IL RICORDO DEGLI INCONTRI CON GIOVANNI PAOLO II, IL PAPA CON L'ISOLA NEL CUORE, NEI GIORNI DELLA BEATIFICAZIONE

Giovanni Paolo II
Giovanni Paolo II

di Mauro Pili

«Sardegna…bella». Due parole, scandite nel silenzio dell’austera sala Clementina, luogo riservato alle udienze private del Santo Padre. Non credo alle mie orecchie: Lui, quell’uomo minuto, forte e piegato da anni di sofferenza e passione, si rivolge con uno sguardo deciso verso chi gli si presenta davanti con emozione e commozione. Ho visto per la prima volta il Papa quindici anni fa, nella mia città, quando, con un elmetto bianco, scendeva a 200 metri sotto il livello del mare, inforcando con passo deciso le gallerie della miniera di Monteponi. L’ho incontrato due anni dopo in occasione della beatificazione di Fra Nicola da Gesturi, ma anche allora ero troppo lontano per scorgere un gesto, un sorriso, un pensiero, una parola. Dieci anni fa, invece, in occasione dell’udienza privata con i presidenti delle Regioni, quel “Papa nonno” raccoglie dallo speaker ufficiale il nome della nostra terra. Quel suo sguardo sofferto, rivolto spesso verso il basso, ha un lento, ma inequivocabile, sussulto. Mi guarda per un attimo, e tradendo un sorriso espresso con gli occhi, rivolge alla nostra isola un pensiero ad alta voce : «Sardegna…. bella». Sono impreparato a un silenzio rotto solo per noi. Faccio giusto in tempo a ricordargli quella discesa in miniera, a fianco ai minatori sardi e polacchi che l’Eni schierò per riceverlo con tutti gli onori nel cuore delle gallerie di Monteponi. «Ricordo…. Ricordo». Il Papa polacco, figlio di terra di miniera non dimentica. Quel «ricordo… ricordo» è un tintinnio di emozioni , difficili da restituire con sole parole a quei tanti che vissero quella sua straordinaria visita nella nostra terra. È un Papa umile, combattente, che ha girato ogni angolo irrequieto dell’Universo ma che ha impresso nella sua memoria la Sardegna. Ognuno di noi dovrebbe sentirsi orgoglioso, fiero, della sua terra, di quella solidarietà e di quell’ospitalità che abbiamo lasciato nel cuore dell’uomo che ha cambiato le sorti del mondo. Ecco, in quei momenti, davanti a lui, con la sua mano nella mia, sentivo che quella carezza era rivolta a noi tutti. Ai sardi di allora, a quelli di oggi e domani. Nel fulcro di una città segreta ai più, riservata a pochi, nella sala Clementina, i presidenti delle Regioni hanno atteso per qualche minuto. Il brusio di parole che commenta i meravigliosi affreschi cessa in un attimo. Quasi d’incanto. L’attesa sembra essere finita. Qualche sguardo tra le guardie vaticane segna un messaggio inequivocabile. Da una porta straordinariamente alta e larga, che si apre a piccoli passi, si percepisce un silenzio profondo, irreale. Tutto si è fermato, l’unico presagio che irrompe lungo il corridoio d’accesso è quello di un flebile passo scandito da un leggero battito di tacchi. Un passo lento, che segna il ritmo dell’emozione. Da quella grande porta si scorge una sagoma minuta, bianca e trasparente. Papa Wojtyla è davanti a noi. Presidenti di Regione che auspicano autonomia e federalismo. E Lui, padre della Chiesa universale. Il battito di mani si leva sino alle volte della sala, Lui non accetta nemmeno un braccio di sostegno, va giù lento ma deciso sulla poltrona pontificia, supera l’ultimo gradino ed è pronto ad ascoltare. Scorrono i messaggi e gli impegni delle Regioni, impegnate in trincea per la famiglia, per un federalismo solidale capace di sconfiggere gli egoismi che tra regioni forti e deboli ancora esistono. Il suo messaggio è forte ma calibrato, “autonomista” ma “solidarista”, capace di sposare i valori della politica e nel contempo «valorizzare i principi fondanti della sussidiarietà». La voce flebile attraversa i sentimenti, sfiora il messaggio politico, ma raggiunge l’obiettivo: «Non vi è chiesto di operare una semplice riorganizzazione delle istituzioni». Il Papa della Rivoluzione Universale, del muro di Berlino frantumato dalla pace, vuole scelte forti, chiare, decise: «Prestate attenzione alla famiglia il cui ruolo è fondamentale per la costruzione della società». E i suoi passaggi sono espliciti, diretti, di un Padre che non ha più molto tempo per i fronzoli della politica: «Agevolate la formazione del nucleo familiare, badate alle attese delle giovani coppie, alle difficoltà per il lavoro e la casa, che spesso ritardano di molto il matrimonio e il formarsi della famiglia». Il Papa dei giovani rilancia: «Preoccupatevi del mondo della scuola, dell’istruzione e della formazione professionale, della cultura e dei beni storico artistici». E poi l’autonomia solidale, messaggio forte e chiaro: «La legittima pluralità di orientamenti, nei quali si manifesta l’identità specifica e l’autonomia di ogni Regione, non si oppone alla necessaria solidarietà ed alla cooperazione, animata dalla consapevolezza e dalla responsabilità di appartenere ad un’unica e unitaria comunità nazionale». È stanco il Papa. Ha il tempo di una foto ricordo con tutti i presidenti che gli stanno intorno. Il pensiero ritorna alla nostra terra : «Saluti la Sardegna». Quella sagoma bianca, curva su stessa, inizia la strada del ritorno. Il fragore degli applausi scandisce ogni suo passo. È sul ciglio della porta. Si ferma. Ruota il corpo. Poggia per un attimo il bastone della sua vecchiaia e mima il battito di mani. È il saluto di un Papa che non va via ma entra nella storia dell’Umanità. Con la Sardegna nel cuore.

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