MARMILLA, IL NOSTRO FUTURO COMINCIA IERI: IGNORARE LE VICENDE DEL PROPRIO PAESE E' COME NON CONOSCERE SE STESSI


di Vitale Scanu

Anche i paesetti della nostra Marmilla possono raccontare le loro ministorie. Pagine che, sebbene insignificanti per gli altri, narrano le vicende e l’anima di un piccolo mondo antico, l’esistenza degli antenati che hanno originato le nostre vite, le quali si sono srotolate per i sentieri polverosi e le viuzze secolari di quei luoghi.

Il turbinìo dei grandi avvenimenti internazionali, della Storia grande diciamo, tutto, prima dei moderni mezzi di comunicazione, arrivava attutito come un’eco lontana, quando arrivava, in questo angolino imperturbabile e senza tempo della Sardegna più profonda che tutto conserva e fa “stagionare”, guardando con saggia indifferenza alle novità del moderno.

È tutto un mondo che basta a se stesso, saturo di una propria identità acquisita mediante esperienze millenarie.

Infatti, tutto fa identità: il suolo, le acque, le piante e gli animali, l’odore della campagna, l’afrore umido dei solchi appena aperti dall’aratro, l’aspro profumo delle prime piogge autunnali sulle stoppie, gli orizzonti, il cielo stellato, su lugòri, le stagioni, i profumi del caprifoglio nelle siepi, le usanze, i’ dicius, le ricette contadine, le modalità musicali, le favole (anche quelle più terrificanti, come quella delle ragazze madri sepolte vive, o quella de su trobàxiu de òru custodito da una strega nella montagna), i costumi (La moderna “Madre dell’ucciso” di Francesco Ciusa, nel suo impressionante verismo, non è forse identica a una nostra nonna nuragica?), le danze, il pathos della nostra casa sarda (su stréx’e terra, su stréx’e f?u), gli arnesi contadini con l’aratro di legno e l’aggiogamento dei buoi che restano ancora oggi inalterati, come al tempo dei romani, degli egizi, degli assirobabilonesi, i moduli artistici e ornamentali, le credenze e le superstizioni, i valori morali personali e comunitari, le relazioni umane e sociali, le scansioni del tempo e delle stagioni, il senso della vita e della morte e perfino gli antichissimi titoli paleocristiani delle chiese parrocchiali. Penso in particolare a quelli delle comunità parrocchiali di parte Usellus. Tutto è conservato come su connotu e fa identità. I luoghi acquistano un’anima, attraverso un processo di deposito, di accumulazione di impressioni psicologiche, di emozioni e di affetti, i quali vengono attuati e reiterati dalle diverse generazioni che li hanno “vissuti”. Il nostro inconscio è strutturato secondo le modalità che abbiamo vissuto nel nostro villaggio. “I luoghi che gli uomini abitano a lungo, dove la loro vita è stata intensa e continua per centinaia o migliaia di anni, sono così saturi di emozioni umane che anche dopo lungo tempo che gli originari attori sono spariti dalla scena, sembra impossibile viverci o anche attraversarli, senza essere in qualche modo intaccati dallo spirito umano che essi hanno assorbito” (J. E. Crawford Flicht in “Mediterranean Moods”). «Vivere nelle campagne del Chianti, nelle periferie nordoccidentali di Parigi, o negli immensi viali di Los Angeles, non è la stessa cosa. La morfologia del luogo, i suoi spazi, così come i suoi suoni e i sui colori o magari i non colori, informa l’identità delle persone che lo abitano, il loro comportamento e il loro benessere psico-fisico» (Prof. Paolo Fuligni, psicologo, docente universitario ed esperto di ecologia urbana). Essere ad Ales non dà le stesse emozioni che essere a Villa Verde (Bannari) o a Pau. È il rapporto che intercorre tra quella che gli psicologi chiamano «self identity» e «place identity», identità individuale e identità del luogo. È il genius loci specifico configurante una comunità. Ogni angolo presenta una propria manifestazione simbolica; ogni luogo, in cui gli uomini abbiano lasciato segni della loro presenza, ha una propria identità esclusiva e irripetibile. I tempi e gli spazi possono acquistare un’anima e diventare sede di una “personalità” del luogo, di un genius loci.

Specialmente noi Sardi possediamo questo potere di sim-patia particolare, di interagire con la natura e con le nostre tradizioni, come diceva anche Cicerone: “Sed habet profecto quiddam Sardinia adpositum ad recordationem praeteritae memoriae”, la Sardegna ha qualcosa di speciale che le permette di ricordare le antiche memorie. E questo è cosa saggia. Infatti “Ignorare le vicende del proprio paese, quali che siano, è come non conoscere se stessi”, diceva lo storico Paolo Giovio. Il nostro paesello e i suoi avvenimenti, quali che siano, fanno la nostra storia e sono il dono più prezioso che la memoria e la coscienza collettiva ci consegnano, cose da custodire gelosamente perché sono il luogo dove si forma la nostra identità. Impressioni e sensazioni che, come i fontanazzi delle strade, riemergono prepotentemente in modo particolare nell’emigrato, lontano dalla propria terra.

Per programmare un futuro autentico e vivibile, perciò, dobbiamo ancorarci al passato, restando noi stessi. Il nostro futuro comincia ieri.

Ma l’identità si può anche violentare o travisare. Purtroppo, per le molte sollecitazioni moderne, questa continuità identitaria rischia di corrompersi. E’ una mutazione identitaria. Occorre mantenere un equilibrio e una sintonia congeniali con il territorio nei progetti, nei programmi, nelle previsioni. Caso contrario, ci si sente a disagio quando le caratteristiche e l’armonia del luogo vengono modificate o adulterate da elementi alieni. Tutte le culture tradizionali e sapienziali ci insegnano un’interpretazione etica del territorio. Quando si intrudono con violenza elementi estranei che mutano l’orizzonte culturale, sociale, architettonico, linguistico (adulterazione del dialetto), umano, religioso (ad esempio una nuova chiesa ultramoderna), in un tessuto urbano saturo di un’identità acquisita lungo un vissuto millenario, si fa violenza alla comunità, è un vulnus alla identità che ci fa sentire a disagio. Ho visto un modellino plastico di nuova chiesa in un paesetto della Marmilla che, nella sua esasperata modernità, somiglia più a un caseificio o a una palestra comunale che a un edificio di preghiera coerente alla identità del luogo. Anzi non richiama neppure l’idea di chiesa. Nella sua esasperata modernità tradisce più la voglia di ostentare una bravura architettonica che non il desiderio di creare un edificio congeniale e omogeneo con quello che è il contesto della tradizione e della piccola storia di quella comunità. I nostri paesini hanno i musei per salvare tutto il salvabile dell’antichità, i più attenti hanno saputo preservare anche il tessuto urbano. E perché non dobbiamo essere premurosi per proiettare, anche nel nuovo, quello che riflette l’identità millenaria della nostra terra?

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