LA POLIFONIA POPOLARE SARDA: CONFERENZA A ZURIGO CON IL CIRCOLO "EFISIO RACIS"

A Zurigo c'è il circolo sardo "Efisio Racis" presieduto da Mario Usai
A Zurigo c'è il circolo sardo "Efisio Racis" presieduto da Mario Usai

di Andrea Deplano

La relazione del professor Andrea Deplano con la partecipazione dei Tenores Monte Bannitu di Bitti

II canto polivocale sardo più conosciuto nel mondo è, con certezza, il canto a tenore. Si tratta di una forma di produzione canora molto singolare. Si compone di due linguaggi: uno poetico-testuale ed un altro sonoro-musicale. Quattro persone sono coinvolte nella costruzione di questo canto. Un solista intona una poesia scegliendo un tipo di melodia su cui articolare il canto. La lunghezza dei versi e la struttura della strofa determinano la forma melodica. Si può cantare per esprimere sentimento amoroso, passione politica, impegno sociale, satira, ironia, memoria personale, per esaltare la città natale, l’ambiente, la pace… Ai versi intonati dal solista risponde il coro formato da tre voci di natura e timbro molto diversi. La nascita del canto a tenore è avvenuta in epoca remota e la sua forma di confezione si è mantenuta pressoché inalterata nei secoli e nei millenni. Ha stretta parentela con lo strumento polifonico più antico del Mediterraneo: le Launeddas. La struttura armonica delle tre canne corrisponde esattamente a quella del coro. II basso è una voce molto grave. Scura. Proviene dalle viscere e si sonorizza nella gola e nel naso. Può avere coloritura sorda, stridente, cavernosa. Ricorda, a volte, lo scacciapensieri ma anche il belato della pecora. La contra è voce grave e ancor più rude del basso. Somiglia a quest’ultimo, tranne che per la mancanza di sonorizzazione nasale. Può avere coloritura bronzea-metallica, svelare particolari venature bovine, animali. È voce molto creativa benché grave. La mesu-voche è assai acuta. Copre il ruolo del falsetto e serve sia per unire i timbri delle due voci gutturali che per guidarle nell’articolazione dei percorsi sonori creati da sillabe senza significato. Ha suono nasale oppure acuto-metallico, lucido e brillante. Somiglia al ronzìo del calabrone ma anche al sibilare del vento o, al sonaglietto degli agnellini. Questo canto non è comune a tutta l’isola. È diffuso in una vasta area che si estende dall’alta Ogliastra (Urzulei…) fino all’alta Baronia (Torpé, Padru) nella parte orientale e da Seneghe fino a Bosa nella parte occidentale. I comuni dell’area di diffusione si trovano nelle province di Ogliastra, Nuoro, Gallura, Sassari, Oristano. È un canto tanto singolare che nel corso del 2006 è entrato a far parte del patrimonio dei beni intangibili dell’umanità essendo riconosciuto dall’Unesco. È segno identitario per la Sardegna ed i suoi abitanti, di ogni zona dell’isola. Chiamato canto dei pastori è, invece, eseguito da professionisti, artigiani, operai, studenti. Chiunque abbia amore per la lingua sarda, la poesia, il canto ed il divertimento da condividere con amici, lo pratica con dedizione, dai 12-14 anni fino ad età molto avanzata. I corpi dei cantori sono immobili, trasfigurati in una fissità essenziale. La voce solista ha sguardo quasi assente, fronte corrucciata, muscoli addominali tesi per la contrazione del diaframma. Le voci del coro fanno cerchio per sentirsi meglio a vicenda. I loro corpi sconfinano nello spazio vitale altrui. Le braccia cingono le spalle del vicino. II gomito poggia sulla spalla del compagno mentre la mano è portata fra bocca e orecchio propri. Si comunica con sguardi di approvazione o rimprovero, a seconda della riuscita della cantata. Insieme si orchestra un’armonizzazione di consonanze per costruire musica sullo stimolo del canto della voce solista. È un’espressione di democrazia partecipativa: non c’è un capo che diriga, si canta per proprio diletto e per quello dei propri compagni. Si canta dappertutto perché le parole della poesia sono composte per esprimere messaggio valido ovunque.

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