LE LAUNEDDAS: UN CAMMINO STORICO SINO A DIVENTARE UN PATRIMONIO DELL'UMANITA'


di Paolo Mercurio

Nei saggi etnomusicologici “Dialogo del Canto a Tenore”, “Cantores” e “Humanitas Musicale Sarda”, ho insistito nell’evidenziare che la polifonia e la polivocalità della musica sarda – per propria specificità – avrebbero meritato di divenire patrimonio dell’umanità. Grazie all’opera di sensibilizzazione di alcune associazioni culturali e di politici coscienziosi, l’UNESCO, nel 2005, inserì il Canto a Tenore tra i beni del Patrimonio Culturale Immateriale. Un passo importante che tuttavia non comprendeva le launeddas, strumenti basilari della musica tradizionale sarda. Lodevole, quindi, è l’iniziativa di inserirle nella lista di salvaguardia dei beni immateriali istituita dall’UNESCO, come di recente proposto dal gruppo “Cuncordia a Launeddas”.  A favore della tutela e promozione delle launeddas confido che l’iniziativa raggiunga in breve tempo l’obiettivo prefissato, con l’appoggio di numerose Amministrazioni pubbliche. Le launeddas (dette anche sonus de canna, bidulas, giogu de canna, etc) uniscono la Sardegna a tutta l’area del Mediterraneo, come evidenziato, sin dai primi anni del Novecento, in importanti studi organologici quali quelli scritti da Giulio Fara.  Lo studioso cagliaritano (1880- Pesaro, 1949), negli anni Venti del secolo scorso, diede anche rilievo al noto bronzetto nuragico che dimostra l’esistenza dello strumento tricalamo nell’Isola da alcuni millenni.  Cosa rappresenta? Un musicista (forse ermafrodita) nudo, con un berretto in testa, il quale ostenta virilità mentre, con le gote rigonfie, è impegnato a suonare. Tale bronzetto – che sembrerebbe direttamente collegabile ad arcaici culti magicoreligiosi pagani, verosimilmente riferiti a riti della fertilità – è simbolo della civiltà musicale sarda e della sua storia. Le launeddas favoriscono collegamenti con la simbologia, la ritualità magica e il sincretismo religioso, ma anche con la storia della liturgia regionale in quanto, soprattutto in passato, vennero impiegate all’interno di numerose chiese sarde, presumibilmente perché potenti strumenti polifonici a basso costo, in grado di sostituire un organo “positivo” (in un luogo chiuso) o “portativo” (all’aperto), come quello usato nel medioevo durante le sfilate e le processioni. Noto è poi l’uso dello strumento tricalamo nella paraliturgia, documentato visivamente anche da Andreas Fridolin Weiss Bentzon, ricercatore danese, i cui studi (inizialmente pubblicati in lingua inglese) sono pietra angolare per l’approfondimento della conoscenza dello strumento da un punto di vista organologico, esecutivo e sociale.
Il repertorio delle launeddas è da mettere in relazione con la poesia di tradizione orale e quella colta, poiché prevede l’accompagnamento de “is goccius” (sos gotzos) e dei canti tradizionali, quali quelli che in Sardegna vengono eseguiti a Cabras dal maestro Giovanni Casu e dal cantore Giovanni Manca (noto come “Gavaurru”). In ambito profano, le launeddas, soprattutto nel sud dell’Isola, sono state per secoli punto di riferimento per l’accompagnamento del ballo, sulla cui varietà coreografica e coreutica hanno scritto diversi ricercatori. La realizzazione delle launeddas, inoltre, prevede l’approfondimento della tecnica tradizionale ricca di sfumature costruttive, intimamente legate alla conoscenza della natura e dei suoi cicli produttivi.
Infatti, la qualità dello strumento dipende dalla scelta di adeguate canne, fatte asciugare (a volte per decenni) e intagliate ad arte in base al tipo di repertorio da eseguire, impiegando la caratteristica tecnica del cosiddetto fiato continuo. Ogni repertorio ha i suoi cuntzertus e le rispettive “tonalità”, alle quali in questo contesto è possibile accennare solo di passaggio, ma che permettono di evidenziare la ricchezza dello strumento tricalamo anche da un punto di vista della teoria musicale e del contrappunto.
Intrisa di spiritualità naturale, di antico rythmós, di humanitas, la musica delle launeddas è stata a lungo fondamento e punto di riferimento musicale per numerose comunità sarde. Inserita nella ritualità festiva e religiosa tale musica può divenire anche un modo per comprendere l’importanza di custodire la memoria storica di un paese attraverso il prezioso patrimonio di conoscenze musicali trasmesse dai nostri predecessori. Tale prezioso patrimonio noi abbiamo il compito di valorizzare e consegnare con fiducia e gioia alle generazioni future. Come ho scritto nell’opera “La Cultura delle Launeddas”, con consapevolezza auspico che la “materia” vivente che da sempre anima i suonatori di launeddas possa divenire simbolo di pace e amore, che è utile facciano propri i cittadini del mondo, nell’interesse dell’umanità.

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