RECUPERARE ANCHE SOLO UN PICCOLO PEZZO DELLA NOSTRA STORIA: "DOPO TRENT'ANNI PRIMA", IL CORTOMETRAGGIO DI SILVIO CAMBONI AL "SU NURAGHE" DI BIELLA

Erica al centro dell'immagine, con il vassoio di dolci fra le mani
Erica al centro dell'immagine, con il vassoio di dolci fra le mani

di Erica Zanella Maolu

Il cortometraggio di Silvio Camboni è stato prodotto nel 2007 dall’ISRE (l’Istituto Superiore Regionale Etnografico della Sardegna ) ed è tratto dal racconto: “L’apologo dell’uomo bue e dell’uomo cacciavite” di Francesco Masala. Il film si apre con una madre che racconta a suo figlio, il protagonista, una storia che in realtà è la leggenda del boe muliake, una bestia spaventosa che nelle notti invernali di tempesta urla il suo dolore e non si ferma fino al mattino, poi ai primi chiarori dell’alba, torna ad essere quello che era, un pastore in armonia con la natura. Questo bambino vive la sua infanzia contadina insieme al padre. La sua è una vita lenta e felice che scorre al ritmo del susseguirsi delle stagioni. Inizia ad imparare gli antichi gesti della pastorizia tramandati dal padre, aimè alcuni molto crudeli ai suoi occhi, ma che fanno parte del naturale ciclo della vita. La sua esistenza spensierata viene interrotta proprio da uno di questi gesti, l’uccisione di un agnellino. Nella notte scoppia una violenta tempesta ed ecco una visione terrificante: suo padre trasformato nel boe muliake! Il giovane pastorello, forse ancora provato dalla morte dell’agnellino terrorizzato inizia a scappare da questo essere spaventoso che urla e trascinandosi una grossa catena legata al piede, tenta di catturarlo. Il giovane entra in un vortice temporale, inizia un percorso per allontanarsi da quella vita e dimenticare lasciando indietro la paura di quell’ombra oscura, di quell’anima mala. Scappando da un futuro che non vuole diventa adulto, trasferisce la sua vita in una grande città ed inizia a lavorare in una raffineria entrando a far parte di un ciclo di vita diverso: dall’uomo bue all’uomo cacciavite. Così non si accorge che vivendo ogni giorno gli stessi atti ripetuti ed alienanti non fa altro che distruggere la sua personalità, i suoi pensieri, la sua storia, i suoi ricordi rendendolo esattamente uguale a qualunque altro soggetto. Infatti perde totalmente la sua identità buona o cattiva che fosse e diventa un essere insignificante in mezzo a tanti altri esseri insignificanti. Credo che l’intenzione dell’autore del racconto fosse proprio quella di contrapporre la Sardegna rurale e contadina a quella industriale; la vita alienante, all’interno di una grigia città, dettata dallo sferragliare degli ingranaggi di una raffineria ad una vita fatta di gesti sì ripetuti di stagione in stagione ma in armonia con il resto della vita. La Sardegna è una terra ricchissima di tradizioni e culture diverse che la fanno davvero unica. Il processo industriale non sta facendo altro che distruggere in breve tempo tutto ciò che la natura ha impiegato migliaia di anni a creare. Questo vale sia per il territorio sia per le persone, anche noi di questi tempi siamo destinati a diventare tutti uguali, senza pensieri propri perché i mezzi di comunicazione ci inculcano nella testa idee già fatte. Quindi ogni tanto spegniamo la televisione e usciamo a recuperare anche solo un piccolo pezzo della nostra storia che ogni giorno perdiamo.

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