UN LUOGO PIENO DI FASCINO CHE I SARDI TANTO AMANO: I MISTERI DI SANT'ANDREA A BONORVA


di Claudia Zedda

E’ dolce come un addio che si rinnova ogni anno l’autunno, caldo come un abbraccio, profumato di castagne, noci e noccioline, colorato di foglie secche, di cachi e mele cotogne, rallegrato dalle melagrane che pesano sull’albero dai rami fini e potenti, strappato via presto dall’inverno che ne insidia il dominio. La natura si da da fare nella sua ultima esplosione di vita, e per l’aria si sparpaglia l’odore di cestini che strabordano dolci, il profumo del pane appena sfornato, delle conserve che faranno dolce tutto l’inverno che verrà. Non avrei potuto scegliere una stagione migliore per scoprire la vallata di Bonorva. Verde e coltivata, tutta campi ordinati e terreni arati, smossi, che respirano in attesa d’essere seminati, tutta casette sparse qua e la, distanti, che pure si tirano un ampio saluto tra segnali di fumo che volano in cielo e il belare di bestiame in lontananza. Tutto è ben avvolto da piccole collinette di pietra vulcanica, un recipiente dai bordi alti, all’interno del quale galleggia il dintorno di Bonorva. Ci si rende conto immediatamente di far ingresso in un territorio antico, antichissimo. Le pareti arrugginite di trachite sono tutte rosicchiate e crollate, ma tra il franare della pietra friabile si intravedono in lontananza quei fori troppo geometrici ed accostati per essere capriccio di natura. E’ opera dell’uomo che millenni addietro ci ha lavorato, facendo della vallata uno spettacolare anfiteatro dinanzi al quale ogni giorno gli spiriti di ieri possono specchiarsi nel domani, confondendo il tempo e mescolando i desideri. La necropoli di Sant’Andrea Priu si trova con una disarmante semplicità . Le indicazioni sono sparpagliate qua e la con una ritmicità  che insospettisce e giunti sul sito, già  eccitati dall’aperitivo che le colline limitrofe hanno offerto, quell’architrave in pietra che funge da ingresso conferma d’aver raggiunto la destinazione. Fuoriuscita dall’abitacolo sono stata letteralmente investita dal suono frenetico di campanelle che segnalavano di li a breve la presenza di un numeroso pascolo. La sinfonia inevitabilmente mi strega ogni volta, pone l’accento sulla terra, e sulle meraviglie che l’attraversano. Il biglietto lo si fa rapidamente ed al modico prezzo di 3,5 €, all’interno di una piccola nicchia grande quanto una domus, abitata da guide cortesi. Non c’è un centesimo che non sia meritato. Non fosse stato per lo scampanellio costante del bestiame che sotto il sole sembrava rivestito di cotone brillante, il silenzio sarebbe stato assoluto. Il luogo da idea che niente sia cambiato negli ultimi cinquemila anni, ed infondo, a parte l’anziano che potava e la biglietteria, la vallata non deve aver subito modifiche sostanziali; nelle giornate limpide l’occhio dell’uomo di ieri doveva perdersi nell’intenso del cielo e delle nuvole, un poco come è capitato al mio. Ho letteralmente divorato la Tomba a Capanna e la Tomba a Camera, riempendomi l’animo di quel silenzio antico e la mente di quella perfezione che stordisce. Inghiottita dal buio delle domus ho immaginato perché il sardo di ieri abbia tanto fantasticato in merito a questi piccoli scrigni di vita passata e le abbia regalate, in qualità  di dimora, alle piccole fate sarde che dietro le ombre si muovevano. Vi si muovono ancora all’interno, ma è piuttosto il buio che amplifica il silenzio, fa del fruscio passi. All’ingresso d’ogni casa in circolo si mostrano profonde fossette per le offerte votive e vien ancora oggi la voglia di lasciare bruciare sul posto il grato simbolo del proprio passaggio, in onore delle anime che l’uomo ha legato al luogo, che non v’è dubbio, ci osservano ancora. Chi lascerebbe d’altronde un paradiso di pietra levigata che si affonda direttamente contro il cielo intenso? Il cammino di trachite che porta a sormontare le due tombe visitate, e quella del Capo, meraviglia per gli occhi, è lievemente in pendenza. Il panorama è tavolozza di coloro suadenti. Il bianco delle nuvole si fonde con l’azzurro pulito del cielo, spazzato da un vento gelido, che soffia la propria intensità  sul lichene aranciato e contro la trachite rossastra. Superata la cortese porticina che chiede d’essere aperta e richiusa in uno stampatello poliglotta, si raggiunge presto la scultura taurina, qualcosa di molto simile ad un altare per giganti, a quattro zampe, possente e maestoso come un toro senza testa che pare pronto ad urlare contro la luna, contro il sole. Per far il proprio ingresso nella Tomba del Capo, immensa nei suoi 18 ambienti, dedalo intricato di segreti, dovrete attendere la guida, che aprirà  i portoni del sogno. Lo fa rapidamente, con in mano una chiave ed una torcia. La tomba neolitica pitturata di porpora sul soffitto ripropone nella sua prima stanza quello che a tutta prima sembra un sole. “No”, ci mette in guardia la guida, si tratta della riproposizione del tetto di una capanna circolare, con tanto di travi e corpo centrale. “Affascinante” penso io e m’intrufolo nelle altre sale che non profumano di morte, quanto piuttosto di vita, con quei colori intensi che si sono susseguiti in strati di civilizzazione spessi come le vite d’uomini dimenticati. Il potere spirituale di quelle mura scavate nella roccia è stato ben compreso dai romani, che vi inumarono una loro patrizia e dai bizantini e cristiani, che ne fecero luogo di culto, modificandone a piacimento le linee, tanto che la domus oggi si mostra con tanto di abside ordinatamente rivolto ad est secondo il gusto antico. Le mura raccontano anche del passaggio dei cercatori d’oro che sfondarono una parete e trovarono con molta probabilità  polvere e storia che non seppero apprezzare. Sembra un libro aperto la Tomba del Capo, e le sue mura raccontano di millenni di storia, antica e moderna e di come l’uomo concentri la propria vocazione spirituale sempre nei medesimi luoghi. La pavimentazione delle tre domus è tutta rigata da piccole canalette che come affluenti di un più grande fiume sfociano all’esterno, sfiorando le nicchie per le offerte e precipitando contro le scalinate d’accesso. <<Di fattura preistorica?>> Chiedo io, intrigata come mio solito dall’elemento acquifero. La guida fa spallucce ma scarta la possibilità  della presenza d’acqua in passato in qualità  d’elemento di rinascita. <<Piuttosto scolo dell’acqua>> che calava dalla voragine provocata in tempo recente sul tetto, per ottenere un maggiore accesso di luce. La mia curiosità  resta. Se si trattasse di semplici canalette per lo scolo dell’acqua perché mai queste sono presenti anche nelle domus integre, in cui l’accesso dell’acqua e della luce è impedito dalla pietra? Poi a quella ragazza che ama il suo lavoro come fosse un figlio le domando, perché la curiosità  si soffoca per poco.. << Ma la Domus della Scacchiera, è nei dintorni? >> <<Facebook?>> Mi domanda, e sembra strano parlare di social network all’interno di una domus scavata pietra contro pietra nel 3200 a.C. circa. Eppure le mura ci ascoltano silenziose, e gli spiriti che le abitano partecipano tacite alla nostra conversazione. Mi viene detto che si trova distante dalla Domus del Capo, che raggiungere il luogo è difficoltoso e pericoloso, ma non specifica ne il sentiero da imboccare ne la zona. E’ chiaro da quel che mi viene raccontato che le foto scattate da Antonello Porcu qualche giorno prima della “sepoltura della tomba”, non le rendono giustizia, e che quell’azzurro che salta agli occhi, tratteggio delle travi di pietra altro non è che un nero oscuro esaltato dalla macchina fotografica. Meglio penso io, perché altrimenti si sarebbe dovuta trovare una spiegazione a quel colore insolito. Le dimensioni di quella tomba antica sono, così mi è rivelato, inferiori rispetto a quella Tomba del Capo che ci ospita durante la conversazione, ma la sensazione che pochi altri oltre l’uomo n
eolitico sardo siano entrati, la rende spazio a mezza strada fra la fantasia ed il sogno: immenso. La Domus che Antonello Porcu ha rinominato della Scacchiera, per via di quei colori che ne impreziosiscono la parte superiore è stata sigillata di li a poco, quasi che noi sardi non avessimo alcuna curiosità  in merito alla nostra storia. “Follia” deve aver pensato la comunità  archeologa mediterranea e mondiale, dato che lo straordinario stato di conservazione di questo esempio di arte preistorica si può paragonare esclusivamente  alla camera dell’Oracolo dell’ipogeo di Hal Saflieni a Malta… e me ne dite niente? Esemplare troppo prezioso forse. Si è deciso di chiuderlo con una lastra di pietra, colarci sopra del cemento, della terra e dimenticare. Gli spiriti dormiranno pure in pace, ma la nostra curiosità  non ha tregua.

<<Riuscirò a visitare questa meraviglia prima della mia vecchiaia?>> <<Ce lo auguriamo tutti>> mi ha confortato la guida minuta come una fata sarda, innamorata della sua isola. Ci siamo lasciate come due bambine che girano intorno alla dispensa dei dolci della nonna. Li sappiamo saporiti, li sappiamo profumati, ma l’armadio è chiuso a chiave, e non ci resta che usare la fantasia. Qualche altra meraviglia per gli occhi prima di abbandonarci: l’illustrazione della testa taurina sostenuta da spirali multiple presenti nella fantastica tomba Sa Pala Larga, anch’essa sigillata dopo la scoperta (non si sa mai si approfondisca troppo del neolitico sardo), che letteralmente naviga in pessime acque infiltratesi dalla terra e che oggi potrebbero aver totalmente sommerso quella meraviglia antica, e le indicazioni per raggiungere Rebeccu e la fonte nuragica Su Lumarzu… il gioiellino.

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