MICHELE SCHIRRU ED EMILIO LUSSU: STORIE DI SARDI … SARDI CHE HANNO FATTO LA STORIA

immagine di Michele Schirru
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di Sergio Portas

Quando gli emigrati italiani  erano i “rumeni” di adesso ne dovettero subire di cotte e di crude, ché si portavano sulle spalle i pregiudizi tanto di moda nell’odierna terra padana (ma il fenomeno si diffonde inesorabile per tutto lo stivale): quello di essere sporchi e di puzzare di aglio, di rubare il lavoro degli altri, di girare con in tasca il coltello, di essere tutti anarchici o peggio ancora comunisti. Nei giorni che Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti venivano “giustiziati” con la sedia elettrica, a partecipare alle innumerevoli manifestazioni contro l’assurdo processo che li aveva messi a morte era anche un giovane anarchico sardo, nato a Padria nel 1899, a un quarto d’ora di cavallo da Pozzomaggiore, paese della madre dove vivrà coi suoi dai due anni. Michele Schirru. Di lui la Garzanti  ripubblica ora il libro del nostro Giuseppe Fiori. Nostro perché sardo di Silanus, perché fu giornalista con la schiena dritta, come diceva Enzo Biagi, perché seppe vedere per tempo la deriva democratica in cui questo nostro paese si sarebbe impaludato: il suo “Il venditore. Storia di Silvio Berlusconi e della Fininvest” è uscito sempre per Garzanti nel 1995, nostro per quel tocco di poesia che spesso riesce a tinteggiare la tela delle sue pagine nei numerosi libri che ci ha lasciato. Dirò fin d’adesso che il libro ripubblicato su Schirru si intreccia con un’ analoga uscita editoriale di questi giorni, per B.C.Dalai, che titola “Emilio Lussu, Diplomazia clandestina”. Ma torniamo al libro di Fiori e di conseguenza all’anarchico sardo che , lasciati in America la moglie e due figli in tenera età, se ne torna in Italia con la fervida intenzione di attentare alla vita di Benito Mussolini. Già sapete che non ci riuscì, il Duce del fascismo esalò l’ultimo respiro in maniera violenta, pallottole di moschetto quelle del plotone partigiano che lo fucilò a Dongo, analoghe a quelle che misero fine alla vita di Schirru, fucilato alla schiena da un plotone d’esecuzione interamente formato da soldati sardi. Ventiquattro “volontari” che si dispongono a quindici passi da lui. Schirru aveva, quando venne arrestato a Roma,  con sé una rivoltella (con cui tentò di uccidersi e ferì invece due poliziotti) e nell’albergo dove aveva preso dimora due bombe di fabbricazione artigianale. Era stato segnalato come “elemento pericoloso” dalla polizia segreta fascista, l’OVRA, e sopratutto, una volta arrestato, non fece mistero di questa sua volontà di voler uccidere il Duce, senza che però nel tentativo potessero essere coinvolte persone innocenti, di qui il pensiero di usare una rivoltella e non una bomba, come spesso gli anarchici del tempo usavano quasi a firma delle loro azioni. Anche i socialisti per la verità facevano delle distinzioni capziose in merito, nel 1910 l’allora giornalista di “Lotta di classe” Mussolini Benito scriveva che: “Ammetto senza discussione che le bombe non possono costituire, in tempi normali, un mezzo d’azione socialista. Ma quando un governo- repubblicano o imperiale o borbonico- imbavaglia e vi getta fuori dall’umanità,oh! Allora non bisogna imprecare alla violenza, anche se fa qualche vittima innocente”. Diversamente da lui di vittime innocenti Schirru non ne voleva nemmeno sentir parlare. Certo tra il dire e il fare ce ne corre, Mussolini era naturalmente portato all’iperbole, ma anche tra il pensare di uccidere e il farlo effettivamente corre un salto logico insuperabile. Ebbene quel salto non volle vederlo il tribunale speciale fascista che si occupò del caso, e l’anarchico venne condannato a morte per quella sua infausta intenzione. Altri tempi direte voi, tempi in cui il potere giudiziario era dipendente da quello politico, in cui il ministro dell’interno poteva “consigliare” ai pubblici ministeri quale azione penale fosse più urgente intraprendere. Sapete bene che primaria intenzione di codesto ministero che regge le sorti del bel Paese dove il sì suona è proprio di porre mano a una cosiddetta riforma della giustizia che vada proprio in questo senso. Sia pure per porre fine a quelle camarille di stampo comunista che, all’interno del potere giudiziario, ordiscono tentativi insurrezionali atti a sovvertire il sovrano decreto popolare . Espresso nella sacra urna elettorale. Codesta leggenda metropolitana non gira più solo nelle televisioni e nei giornali posseduti da Berlusconi Silvio (l’80% dei media nazionali), nonché nelle bocche dei suoi senatori e deputati nonché alleati di padania stirpe, oramai non ci si vergogna più neanche a tirarla fuori in consessi internazionali dove la povera Italietta viene compatita e derisa. Ma fortunatamente per noi e i nostri figli e nipoti il regime democratico che ci tutela impedisce, ad esempio, che chi abbia l’insana idea di scagliare manufatti di peso sul viso del presidente del consiglio di turno non venga condannato all’ergastolo. Durante il ventennio fascista anche le forze democratiche dei fuoriusciti si interrogarono spesso sull’eventualità di ricorrere a un gesto “eclatante” che potesse porre fine alla vita del Duce e a quella del fascismo italiano. Non tanto i comunisti che rifuggirono sempre  da queste pratiche quanto quelli di Giustizia e Libertà. E qui entra in gioco l’altro sardo del nostro narrare: Emilio Lussu da Armungia. Lui se ne era fuggito dal confino di Lipari, si nascondeva dall’Ovra e tramava. Scrive: “Se ognuno di noi avesse dato qualche cosa di se stesso e avesse potuto legare la sua azione a quella di altri e renderla collettiva, certo la vittoria sarebbe stata più rapida”. La sua idea portata avanti con costanza era quella di usare il suolo sardo come piattaforma ideale per creare una prima forza di resistenza partigiana. Scrive ancora: “…Mi sembrava che coordinare compagnie e battaglioni per azioni principali in punti d’importanza strategica  sarebbe stato piuttosto semplice… Ero convinto che, così facendo, si sarebbero acquistate le simpatie e il favore delle truppe dell’esercito italiano che nell’isola era prevalentemente formato da sardi. L’aspirazione autonomista era diventata generale: il fascismo ne aveva potuto arrestare lo sviluppo ma non distruggere la vitalità”. I piani operativi erano pronti, fin i soldi necessari erano stati nascosti nella classica valigia a doppio fondo, ma all’ultimo momento i politici inglesi decisero che non se ne sarebbe fatto nulla. Ma Lussu continuò a cospirare. Incontrò anche Michele Schirru a Parigi, lui lo accompagnò al treno che avrebbe preso per entrare in Italia. Dice giustamente Fiori: “Che cosa sa Lussu? E’ verosimile che Schirru l’abbia tenuto all’oscuro del suo disegno?”. I due antifascisti sardi erano ambedue uomini d’azione, convinti che le idee che fanno progredire l’umanità viaggiano sulle azioni degli uomini in carne ed ossa. E che ci sono tempi nei quali essere neutrali significa consegnarsi, per anni, a un vivere miserabile in cui libertà e sovranità popolare sono annullate e negate.  Leggere questi libri aiuta a decifrare anche i tempi presenti, che lo spirito d’autonomia dei sardi pare aver ritrovato lo slancio dei bei tempi andati è solo parzialmente contraddetto dalle diatribe che contraddistinguono le ultime vicende dell’Irs coi suoi fondatori e dirigenti. Che una deriva antidemocratica e particolaristica contraddistingua il cosiddetto partito della libertà con gli indipendentisti padani è cosa di cui sono oramai più che certo. Che tocchi a tutti vigilare sulla Costituzione che (ancora) regge la fragile democrazia uscita dagli orrori dell’ultima guerra mondiale, col lavoro posto a fondamento del suo carattere repubblicano. Il lavoro di tutti, quelli che guadagnano ogni giorno quanto un operaio in due anni e anche quelli a cui tocca la catena di montaggio. Uguali davanti alla legge. Senza lodi di sorta. Bello che siano i sardi Fiori, Schirru, Lussu a rammentarci quanto sia importante vivere assieme per questi valori di fondo. Un ultimo ricordo personale, babbo mio fu in Spagna con l’esercito italiano che aiutò Franco ad affossare la repubblica spagnola, là vi conobbe  e fu commil
itone del fratello di Schirru, Peppino. Tutte e due tornarono coi gradi di sergente maggiore. Io a sparare me la cavavo, mi diceva, ma Schirru era un cecchino formidabile. Vite di sardi.

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