"SA BIRGONGIA DE FAEDDARE IN SARDU!": QUEL CONVEGNO A PATTADA E QUELLA VOGLIA MATTA DI PARLARE IN SARDO CON TUTTI

Alexandra Porcu del circolo sardo di Berlino, quel giorno a Pattada...
Alexandra Porcu del circolo sardo di Berlino, quel giorno a Pattada...

di Alexandra Porcu

“Su nomine meu est Alexandra Porcu. Soe naschida e creschida in Berlinu e appo imparau su sardu leghendelu in sa retza. Soe cuntenta meda chi potho fagher custa moderazione e la app’a fagher in sardu, ca pesso chi nois sardos deppimus semper faveddare in sardu tra nois. Ispero ch’e appustis at a abarare unu pacu de tempus pro una discussione chin bois.”, ho detto. La sala era gremita di gente. Ha incominciato a parlare Roberto Bolognesi (ricercatore assotziadu in s’universitade de Amsterdam): ”Limba, limbas e dinari”, il titolo della sua presentazione. Poi Guido Mensching (Professore de linguistica romanza in s’universitade de Berlinu): ”Deche annos de limba e curtura de sa Sardigna in internet”, poi: Emilia Calaresu (Professoressa assotziada de linguistica generale e applicada in s’universitade de Modena): ”Funzione del linguaggio e sperimentazioni linguistiche in Sardegna”, poi: Giorgio Cadorini (assistente ispezializadu de italianistica in s’universitade de sa Slesia, Opava): ”La codificazione del friulano è completa, cosa ci aspetta?” e last but not least: Xavier Frías Conde (docente de sa universitade complutense de Madrid): ”Sa situazione de sas limbas ispagniolas segundu sa legge”. Mi è piaciuto tanto che Emilia Calaresu e Giorgio Cadorini si sono scusati perché hanno fatto le loro presentazioni in italiano e non in sardo. Già questa mi è sembrata una piccola rivoluzione. Poi c’è stato un code switching. La prima persona che è intervenuta dal pubblico è stata Diego Corraine, e per me è stata una grande sorpresa che abbia parlato in italiano. Ma non era lui quello della LSU, ma non è lui la ragione per la quale la città di Nuoro è piena di adesivi in limba? Propiu isse allegat in italianu? Certamente ha dato un esempio perché tutti quelli che l’hanno seguito hanno usato l’italiano per esprimere il proprio pensiero. Mi sentivo già male perché andavo avanti nel mio sardu porcheddinu. Poi finalmente un ragazzo – purtroppo non mi ricordo il nome, ma mi sa di averlo visto anche a Laconi – ha preso il microfono ed è intervenuto in limba. In un dialetto bellissimo, usando la fricativa laterale e la pronuncia da lingua materna, almeno per le mie orecchie tedesche. E poi dicono che i giovani stanno perdendo la lingua. Invece credo che è arrivato il tempo dove i grandi potrebbero imparare qualche cosa dai giovani. C’era anche unu tziu che ha detto che non si potrebbe mai immaginare di scrivere “Pattada” con una –t- perché deriva dal Latino. Ed è vero che tantissime parole latine che in latino avevano il nesso –ct-, in italiano hanno la doppia –t-, come “nocte” e <notte> o “octo” e <otto> e ”che sarebbe strano scrivere in sardo senza le doppie”. A parte il fatto che questa visione della vicinanza al latino è una forma di purismo che non accetto perché è una tesi ambigua. Altrimenti dovremmo ancora scrivere in latino se vogliamo veramente seguire questa linea. Devo dire che non ho mai sentito uno spagnolo lamentarsi perché in spagnolo non si usano le doppie nello scritto (a parte la doppia –rr- e –ll-). Sarà meno latina questa lingua? E visto che stiamo parlando degli spagnoli. Tutti cercano il prototipo per ”come si fa” in Catalogna come se loro non avessero dei problemi. Non esistono il valeciano o il mallorquin? Non sentono il auto-odi nei confronti di Barcelona? Il purismo. Ed è vero che Max Leopold Wagner ha sostenuto che la vicinanza al latino sarebbe il non plus ultra. Ma cento anni fa. Ma la possiamo smettere di vedere il mondo con gli occhi di persone morte? Siamo vivi e siamo noi che possiamo cambiare il nostro mondo, il nostro mondo sardo. A vent’anni parlavo male la lingua italiana. Quando mia madre mi parlava in italiano le rispondevo in tedesco perché mi vergognavo. Avevo la “r moscia”, non conoscevo ne il congiuntivo ne il condizionale e non sapevo neanche che tempo fosse il passato remoto. Anzi, non era neanche italiano ciò che parlavo, era un Italiano porcellino, incolto, peggio di quello di una bambina di quattro anni. Solo oggi, quasi dieci anni dopo ho il coraggio di scrivere in questa lingua e faccio ancora tantissimi errori perché non sono abituata. Nel 2001 ho iniziato a studiare filologia italiana, spagnola e inglese. Nel primo semestre ho fatto un corso sulle lingue minoritarie in Italia e Francia. Il professore mi ha guardato e mi ha chiesto: “Lei si chiama Porcu di cognome? È sarda? Ma lo parla il sardo?” Le mie risposte erano: “Sì, Mezza, No!”. Il mio professore adora tutti i linguaggi, e più o meno mi ha costretto a fare una relazione sulla lingua sarda. Mi ha consigliato un libro di un certo Guido Mensching che aveva scritto un’ introduzione alla lingua sarda – o diciamo al nuorese. Un paio di mesi dopo mi è arrivata una lettera a casa. “Circolo sardo di Berlino, Convegno sulla lingua sarda”- non mi lu ammento prus. Comunque, ero libera e ci sono andata e ho visto per la prima volta questo professore: Guido Mensching. C’erano tantissimi linguisti. Il convegno durava due giorni e cercavo di capire di che cavolo stavano parlando. Massimo Pittau, Michele Contini, Roberto Bolognesi, Diego Corraine, Xavier Frìas Conde, Michael Allan Jones, Rüdiger Wolff, Peter Koch e tanti altri che parlavano di una lingua che io avevo solo sentito parlare da zia Luigina a Villaputzu. Mia madre non la parlava mai. Mia madre è nata nel 1958. Oggi mi ricorda il Franchismo: <Hablad en lengua cristiana>. Forse anche l’italiano in quel tempo era la lingua cristiana. E forse mia madre si sentiva ogni volta la mano di nonno Giulio in faccia quando voleva aprire la bocca per usare quella lingua dei contadini e pastori. E fino ad oggi lo parla solo con zia Luigina, di nascosto. Oggi quando cerco di parlare in sardo con mia madre, che lo conosce ancora benissimo pur essendo già da trent’anni in Germania, lei mi fa lo stesso giochino che io le facevo dieci anni fa: mi risponde in lingua cristiana.  Sa bregonza innata dei sardi. Anche al convegno di Berlino nel 2001 c’erano pochi che hanno fatto la presentazione in sardo, la lingua dominante era la lingua italiana. Alcuni che stavano nella LSU e che avevano già fatto tantissime ricerche sul sardo e che avevano già scritto delle grammatiche in sardo parlavano in lingua cristiana. Anche se magari non è il concetto della lingua cristiana nel senso di Franco, è il disagio che uno sente perché non parla bene una lingua. E mi chiedo: Cosa dobbiamo fare? Cosa avrei dovuto fare io? Lasciar perdere l’italiano perché lo parlavo male? Io ho capito a vent’anni che è un regalo conoscere due lingue e che non avrò mai la capacità di conoscere l’italiano così bene come conosco il tedesco. Ma me ne sono accorta che alcune cose nel pensiero italiano erano più facili da capire studiando non solo la storia e la cultura, ma anche la lingua. Anche se è poco, e come vedete, dicendolo con le parole di Grazia Deledda: “io non riuscirò mai ad avere il dono della buona lingua, ed è vano ogni sforzo della mia volontà. Scriverò sempre male, lo sento, perché l’abitudine di scrivere cosi come viene è radicata nella mia povera penna”. Però quando guardo nello specchio non vedo un viso tedesco, e quando guardo nel mio passaporto italiano, non vedo un nome italiano. Sunt atteras, sas raichinas meas. E credo di poter capire meglio queste radici con la lingua sarda. E vi vorrei scrivere questo in sardo, ma credo che ci vorranno almeno altri cinque anni per poterlo fare. Nel 2002 mi sono iscritta nella lista – limba – e li era ancora peggio. Non capivo quasi niente. Non era il sardo del libro di Guido Mensching e neanche il sardo di zia Luigina. Le persone scrivevano e scrivono nei propri dialetti e ci vuole un po’ di tempo per capire i contenuti e le diverse forme della grammatica dei vari dialetti. Forse dopo un anno per la prima volta ho provato a scrivere in sardo. E poi solo poche frasi perché sentivo di nuovo custa bregonza. Pochi leggevano i miei testi perché facevo troppi errori, si capiva male. A bellu a bellu, mi. Sono rimasta perché ho ere
ditato sa conca sarda puru. Tantissime persone nella lista, soprattutto tante donne sono scomparse. Voglio imparare il sardo. Ancora non so quale sardo. Li vorrei imparare tutti perché ogni variante ha il suo fascino. Ma non è possibile. O forse è la ragione per la quale Roberto Bolgnesi dice che io parlo un sardo che mi sono inventato io. Stavamo cenando a Pattada nell’hotel e noi stavamo parlando con su mere che ci ha risposto in lingua cristiana. Ha detto che si sente meglio quando parla in italiano. Certo è così, ma se non lo studi almeno un pò e soprattutto se non lo parli mai, la situazione non cambierà. Tutti i sardi che conosco mi correggono in continuazione. Non est gai, est goi. Al circolo sardo vengono i sardi da tutta la Sardegna, soprattutto gruppi di Tenores. Li costringo sempre a parlare in sardo con me e lo fanno volentieri perché sono felici che una persona di fuori parli la loro lingua. E veramente, sono soprattutto i contadini e pastori che parlano in sardo con me. Ma la lingua sarda non è la lingua dei contadini e dei pastori, la lingua sarda è la lingua dei sardi e i sardi finalmente dovrebbero capire che sono bilingui, anche coloro che hanno come lingua dominante l’italiano. Come la mia lingua dominante è e rimarrà sempre il tedesco. Anch’io mi sento ancora sa bregonza quando parlo in sardo perché non sono abituata e perché lo parlo male. E soprattutto lo scrivo male. Ma non è facile. Sapete perché? Perché ci sono tanti sardi intellettuali che non accettano la parlata sbagliata. Nanni Falconi mi aveva invitato per il convegno a Pattada “Limbas de minoria ufiziales in Europa, su sardu non est a sa sola”. Quando sono arrivata siamo andati a Laconi perché c’era l‘ altra conferenza e volevo conoscere Peppe Corongiu e gli altri che scrivono nella lista o comunque persone che sono conosciute perché si occupano della lingua sarda. Pur troppo siamo arrivati tardi e ho sentito solo gli ultimi interventi. Ma l’atmosfera era bellissima. Quando la gente è uscita dalla sala parlava in sardo. Ed anche mentre pranzavamo. Deve essere così. Poi di sera siamo passati a Pattada per salutare gli altri relatori. Amus manicau sas pelitzas in paris e amus buffau vinu nieddu. Il giorno dopo siamo arrivati a Pattada verso le quattro, il convegno doveva iniziare alle sei. È venuta tanta gente pattadese e tanti d’altri paesi. Ho fatto la moderazione. Prima la volevo fare in lingua italiana perché parlare in pubblico in sardo sarebbe stato la prima volta. Ma poi quando ho preso il microfono, nel giro di due secondi ho cambiato idea: E sono i sardi che devono anche accettare che uno che impara la lingua sarda fa degli errori.  E no. Dopo il convegno c’era un incontro nel Centro Sociale di Pattada. Ed ho colto l’occasione di poter chiedere a Diego Corraine perché ha parlato in italiano. La sua risposta era: ”Ma io parlo sempre in sardo, normalmente”. Allora questa situazione non era normale? Poi mi ha detto che parlando in sardo dicevo sempre –che- invece di –chi- e che era una cosa fastidiosa. E gli ho detto: ”Scusa, ma io il sardo l’ho imparato da grande.” Ed è logico che ho come base la lingua italiana”. Quello ti da fastidio? Ma hai mai sentito come un arabo parla il francese? Hai mai sentito come un turco parla il tedesco? Ma, cavolo, hai mai sentito come un tedesco parla l’italiano? E in tutte le altre lingue si fanno i complimenti e la gente è contenta: ma non quando si tratta del sardo. Il sardo deve essere perfetto, se non lo parli bene, è meglio che non lo parli. Poi Diego Corraine ha ammesso che è una cosa veramente strana e che non avrebbe dovuto accennarlo. Non lo voglio criticare, visto che è una persona gentile, ma sentire queste parole era un po‘ come inghiottire vetro. E devo forse accettare che tanti sardi ancora non ci riescono a parlare in pubblico in sardo. E che non tutti accettano che uno straniero faccia degli errori parlando un’altra lingua. E il sardo è un altra lingua. Ma loro devono anche accettare che io non accetto una frase come: ”Dobbiamo parlare in sardo” perché non serve a niente quando la dici in italiano. 

Una risposta a “"SA BIRGONGIA DE FAEDDARE IN SARDU!": QUEL CONVEGNO A PATTADA E QUELLA VOGLIA MATTA DI PARLARE IN SARDO CON TUTTI”

  1. i sardi che hanno avuto come lingua madre il sardo solitamente si infastidiscono a sentire un sardo che commette errori (in particolar modo di fonetica).
    con mio padre non posso parlare in sardo, così come mia moglie con sua madre…..ma non si rendono conto che sono loro che hanno rinunciato a trasmettere la propria lingua ai figli.

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