IL RAPPORTO 2010 CARITAS – MIGRANTES: SEMPRE PIU' GLI STRANIERI CHE LAVORANO IN ITALIA (LA SITUAZIONE IN SARDEGNA)


di Francesca Madrigali *

Tutto congiura a favore dell’integrazione e dell’amicizia fra i popoli, perfino i dati statistici che dimostrano la capacità e la volontà, anche, di integrarsi nella società italiana e talvolta perfino di “essere” italiani a tutti gli effetti, tasse comprese: eppure “la cultura dell’altro”, questo lo slogan scelto nel 2010 dalla Caritas per il suo dossier statistico sull’immigrazione, non è ancora di facile comprensione e accoglimento oggi in Italia.
Alla presentazione del volume nel teatro di Sant’Eulalia a Cagliari, coordinata dal giornalista Gianni Zanata, hanno partecipato anche il direttore della Caritas diocesana don Marco Lai, le rappresentanze della Prefettura, della Regione e della Provincia di Cagliari, il redattore di questa ventesima edizione Raffaele Callia e alcuni protagonisti del mondo dell’accoglienza e dell’integrazione culturale. La sede non è casuale, poiché lo storico quartiere della Marina è da molti anni diventato un esempio di convivenza e integrazione fra le diverse comunità. Il rapporto sull’immigrazione Caritas/Migrantes è uno strumento nato all’inizio degli anni Novanta su iniziativa del direttore della Caritas diocesana di Roma, monsignor Luigi di Liegro. Il dato statistico – e la sua interpretazione- chiariscono, spesso, anche gli aspetti della realtà più sovra o sottostimati: basti pensare, ad esempio, ai numeri dell’immigrazione o all’apporto economico dei lavoratori stranieri in Italia. All’inizio del 2010 l’Istat ha registrato 4 milioni e 235mila residenti stranieri, ma secondo il dossier Caritas, includendo tutte le persone regolarmente soggiornanti seppure non ancora iscritte all’anagrafe, si arriva a 4 milioni e 919mila (1 immigrato ogni 12 residenti con una incidenza femminile del 51,3%, suddivisi in circa un milione di romeni, 500mila fra albanesi e marocchini, 200mila fra cinesi e ucraini). Eppure gli italiani, secondo la ricerca Transatlantic Trends del 2009, pensano che gli immigrati incidano per il 23% sulla popolazione residente, attribuendo loro una consistenza numerica di circa 15 milioni. Peraltro, visto che nel nostro Paese gli over 65 hanno già da tempo superato i minori di 15 anni, gli oltre 100 mila bambini che ogni anno nascono da madre straniera (dai 21 mila della Lombardia ai meno di mille della Sardegna), costituiscono un parziale correttivo al nostro equilibrio demografico, incapace da solo di garantire il “rimpiazzo” (ovvero almeno due figli per donna). Un aspetto molto interessante riguarda la vitalità delle imprese e del lavoro autonomo e il contributo importante che gli immigrati danno al sistema Italia, pensioni e contributi compresi. Secondo le stime riportate nel dossier il rapporto tra spese pubbliche sostenute per gli immigrati (sanità per i regolari e gli irregolari, scuola, servizi sociali comunali, pensioni ed edilizia, fino ad arrivare ai costi carcerari e dei Centri di accoglienza) e le tasse da loro pagate va a vantaggio del nostro Paese. Le uscite sono state di circa 10 milioni di euro, le entrate assicurate dagli immigrati ammontano a circa 11 miliardi, suddivise tra tasse (2,2 miliardi), Iva (un miliardo), ben 7,5 miliardi di contributi previdenziali, che hanno permesso all’Inps di mantenere negli anni 2000 un bilancio costantemente in attivo, anche perché si tratta solitamente di lavoratori giovani e dunque lontani dall’età pensionabile. Viene spontaneo chiedersi se coloro che vorrebbero “rimandarli a casa loro” senza se e senza ma sanno che gli immigrati contribuiscono al nostro zoppicante Pil (ritmo di crescita passato dal 3,8 negli anni Settanta allo 0,3 negli anni Duemila) nella misura del 11,1% (stima Unioncamere 2008), soprattutto in agricoltura, edilizia, industria, servizi alla persona e cura familiare. Secondo l’Istat, nel 2009, mentre l’occupazione complessiva diminuiva di 527mila unità, i lavoratori stranieri sono aumentati di 147mila, con una incidenza dell’8,2% sul totale degli occupati e una retribuzione netta mensile che in media è inferiore del 23% a quella degli italiani (differenza ancora più netta per le donne straniere). Il settore delle imprese è molto dinamico anche in periodi di crisi: al 31 maggio 2010 sono infatti risultate iscritte circa 213 mila imprese con titolare straniero, 25mila in più rispetto all’anno precedente. Queste attività incidono per il 3,5 per cento su tutte le imprese operanti in Italia. Gli insediamenti stranieri sono prevalenti nel Nord e nel Centro, soprattutto a Roma e Milano (rispettivamente con 270mila e 200 mila residenti); nel Meridione si evidenziano alcune comunità (ad esempio gli albanesi in Puglia o i tunisini in Sicilia). Il fattore criminalità conosce diverse sfumature a seconda del periodo e dell’entità del flusso migratorio, in costante aumento a partire della metà degli anni Novanta. I redattori del dossier statistico Caritas/Migrantes hanno condotto diversi approfondimenti sul tema: la persistente stigmatizzazione degli albanesi, la diffidenza verso i romeni in costante aumento negli ultimi due anni, e la costante problematicità del rapporto con i rom.
Il fenomeno è stato analizzato anche dal Rapporto del Cnel sugli indici di integrazione riguardanti le principali collettività (2010), per cui il tasso di criminalità addebitabile agli stranieri arrivati ex novo nel nostro paese (quelli cioè che suscitano maggiori timori) è risultato nel 2005-2008 più basso, rispetto a quello riferito alla popolazione già residente. Va detto anche il coinvolgimento criminale dei cosiddetti “irregolari” è innegabile e di difficile quantificazione, di conseguenza va esaminato con rigore proprio perché sembra costituire l’origine principale del timore e senso di insicurezza degli italiani. Nel 2009 gli irregolari (stima Ocse) sono valutati in circa 500-750 mila unità, i respingimenti soni 4298, circa diecimila gli immigrati ristretti nei Centri d’accoglienza e 14 mila i rimpatri forzati. Uno scenario complesso, insomma, in cui il ritmo d’aumento delle denunce contro i cittadini stranieri è molto ridotto rispetto all’aumento della loro presenza, ma la percezione del cittadino appare assai diversa. In Sardegna, che accoglie soltanto lo 0,8% di tutti gli immigrati residenti in Italia, la popolazione straniera ha continuato a crescere di alcune migliaia (dati del 2009), con 33 mila persone iscritte all’anagrafe, 38-39 mila stimate, e una ininterrotta preponderanza della componente femminile (55,3 per cento). La tendenza, spiega il dossier Migrantes, sembra essere quella di una regione non più “di passaggio” verso altre mete, quanto destinazione stanziale, di ricongiungimento familiare e di stabilità. Il 55% viene dall’Europa, in particolare dai Paesi appartenenti alla Ue, e le province di Cagliari e Olbia-Tempio ospitano congiuntamente il 61% della popolazione straniera (rispettivamente 11.009 e 9208 unità). Seguono le province di Sassari (5.617 unità, corrispondenti al 16,9), Nuoro (2.811, pari all’8,4), Oristano (1.959, col 5,9), Carbonia-Iglesias (1.195), Ogliastra (786) e Medio Campidano (716 presenze). La comunità romena è la più numerosa in ciascuna delle otto province sarde (8.259 unità totali, con un incremento del 24 per cento nell’ultimo anno). Dopo la Romania, si collocano ai primi posti il Marocco (con 4.132 presenze, pari al 12,4 per cento), la Cina (2.548, cioè il 7,7), il Senegal (2.250 presenze), l’Ucraina (1.540 unità), la Germania, le Filippine, la Polonia ed altre collettività con meno del 3 per cento ciascuna.  L’apporto demografico è importante: i dati Istat rilevano che, alla fine del 2009, la popolazione totale residente in Sardegna era di 1.672.404 persone, con una crescita di 1.403 unità, a fronte di un saldo naturale negativo (-1.488). L’anno prima, però, c’era stato un aumento di ben 5.384 unità, grazie al saldo migratorio positivo (+2.891). Dal 2001 al 2009 il dato relativo agli stranieri residenti in Sardegna è cresciuto del 213,1%, mentre la componente sarda cresceva solo dell’1,2%. Gli immigrati continuano, nonostante le difficoltà, a mandare i soldi a casa: le rimesse più consistenti sono quelle degli immigrati del nord dell’isola, in particolare verso la Romania (18.128.000 euro, pari al 27,7% di tutte le rimesse inviate dalla Sardegna). L’entità delle rimesse risulta in continua crescita, sebbene l’incremento registrato tra il 2008 e il 2009 (+6) appaia più contenuto rispetto a quello del periodo 2007-2008 (+10,6). La scuola vede circa 3800 alunni iscritti, soprattutto nella scuola primaria (35,1%), con una prevalenza di studenti marocchini e romeni (20,8 e 18,7). Seguono gli alunni cinesi (8,3), presenti in prevalenza nelle scuole della vecchia provincia cagliaritana; quelli filippini (4,5), iscritti quasi esclusivamente nelle scuole cagliaritane; i polacchi (3,4), maggiormente presenti nelle scuole della provincia sassarese; i tedeschi (3); gli ucraini (2,8); i senegalesi (2,7); i bosniaci (2,6) ed altri studenti stranieri. Il mercato del lavoro ha visto anche nel 2009, anno particolarmente duro per la nostra economia minori difficoltà per l’inserimento dei lavoratori stranieri, probabilmente grazie a una loro tendenziale propensione ad adattarsi a qualsiasi proposta lavorativa. I 23.127 occupati netti a fine 2009 risultano impiegati per la maggior parte nei servizi (14.903 persone, pari al 64,4%), 5.885 persone nell’industria, pari ad un quarto degli occupati netti (una quota in calo rispetto a un anno prima), in particolare nel settore edilizio, con 3.416 addetti, nell’agricoltura e nella pesca (1.800, pari al 7,8). Assai interessante è la valutazione del “potenziale di integrazione” nei territori italiani e dunque anche in Sardegna, basato anche sulla integrazione lavorativa degli stranieri. Le loro assunzioni sono diminuite (- 1.080 unità in meno rispetto al 2008 e ben 2.490 in meno in confronto al 2007), ma analizzando la congiuntura economica si rileva, secondo il settimo Rapporto del Cnel, che come “pur con un potenziale di integrazione che risulta il più basso tra tutte le regioni italiane, le condizioni generali d’inserimento sociale e occupazionale degli immigrati, al suo interno, non differiscono in misura rilevante da quelle degli italiani. Ciò vuol dire che la debole capacità di inserimento socio-lavorativo che è stata rilevata nel contesto sardo, quando se ne è misurato il potenziale di integrazione, è di natura essenzialmente strutturale”. Questo significa soprattutto che le difficoltà “classiche” di inserimento degli stranieri – trovare un lavoro regolare, potersi permettere una casa, partecipare alla vita sociale del territorio- non sono dissimili da quelle dei residenti sardi. La minima distanza esistente tra gli immigrati e i locali svela, dunque, la preoccupante situazione “strutturale” in cui si trova la Sardegna oggi.

* da Sardi News

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