LA SARDEGNA CHE VORREI … E' UN'ISOLA CHE SA ASCOLTARE IL PROPRIO MARE

 

Paolo Fresu
Paolo Fresu

 

di Paolo Fresu

La Sardegna che vorrei è quella della gente normale. Quella di quelli come me che non sanno nuotare ma che guardano il mare con passione e con rispetto Quella di coloro che del mare amano il mormorio della risacca e ne hanno timore traendone pace interiore. La Sardegna che vorrei è fatta di suoni da masticare e da metabolizzare nel presente. E’ fatta di lingue e di parole arabe, greche, latine, catalane, aragonesi, genovesi. E’ il suono del melisma e il ricordo delle gare di poesia dell’infanzia durante la festa di San Sebastiano con i vecchi che escono da casa lenti per andare in piazza con la sedia impagliata ad ascoltare Zizi e Pazzola. La Sardegna che vorrei è il suono del vento che porta si il nemico ma che spazza in tre giorni il cielo e questo diventa terso e azzurro, tra i graniti luccicanti e il verde dei ginepri nello smeraldo del mare. La Sardegna che vorrei è un’isola aperta e senza confini. Senza muretti a secco che possano delineare la geografia immaginaria che è nella nostra mente. E’ una Sardegna di navigatori, a volte solitari e a volte in regata. Di artisti e di sognatori che pensano, parlano e cantano il suono del mare e dei venti portandolo al mondo nel soffio del confronto e del dialogo multireligioso, interculturale e multietnico. Vorrei che la Sardegna fosse fatta di nenie e melodie che sgorgano dal passato dei nostri avi, per essere ritessute nell’oggi e sviluppate nel domani. Infinite nenie e melodie tessute dalla saggezza di chi ha le dita maculate al contatto con i libri delle Università o i taccuini di campagna come quelli di mio padre che scrive quando piove. Nenie e melodie infinite tessute da chi annota storie e da chi percuote con uno scalpello ma anche da chi improvvisa rime in limba o in nuove lingue immaginate al suono del rap e del jazz. La Sardegna che vorrei è infine senza confini e senza lingue. In grado di parlare con il cuore e con gli occhi veri di chi non vuole trincerarsi dietro la sardità dei quattro Mori sbandierata ai quattro venti. E’ una Sardegna affamata quella che vorrei, ma non di pane. Col ventre gonfio intorno ad una mesa imbandita e posta al centro di una grande stanza laddove ognuno porta il proprio piatto preferito e dove si può mangiare con le mani e con i piedi, con le posate o le bacchette. E dove chi vuole non mangia e non beve senza dover per questo affrontare il misero orgoglio ferito dei violenti. Una Sardegna affamata sempre… ma non di cibo. Piuttosto di curiosità e di conoscenza. Di giustizia e di pace. Di fratellanza, di musica e di suoni da addentare ma soprattutto di gente che ama ancora il mormorio della risacca e che vede nel mare il mondo intero, navigandolo con il solo pensiero…

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