LE STAGIONI ANTICHE DI BANNARI: DAL ROMANZO "BACHIS FRAU EMIGRATO" DI VITALE SCANU


di Vitale Scanu

In un ombrosa conca ai piedi del monte Arci si distende pigramente una manciata di case a fare un villaggio di nome Bànnari, che oggi si fa chiamare Villa Verde. Accucciate una vicino all’altra, sembrano da lontano un gregge immobile di pecore che meriggiano sotto una grande quercia, mentre intorno tremola l’aria rovente della controra. Un paesino fatto di niente, sospeso immobile tra un azzurro Giotto e le ombre degli ulivi, delle querce, e dei freschi pioppi. Oggi sono casette linde e solatie, ma un tempo, fino a metà del secolo scorso, erano poveri abituri o tutt’al più dimore appena dignitose, dalle quali arrivava in continuazione lo snaccherare dei telai casalinghi, da cui nascevano come per incanto straordinari tappeti e regali corredi per le spose. Una maestria ereditata dagli antichi avi, che perfino ha fatto fiorire la leggenda di un telaio d’oro nascosto e custodito da un’arcigna coga in qualche misterioso penetrale là sulla montagna.

A Bànnari, nel cuore profondo della Marmilla, arriva solo una stradina polverosa proveniente da Ales. Per trovare quel villaggio bisogna andarci di proposito, nascosto com’è in fondo in fondo alla valle. Traversato il confinante paesello di Pau, a Bànnari la strada fa capolinea terminando contro una monumentale siepe di opunzia (figu morisca). Lì finisce il mondo. Ma è il posto più bello e sereno che io abbia mai conosciuto, circondato com’è da un abbraccio immenso di un acrocoro di alture digradanti in valli e dolci pianori profumati d’antico, regno del silenzio e dei venti. Un angolo di mondo appartato nel quale, già dalle ultime case verso la campagna, si può scorrazzare per ogni dove con la sensazione di essere soli al mondo, di essere i padroni del creato. Si vivevano, in quegli anni ormai lontani, giornate piene di sole, in mezzo a campi di grano scarmigliati a volte dalla brezza del mistral, che pareva di vedere un’ola festosa. Gli alberi, le case, i rumori, le vicende del piccolo mondo sembrano pennellate di colore nella sterminata campitura di un silenzio universale, dove è facile lasciarsi risucchiare nell’infinito e dentro se stessi.

Bànnari è verosimilmente la propaggine a valle di un preistorico nucleo abitativo pedemontano del monte Arci, già abitato da millenni immemorabili, dai tempi dell’ossidiana nuragica. I tanti nuraghi diffusi sul territorio, muti custodi di un passato pieno di misteri, ne sono la testimonianza. Una terra soliva e pastorale, capace di farsi amare e desiderare come una persona cara, su cui le stagioni trascorrono paciose e indifferenti, nel loro eterno avvicendarsi.

Ognuna di esse porta i suoi regali: l’inverno, un freddo rovaio di tramontana che spazza tutta la valle, rovistando fin nelle ossa, così freddo e così umido che ai più poveretti manca perfino la forza di battere i denti, talmente ne restano intirizziti. Uomini, animali e cose, in questa stagione si chiudono come a riccio entro le case, dove tutti hanno almeno un focherello a cui scaldarsi. Tolti i bambini, scalzi o con miseri sandaletti ai piedi – che al mattino presto, al suono della campana piccola devono recarsi a scuola – rare sono le persone che d’inverno circolano per quei tratturi. Solo qualcuno per strada si spinge avanti a testa bassa contro il vento freddo alzando i baveri fin sul naso e stringendosi nei vestiti. Un saluto scambiato in fretta e via. Molti contadini e pastori vestono ancora la calda mastruca e nei giorni più gelidi aspettano che faccia sera discorrendo del tempo e delle greggi al tepore delle botteghe artigiane, ogni tanto alzando uno sguardo alle umide nubi che corrono piene d’ira verso le alture. Il buio scende prestissimo, l’inverno, a riempire di notte la valle di Bannari, dove ancora non è arrivata la luce elettrica. Durante le lunghe sere invernali si accendono le steariche o i lumi ad olio, che proiettano sulle pareti ombre e fantasmi, facendo rabbrividire i bambini. E quando per quelle redole deserte si ingolfano le folate di tramontana, enormi nuvole di polvere si rincorrono per l’abitato avvolgendo ogni cosa, alle volte incalzando furiosamente grossi palloni di spine o fieno strappati dalle aie. Nelle siepi della periferia che annunciano l’aperta campagna, pendono ancora i residui dell’estate: bioccoli di paglia trasportati dal vento e intrappolati fra i rami dei lentischi come mesti brandelli di un carnevale dimenticato. Qualche refolo d’aria muove spoglie di insetti che hanno finito la breve esistenza di un’estate, impigliate nelle grosse nappe delle siepi.

Al semibuio dell’umido mattino i contadini aggiogano i buoi e prendono la via dei campi per l’aratura. Qui il vivere quotidiano bisogna conquistarselo. Madre natura non fa preferenze con nessuno e non fa consegne a domicilio. Ognuno si deve lavorare la propria razione di ogni giorno. Un robusto aroma di toscano segna che è appena passato un muratore o qualche contadino più mattiniero o un pastore che si reca a mungere. Un tenue chiarore e un parlottare sommesso provenienti dalle imposte semichiuse indicano che una famiglia è già in piedi per fare il pane casalingo che durerà tutta la settimana. Vaga nell’aria un delizioso profumo di caffè che fa sprizzare la saliva in bocca.

Il tempo è indeciso. Folate di nebbia umida, che manca poco per diventare pioggia, portano un sentore di abbruschiad?a e di setole bruciate col fieno; altre volte, un profumino di carne in marinata e di sanguinaccio misto ad uva passa e profumo di mirto.

        Passata la boa del solstizio d’inverno, la temperatura si fa via via meno rigida e i primi passi della bella stagione sembra saggino esitanti la campagna. Fin dal mattino l’aria è purissima, serena e silenziosa. Talmente silenziosa che, passando tra gli stretti, puoi percepire il cigolìo di una culla o la voce di una nonna che canticchia la ninna nanna al nipotino. Giusto come nel mondo di Pascoli. Da lontano, dai campi, arrivano i gridi di incitamento dei contadini ai loro buoi che avanzano lentamente tracciando i solchi, e perfino si può udire lo scricchiolare dell’aratro di legno e lo stridìo del vomere quando raschia il sasso. E’ inebriante il profumo della terra appena aperta dal solco, che fuma di tiepido umidore in mezzo all’erbetta tenera. I pettirossi e is madixéddas (le cutrettole) zompettano squittendo tra le zolle. Il canto delle cince, dei merli, delle capinere e degli scriccioli riempie l’aria tutt’intorno, mentre sul mezzogiorno i bambini sciamano incontenibili fuori dalle aule spoglie e freddissime. Corrono felici nel sole radiante buttando in aria le cartelle di cartone e prendendo a pedate qualche barattolo di latta, passandoselo l’un l’altro come fosse il più bel pallone.

La primavera si annuncia con una vaga presenza di viole. Sulle prode sbuca la prima erbetta e sui muri il muschio si ravviva. Verso marzo, per l’aria già si spandono le fragranze dei mandorli e delle fave fiorite. C’è come un diffuso odore di miele e di gelsomini. Nelle siepi, tra i convolvoli e i rami del biancospino, ronza senza posa una moltitudine di minicreature alate, immerse nel sole primaverile. Tante piccole vite ricompaiono, si affacciano timidamente a ogni buco di muro, volano, camminano, saltano, girovagano, brusiscono per ogni dove. Il clima ogni giorno di più sensibilmente si riscalda e diventa più mite. Qua e là si alzano i fumi dei fuochi di primavera. In lontananza, sulle coste smeraldine, greggi avanzano lentamente come nuvole che migrano verso terre ignote. E’ un tripudio che si espande della stagione più gioiosa dell’anno. Non tarderà molto che essa consegnerà il testimonio all’estate. La bellezza della valle di Bannari nel tempo di primavera! La scienza di tutto l’universo non riuscirebbe a ricreare quell’ambiente agreste o a costruire un semplice petalo di quei fiori.

       Passato aprile, ecco irrompere decisa l’estate a spadroneggiare dappertutto col solito scialo. La canicola non si fa attendere, calcinando la terra e arroventando i sassi. Folate di scirocco, portano a tratti il fiato infuocato dell’Africa. Un’aria rovente che dev’essere il sovraccolmo del caldo infernale. Ora, il sole alto nel cielo lardella con gocce di fuoco la campagna. Nel villaggio e nelle campagne ferve ogni attività contadina. Solo i più accidiosi o i vecchi inoperosi si tengono in disparte da questa festa che tutto pervade. Ognuno è impegnato nel proprio lavoro. Sembra di vedere le formiche che schizzano dal formicaio alla pedata di un ragazzo. Canti e risa animano tutta la valle, che ora è marezzata di verde e d’oro, con i contadini intenti ai lavori della mietitura o della trebbiatura, e le donne a spigolare dietro ai mietitori. Da qualche parte del bosco viene il monotono canto del cuculo. La sera, quando tutta la natura si cheta respirando l’aria profumata della notte, la luna piena spunta dai crinali della Giara, e sbircia dalle callaie tra le fronde diffondendo un serenissimo lucore che quasi sembra giorno.

E dopo l’estate ecco l’autunno, pure lui sempre puntuale e generoso, con i suoi frutti, i raccolti dei campi e i ricchi doni della nostra madre terra che nutre tutti i viventi: il frumento, l’uva col suo divino nettare e ogni genere di frutti dolcissimi. E’ il tempo della vendemmia e della spremitura delle olive. In quelle strettoie bordate di una fascia d’ombra, corre l’odore penetrante dei fiscoli gonfi delle sanse appena torchiate. L’uva nelle vigne è matura e già si pensa ai lavori della vendemmia. I pampini prendono il colore del rame e gli acini si riempiono di sole. I contadini, nei cortili e nelle viuzze, sgrommano botti e tini e bigonce, sciacquandoli energicamente per togliere le incrostazioni dai fondi. Lungo le vie del villaggio si diffonde l’afrore del mosto e delle uve appena pigiate. I granai e i solai delle case ora sono pieni di frumento e dei tanti legumi che traghetteranno la famiglia lungo tutto l’inverno fino al prossimo raccolto. A tratti, giunge per l’aria il trillare allegro del martello del fabbro sull’incudine. Fili di fumo si alzano pigramente dai camini delle case o dai campi, dove i contadini debbiano le ultime stoppie prima della nuova aratura. L’odore della terra in autunno, già temperata da qualche breve pioggia, si spande per ogni dove e si confonde con “l’acre odor dei vini”.

Le giornate autunnali di Bannari sono silenziose e assorte: la frenetica girandola dell’estate e le feste della vendemmia sono ormai passate. Gli alberi e le siepi dismettono i colori vivaci e le foglie ingiallite si accomiatano volando via meste nell’aria. Nei margini bruciati dalla calura riappare un’erbetta tenera: l’ultimo segno di vita della terra prima dei rigori invernali. Anche le case sembrano addormentarsi in un torpore letargico. Tutta la natura appare quasi trepidante per un ignoto domani. Ora il mattino è diventato di nuovo buio e umido. Poche le sagome infreddolite che si materializzano nella nebbia evanescente. E’ tornato ancora l’inverno, a cui di nuovo seguirà la primavera, l’estate…, eccetera; ogni stagione ci racconta le sue mini cronache belle o tristi di un piccolo mondo che oggi non esiste più.

 

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