UN PO' DI SARDEGNA A TAMBRE, AI PIEDI DELLE ALPI BELLUNESI: QUALCUNO HA COSTRUITO "VILLA CARBONIA"

immagine di Tambre
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di Massimo Carta

Malgrado la città abbia sempre dato l’impressione d’essere inospitale e fredda, c’è stato chi, arrivato a Carbonia nei primi momenti di vita della nuova creatura urbanistica, se n’è rientrato al paese d’origine portandosi dietro tanti bei ricordi. Una di quelle persone è stato Ugolino Rinaldo, originario di Tambre d’Alpago (Belluno) il quale, dopo una breve parentesi trascorsa a Mussolinia (Arborea), nel 1936 decise di trasferirsi con la famiglia a Carbonia e dare avvio ad una sorta di mensa per le centinaia di operai che brulicavano nei vari cantieri in cui era divisa la costruenda città. Una volta rientrato nel Bellunese (1960), Ugolino Rinaldo si è costruito la casa, sullo stile della città che l’aveva ospitato, e l’ha chiamata “Villa Carbonia” che si trova a 922 metri sul livello del mare. Ad aiutarlo, nella attività aperta a Carbonia, c’era il figlio Duilio e la moglie che curava la cucina. Per passatempo, e l’opportunità di bere un bicchiere di vino durante il riposo dei minatori, venne attrezzato un bocciodromo (allora si chiamava semplicemente un campo di bocce) dove le frequenze crebbero a dismisura. Dopo la guerra, però, la società carbonifera padre e padrone della città e non solo, attrezzò mense aziendali, alberghi operai, lavanderia, squadra di calcio, asili per bambini. Tutti i servizi erano aziendalizzati, compresi gli spacci dove le famiglie potevano acquistare le derrate alimentari a libretto, il cui debito poi veniva scontato dalla retribuzione (paga). Per Ugolino e Duilio Rinaldo venne il momento di dare una svolta alla loro intraprendenza. Da una parte venne aperto un alimentari, bar, campo bocce in via Curiel; dall’altro Duilio col vicentino Luigi Boschetto crearono il primo deposito all’ingrosso di alimentari. Le forniture ai negozi privati del circondario erano garantite. L’attività dell’ingrosso, sia pure con alti e bassi a seconda dell’umore che si respirava in miniera, andò avanti per lungo tempo e ancora oggi, gestita dai rispettivi figli di Duilio e Luigi, opera con sufficienza nel settore alimentare e affini. “Mio nonno, ricorda Lino Rinaldo, una volta messo in mano l’attività a mio padre, se ne rientrò al paese d’origine, Tambre d’Alpago. Si portò via anche i risparmi accumulati in anni di oculata attività a Carbonia, e a Tambre si costruì la villa che chiamò “Villa Carbonia”. Aveva voluto tanto bene a questa città, come pure mio padre, da ricambiare tale affetto intestando la sua nuova dimora “Villa Carbonia”. Per noi le vacanze estive, ai piedi delle Alpi bellunesi, sono sempre state un pò sentirci quasi a casa, perché si sentiva continuamente ripetere il nome di Carbonia. Ancora oggi è una forte emozione pensare a quel posto e all’affetto che ebbe mio nonno per Carbonia e la Sardegna”. “In trent’anni a Carbonia, ricorda un altro nipote di Ugolino Rinaldo, Ugo Bona, il nonno e la sua famiglia si integrarono molto bene con il popolo sardo, ma anche con le sue tradizioni, pur non dimenticando mai la sua terra d’origine. Nonno Ugolino decise così, dopo anni di lavoro e sacrifici, di rincasare a Tambre, dove costruì una grande casa, ricordando con gratitudine ed onore il tempo passato in Sardegna. Anche dal punto di vista architettonico la struttura richiama la splendida isola: la pianta rettangolare, due piani e la pendenza del tetto ricordano infatti le case di Carbonia” contrariamente allo stile dei tetti spioventi del Bellunese per evitare il carico della neve, “Villa Carbonia” venne costruita con il tetto simile a quelli di Carbonia. Per questa “trasgressione” Ugolino venne anche multato dal Comune di Tambre perché aveva violato le norme del regolamento edilizio. Ma il tetto restò come era stato voluto e costruito da Ugolino. Altro particolare curioso è dato dal fatto che a metà degli anni Sessanta, due nipoti di Ugolino fondatore di “Villa Carbonia”, militarono nei campionati nazionali di serie D di calcio con il Carbonia. Questi erano gli indimenticati Lino Rinaldo e Ugo Bona, il quale ancora oggi abita a Tambre. Quella di Ugolino Rinaldo può sembrare una storia semplice, ma certamente è carica di significato, perché testimonia che la città di Carbonia, nel tempo, ha saputo incidere nella coscienza e nella sensibilità della gente che le hanno portato riconoscenza. Al punto che qualcuno, come quando ci si mette una medaglietta al collo, ha voluto chiamare la sua dimora “Villa Carbonia”. Tambre d’Alpago, ai piedi del Monte Cavallo (2250 m), si estende in una zona di boschi e prati che diradano dolcemente, a valle, verso il Lago di Santa Croce e, a monte, verso la Foresta del Cansiglio. Tambre è un piccolo centro che offre infinite emozioni ai suoi ospiti. Gli sportivi lo apprezzano soprattutto perché è un punto di partenza eccezionale per molteplici itinerari da fare a piedi, a cavallo o in bicicletta. La sua vicinanza al lago di santa Croce, dove è possibile praticare windsurf, lo rende ottimo per gli amanti degli sport acquatici. E’ possibile apprezzare Tambre e tutto l’Alpago anche dall’alto, dal momento che il monte Dolada è un trampolino di lancio molto frequentato da chi pratica parapendio. D’inverno poi, quando il Cansiglio si copre di bianco, le piste della ski area offrono grandi emozioni soprattutto agli amanti dello sci di fondo e dello sci alpinismo. Tambre, tuttavia, non è solo sport, ma è anche cultura, storia e tradizione. E la storia inizia circa un secolo prima di Cristo, quando uno sparuto numero di Cimbri, dopo essere stati sconfitti dall’esercito romano riuscì a stanziarsi sulle montagne del Veneto, ed in particolare in Cansiglio, dove oggi è possibile farsi un’idea di quella che è stata la storia e la cultura di questa popolazione sia nel villaggio di Vallorch che presso il Museo Etnografico dei Cimbri, a Pian Osteria. Ma il Cansiglio, oltre che come “terra dei Cimbri”, sotto il dominio della Serenissima Repubblica di Venezia, era noto soprattutto come bosco da reme, vale a dire come bosco dal quale ricavare il legname per costruire le imbarcazioni. Il legname tagliato sull’altopiano arrivava a Venezia attraverso la via del legno, che si snodava dal bosco fino giù al Lago di Santa Croce e da qui, attraverso il Canal del Rai fino a Cadola, sul Piave, da dove partivano le zattere per la città lagunare. Infine, prima di lasciare Tambre, vale la pena fare una visita all’originale Casa dei Libri, il singolare edificio che il noto scultore Livio De Marchi, ha scolpito interamente. Si tratta di una sorta di sogno trasformato in realtà in cui il libro è il protagonista. Le pareti esterne sono composte da centinaia di libri scolpiti ed incastonati uno ad uno, la staccionata che la circonda è una lunga fila di matite con la punta colorata, mentre il cancello è un paio di occhiali sorretto da due penne stilografiche. Ed anche all’interno si ripete la magia della favola con la stufa economica scolpita in legno, il caminetto sorretto da due libri di marmo e la biancheria stesa ad asciugare in bagno, naturalmente sempre scolpita nel legno.

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