L'ULTIMO SALUTO A FRANCO PUTZOLU, SARDITA' E HUMOR INCARNATI: QUEL TENERO, MITE E GENIALE SARDUS FILIUS


di Giorgio Melis

L’Isola personalizzata in una figura femminile, grande sorriso e occhi spalancati sul paesaggio verde-marino, affacciata alla finestra di una prima pagina de “L’Unione Sarda”, che salutava i lettori: “Buongiorno, Sardegna”. Un luminoso adesivo per promuovere l’immagine del quotidiano cagliaritano. Frugando tra vecchie carte e ricordi, l’intrigante originale dell’adesivo è balzato da un cassetto: col volto tenero e buono, il sorriso mite, un filo malinconico di Franco Putzolu. Me lo aveva proposto per il giornale, pensato e creato assieme a mille altri suoi “prodotti”, anche commerciali, che realizzava in una piccola industria grafica. Dove faticava per il principale, artigianale guadagno mensile. Non si viveva e non si vive di sole vignette precarie e quadri estemporanei: serviva  anche a lui un lavoro vero e fisso. L’ancoraggio  col quale poteva coltivare la passione del disegno e della pittura. E, a giornata conclusa, delle vignette che hanno scandito per trent’anni il tempo quotidiano del giornale, dei lettori e nostro. L’adesivo era nato da un’idea comune, nel lontano 1984: assai prima del celebre “Good morning, Vietnam”. Sprizzava allegria e ottimismo. Era una stagione eccitante, che prometteva tutto o molto a una Sardegna in piedi e in marcia, combattiva e orgogliosa, vogliosa di riscatto. Si era consegnata alla prima Giunta di sinistra e sardista, affidandone il timone alla mani forti e all’impetuoso carisma autonomista del Re-Leone Mario Melis. Sull’onda del vento propiziato da Michele Columbu, col Psd’az al 15 per cento dei voti: appena due anni prima scomparso perfino dal Consiglio regionale. Eppure l’aveva risvegliata, da altre sponde, la forza mobilitante di Pietrino Soddu: ancora oggi il leader politico, l’intelligenza più autorevole, lungimirante e inossidabile degli ultimi decenni. Soddu aveva scosso l’albero intorpidito ma la Dc non gli aveva permesso di andare fino in fondo. I frutti erano caduti sui Quattro Mori, premiandolo anche oltre i meriti, sebbene ben meritati da personaggi come Melis e il patriarca Columbu. Franco Putzolu era emotivamente e profondamente coinvolto in quel clima. Da genetico sardo-sardista, avendo nell’irruente fratello Adriano anche la punta estrema del movimento fino al separatismo velleitario e pericoloso. Caratterialmente l’opposto di Franco, che aveva profondità di sentire ma mitezza dell’agire, riversata anche nelle sue vignette. Puntute ma sempre garbate, lievi e mai grevi. Anche politicamente acute e penetranti ma senza asprezze o volgarità. La sua ironia non scadeva nel sarcasmo gratuito o pesante. La leggerezza del tratto e delle battute rifletteva quella interiore. Era (eravamo) ben dentro quel risveglio “sardista”, anche senza appartenenze elettorali o di tessere, e si era partecipi di un moto orgoglioso. Franco era coinvolto e felice: si vedeva nelle sue vignette e nel suo sorriso. Quella stagione di speranze lasciò molte delusioni e rimpianti. Seguita da restaurazioni devastanti e nuove grandissime recenti attese. Infine frustrate e ripiegate – è storia fin troppo fresca e dolente – nell’attuale, avvilente regresso-degrado totalizzante e disperante. Franco Putzolu non ha per fortuna potuto vederlo, chiuso nella sua infermità. Inimmaginabile che oggi potesse solo ripensare al suo luminoso quadro-adesivo del 1984, sprigionante vitalità e speranza. Avrebbe semmai potuto tradurlo in un quadro a tinte fosche, con un titolo conseguente: “buonanotte, Sardegna”. Non saluto ma quasi epitaffio per un tempo perduto, forse irredimibile. Ma è giusto e stimolante, fa allegria anche adesso, richiamare lo smagliante “Sardus filius” di quella stagione felice. Quando era al massimo e al meglio della creatività e operosità. Di una notorietà conquistata sul campo, con modestia e tenacia,  sorretta da un’ispirazione riconfermata ogni giorno. Era il vignettista più noto e amato, certo anche per il primato dell’Unione Sarda. In una regione che pure contava e conta il tratto formidabile e le fulminanti battute di un Gef Sanna meno valorizzato da “La Nuova Sardegna”, mentre andavano affermandosi i talenti diversificati di Ruggero Soru, Bruno Olivieri e, più recentemente, di Tullio Boi, un caso a sé sul piano umano e artistico. Franco Putzolu è rimasto a lungo il primatista col nome d’arte di “Sardus filius” che si era scelto per una sua “striscia” in successione anche generazionale a quella del Sardus Pater di Antonio Castangia. Amatissimo collega (stra-sassarese trapiantato a Cagliari) dai molti talenti, anche grafici. Utilizzati per ritrarre l’intera redazione di Terrapieno in caricature interpretate e mirate, da tutti incorniciate e custodite per un grato ricordo della simpatia di “Aca”: come Antonio Castangia firmava “strisce”, quadretti, vignette e perfino trasmissioni a Radio Sardegna. Tra lui e Franco c’era una comunione di humor e gusto che “Filius” espanse al meglio imponendosi progressivamente come il vignettista ufficiale dell’Unione. Lanciato all’impronta da Vittorino Fiori e via via adottato e apprezzato da quasi tutti. Qualcuno un filo snob guardava con sufficienza il suo umorismo, svalutandolo come “paesano”. Giudizio temerario perché Franco aveva una finezza che gli permetteva di brandire uno spirito non provinciale ma popolare, sapido, alto, anche finissimo e lucido nella lettura di una Sardegna complessa e tormentata. Era intriso di sardità talmente autentica e profonda da essere portatore sano –  frizzante e malinconico alternativamente – di identità inverata in lui: con le debite differenze, un Pinuccio Sciola non di pietra, stesso spirito e senso della vita. La sua era una verace, profonda sardità contadina. Calda e tollerante, meno dura di quella pastorale. Beffarda, carnale. Anche grassa come la terra del grano, del pomodoro, delle barbabietole e soprattutto del vino “che callada in s’unga” della sua Serramanna. Del Campidano e dei suoi quasi estinti contadini con le facce cotte dal sole, color mattone e venature sulla pelle come tracce dal vino forte e scuro. Ma oltre le vignette quotidiane, Franco Putzolu sapeva restituire della Sardegna sintesi formidabili e serissime in tavole eccellenti anche artisticamente. Per tutte, la Sardegna con le sbarre conficcata nel volto severo di un’Italia murata e turrita che imprigionava l’Isola. O la replica sofferta e amara a Giorgio Forattini. Con una famosa e contestata vignetta, aveva chiamata i sardi alla colpa collettiva dei sequestri mozzorecchi per la mutilazione feroce di un povero ostaggio. Franco Putzolu aveva risposto con un tratto forte, nero e quasi cupo: un grande Moro di profilo, un vistoso cerotto bianco al posto dell’orecchio reciso. Una muta replica di potente impatto. Il rigetto dell’accusa, ritorta in denuncia: le prime vittima dei sequestri e dei riti atroci erano proprio i sardi. La vena politica, la critica all’autolesionismo dei sardi più che il lamento per i soprusi altrui, è stato il fil rouge nella scansione di mille e mille vignette in cui Franco ha rappresentato i tormenti, i drammi, i sogni e bisogni della Sardegna. Con misurata durezza anche sorridente. Con indulgenza solidale e consapevole di quanti ritardi e di quali errori fosse costellata la sua marcia lenta e malcerta verso un riscatto sempre a rischio. Dal giornale alle tv sarde, Putzolu è stato per anni l’editorialista grafico di trasmissioni dedicate all’attualità non solo regionale su Videolina e Sardegna 1. Chiedevo sempre a lui una tavola – di grandi dimensioni, da pittore e non solo vignettista –  come sintesi e commento per i dibattiti sull’attualità. Anche in quel campo il tenero, ironico “Filius” impose la sua eccellenza e un larghissimo gradimento. Tante di quelle sue tavole sono ancora raccolte ed esposte a Videolina in un ricordo-tributo largamente meritato. Ma c’è stata una bella feconda avventura meno nota con lui protagonista. Nata da un incontro casuale con un dramma allora diffuso e incontrollato. Il favismo, che a primavera falciava miglia
ia di sardi, mettendone a repentaglio la stessa sopravvivenza per crisi emolitiche temibili specie per i bambini e che richiedevano enormi quantità di sangue da importare per trasfusioni salvavita. Un bambino ridotto in fin di vita mostrato in un letto d’ospedale per un attacco di favismo, un articolo sulla prima dell’Unione e poi un’idea prontamente raccolta da un assessore regionale allora fra i leader emergenti. Una campagna a largo spettro, quasi a saturazione, per creare giusto allarme, mobilitazione e promuovere la prevenzione contro un flagello tutto sardo. Una grande pubblicità-progresso quasi ante litteram, con paginate ogni giorno diverse nei titoli e nei brevi testi, soprattutto con le  decisive illustrazioni di Franco Putzolu. Grandi fave animate, guizzanti e incombenti, attraenti e micidiali come serpenti, movimentavano le tavole, attiravano l’attenzione di adulti e bambini, riscuotendo un gradimento straordinario. Completato con un martellante richiamo a esporsi a una punta di spillo per far sprizzare una goccia di sangue salvifico e così sapere chi era a rischio e chi non. Un successo travolgente, con un crollo del 70 per cento dei casi di favismo, premiò quella perfomarnce esaltante e festosa. Diede un grande, vero senso di utilità sociale a tutti i  protagonisti. Al tenero “Filius”, anche la certezza che le sue non erano solo vignette. Anche per questa pagina indimenticabile, la terra ti sia leggera, caro Franco. E’ l’ultimo augurio di quanti ti hanno voluto bene mentre oggi sentono la Sardegna sulle spalle come un gravame insostenibile e soffocante. 

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