui gli stipendi, e poi anche ad adempiere ai compiti del parco, stabiliti dalla legge 394 del 1991: cioè salvaguardare la natura e fare opera di educazione ambientale. Dice Gianluca Idini, responsabile finanziario all’Asinara: «La situazione è disastrosa, anche perché nel tempo all’ente sono state attribuite funzioni che non sono di sua competenza, come la gestione del ciclo dell’acqua e dell’illuminazione pubblica, che spettano alle società preposte e all’amministrazione comunale. Per ora si va avanti grazie ai residui degli anni precedenti, quando arrivavano finanziamenti extra. Ma la benzina è agli sgoccioli». Augusto Navone, direttore dell’Area marina protetta di Tavolara-Punta Coda Cavallo, descrive una situazione fotocopia. Parla veloce, se la prende con l’ex ministro Stefania Prestigiacomo: «Il peggiore titolare dell’Ambiente della storia repubblicana, si è fatta scippare il 90 per cento delle risorse». Dal nuovo ministro Corrado Clini ci si augura un approccio diverso, ma per ora il quadro è desolante: «Nel 2012, considerato che il finanziamento complessivo per le Amp è passato da 5 a 3 milioni all’anno, riceveremo circa 250mila euro, a cui si aggiungono le quote dei comuni inseriti nell’area, cioè Olbia, Loiri Porto San Paolo e San Teodoro. È evidente – continua Navone – che con questi pochi spiccioli non si va lontano. Per questo siamo diventati bravi ad attingere ad altre fonti, per esempio partecipando ai bandi della Comunità Europea, mettendoci in gioco in un settore dove la concorrenza è forte». Ma molti progetti per forza di cose restano sulla carta, per colpa di un governo «che non solo taglia, ma impedisce anche qualsiasi forma di autofinanziamento attraverso l’introduzione di un diritto d’accesso o il versamento, alle Amp, di una quota delle concessioni demaniali». Doppio dolo, sostiene Navone, figlio della miopia culturale di uno Stato «che dice di voler fare il bene della collettività ma non riesce a garantirle un ambiente accettabile in cui vivere»

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