FUGA A NEW YORK: MARCOVALERIO MELIS, CHIRURGO ONCOLOGO, RACCONTA LA SUA STORIA

Marcovalerio Melis
Marcovalerio Melis

di Giorgio Pisano*

Negli ospedali esiste una strana specie di schiavo. Indossa il camice bianco, tiene lo stetoscopio appeso al collo e un campionario di penne nel taschino. Segue il capo (primario o direttore di clinica che chiama ossequiosamente professore) con la stessa composta devozione delle pie donne a Sant’Efisio. Se interrogato, risponde muovendo la testolina come un giocattolo a molle, le mani preferibilmente dietro la schiena perché dà un tocco di autorevolezza. Aria assorta, sorrisetto distaccato. E una speranza: conquistare la libertà. Riportiamo dal quotidiano l’Unione Sarda del 31 ottobre 2010, l’intervista di Giorgio Pisano a Marcovalerio Melis, 40 anni, chirurgo oncologo alla New York University School of Medicine. Marcovalerio Melis, 40 anni, chirurgo oncologo alla New York University School of Medicine, conosce bene quel tipo di vita perché l’ha sperimentato subito dopo la laurea, 1994 a Cagliari. «Gli specializzandi vengono usati quasi esclusivamente come scribacchini in reparto o come divaricatori in sala operatoria. L’insegnamento di fatto non esiste. Qualunque forma di crescita professionale è ostacolata a tutti i livelli». Dopo quattro anni di questo tran tran si è accorto di «andare incontro a un processo semi-irreversibile di atrofia cerebrale». Ed è stato allora che ha cercato un’uscita d’emergenza, la via di fuga. «Lasciare la mia città non era una scelta pianificata, voluta. Non m’interessava raggiungere chissà quale posizione accademica od ospedaliera. Volevo semplicemente diventare un buon chirurgo e mi vergognavo di farmi chiamare così visto che fino a quel momento non avevo mai operato in vita mia». Prima alla University of Chicago, poi a Tampa (in Florida) e infine nella Grande Mela. «Ritmi pazzeschi. In una settimana imparavo quello che in Italia richiedeva un anno». Oggi si occupa di chirurgia laparoscopica dei tumori dell’esofago, del fegato e del pancreas. Ha anche realizzato uno dei pochi centri americani per la chemioterapia ipertermica intraoperatoria. «Qui chi lavora viene premiato, chi non lavora viene allontanato oppure resta per sempre al primo gradino della carriera». Abitare a New York, dove una scuola elementare privata di livello medio costa fino 2.500 dollari al mese, non è semplice. Per l’affitto di un appartamento a Manhattan serve il doppio. Quello di Marcovalerio Melis era un bilocale che una parete di cartongesso ha miracolosamente trasformato in trivano. Così c’è posto per tutta la famiglia: moglie e due figli. «A parte scuola e casa, la vita non è carissima. Si può risparmiare su alcune cose: l’automobile, per esempio, è assolutamente inutile in una città come questa». C’è un’aggravante: Melis non vuol rientrare, non gli interessa. Dalla Sardegna gli hanno proposto un incarico di prestigio e lui ha risposto no. Sta meglio in un mondo che pure non è il suo, vuole crescere i figli in una società che ignora la «mentalità italiana di sentirsi sempre un po’ più furbi degli altri, oppure campare cercando scorciatoie». La conclusione, che stranamente non prevede le tradizionali lacrime d’emigrato, è disarmante: «Di sicuro è triste accorgersi d’essere felici in un’altra nazione ma mi consolo pensando che sarebbe ancora più triste essere infelici a Cagliari».

Non c’era neppure un briciolo di speranza? «Dipende da cosa si vuole fare nella vita. In Italia, con una specializzazione di chirurgo in tasca non ci sono difficoltà ad avere uno stipendio magari non altissimo e la prospettiva di un’esistenza senza scosse. Però a me non interessava».

Invece lei? «Io volevo fare il chirurgo sul serio. A Cagliari, strada tutta in salita. Non ci sono maestri e i pochi che sanno non insegnano. È un sistema, il nostro, che tarpa le ali anche ai più volenterosi».

Si rischia, secondo il suo parere, l’atrofia cerebrale. «In Italia il compito degli specializzandi consiste solo nel compilare le cartelle cliniche o tenere i divaricatori in sala operatoria, mansioni che non richiedono una laurea e tantomeno una specializzazione. Io ambivo a qualcosa di più stimolante».

È vero che i medici italiani sono in qualche caso leggermente analfabeti? «Nella sanità italiana ci sono alcuni centri di eccellenza che non hanno nulla da invidiare ai migliori ospedali americani, e anche a Cagliari ci sono degli ottimi professionisti. Ma si tratta di eccezioni, la regola è un’altra. Purtroppo. Gli avanzamenti di carriera sono legati ad anzianità di servizio o a clientelismo, dunque mancano gli stimoli a migliorarsi».

Negli Stati Uniti? «L’amore per la professione ha un risvolto economico che spinge ad aggiornarsi continuamente. Il medico incompetente non ha scampo: viene bombardato di denunce, perde molto danaro e spesso anche il posto di lavoro. Quello competente ha più consulenze, più pazienti: essere bravi, da queste parti, è davvero un affare. Poi, ci sono gli esami».

Che esami? «In Usa bisogna sottoporsi periodicamente a verifiche per confermare non solo la specializzazione ma addirittura l’abilitazione medica. Vale per tutti, capi inclusi. E si tratta di prove tutt’altro che formali». Ha detto d’aver imparato in un giorno quello che in Sardegna… «…mi insegnavano in un anno. Esatto. In Italia ho frequentato per cinque anni sempre lo stesso reparto senza mai fare nulla in prima persona. Ho osservato sempre lo stesso chirurgo fare sempre le stesse cose».

In Usa è diverso? «Ogni mese cambiavo servizio chirurgico (chirurgia generale, toracica, pediatrica, cardiochirurgica, traumi, trapianti eccetera) e ad ogni rotazione mi trovavo di fronte a casi totalmente diversi. Come chirurgo italiano non avevo la più pallida idea di come interpretare un elettrocardiogramma, tantomeno come gestire un’aritmia. A Chicago, nel secondo mese di specializzazione, lavoravo di giorno in chirurgia vascolare e la notte facevo la guardia anche nella terapia intensiva di cardiochirurgia».

In caso di difficoltà? «Potevo chiedere aiuto a un medico strutturato o a uno specializzando anziano. La differenza, rispetto all’Italia, è che in prima battuta dovevo cavarmela da solo e non stare a guardare quello che facevano altri».

O nuoti o affoghi: è questa la logica? «Esattamente questa. Ma avevo la possibilità di imparare moltissimo, macinare ore e ore di lavoro che diventavano poi determinanti al momento delle selezioni».

Non c’è un pizzico di rancore in quel che dice? «Non ho motivo di serbare rancore. In Italia non ho subìto torti o ingiustizie, nessuno mi ha costretto ad andarmene. Sappiamo tutti come funziona il nostro sistema sanitario: chi vuole restare deve anche accettarne le regole; l’unica alternativa è fare le valigie. Certo, resta il dispiacere di vedere premiare i mediocri e ignorare i meritevoli. Ma questo vale in molte professioni, non solo nella mia».

Gli esterni, in America, sono ben accetti? «Che domanda: qui sono tutti outsider. Io ho lavorato con chirurghi italiani, australiani, camerunensi, canadesi, egiziani, indiani, kuwaitiani, tedeschi, per non parlare dei tantissimi con passaporto statunitense ma arrivati da immigrati».

Scintille, mai? «Questo è un Paese aperto. Certo però che mi riesce difficile immaginare un australiano direttore della clinica chirurgica a Cagliari».

Cosa le piace della vita in Usa? «Il dinamismo. Qui tutto è possibile, nulla è definitivo, qualsiasi cosa può migliorare. Mi piace l’etica del lavorare duro e onestamente, mi piace l’idea che ognuno sia artefice del proprio destino. C’è più tolleranza e più senso civico. L’amicizia non è mai così profonda come lo è per noi italiani. Gli americani sono più individualisti e cementano i rapporti personali con maggiore difficoltà».

Ha vissuto anche in quartieri malfamati, giusto? «A Chicago. In Usa i confini fra quartieri sicuri e quartieri a rischio sono abbastanza netti. Noi abitavamo in una brutta zona, seppure vicinissimo alla University of Chicago. A volte si sentivano degli spari oppure vedevi un’ambulanza che portava via il tuo vicino in overdose. Ho visto colleghi stupirsi di trovarmi ogni giorno al lavoro tutto intero. Ho cambiato cinque case in dieci anni: anche questa è l’America».

Cosa rimpiange? «Non mi piace guardarmi indietro. Vorrei condividere con la mia famiglia rimasta in Italia le tappe importanti e la quotidianità. Mi mancano le serate con gli amici di sempre, la pausa-pranzo al Poetto con caffè, sole e mirto».

La figura del capo. «Negli Stati Uniti deve sfruttare al meglio le potenzialità dei suoi collaboratori, risponde di successi e insuccessi del suo staff. In Italia mi pare una figura più propensa a sfruttare il lavoro della sua squadra per tornaconto personale, tipo mettere la firma su relazioni fatte preparare a specializzandi e cose del genere. In sintesi: in Italia il compito del capo è rendere difficile la vita dei dipendenti, negli Stati Uniti è risolvere problemi creati dai sottoposti».

Cosa bisogna fare per conquistare la benevolenza del capo? «In Italia non lo so. In America contano i risultati e quelli soltanto, contano le persone concrete e affidabili».

Sbagliato dire che in campo medico i rapporti gerarchici sono medievali? «Perché sbagliato? Se consideriamo schiavo chi è sottoposto alla volontà altrui senza alcuna possibilità di affermare il proprio pensiero e la propria dignità, allora gli specializzandi sono da considerare assolutamente schiavi. Il problema è che in Italia a volte si rimane succubi del proprio primario per tutta una carriera».

Si sente realizzato? «In un settore come il mio, chirurgia oncologica, non mancano i momenti di depressione. Altra faccia della medaglia sono le tante storie a lieto fine oppure accorgersi che per farsi vedere da te arrivano non solo da tutto lo Stato di New York ma anche dal New Jersey e dalla Pennsylvania».

Chirurgo per chirurgo, non era meglio ricostruire tette e chiappe? «Tutti facciamo scelte sbagliate. Scherzo, ma francamente credo che alla lunga sia piuttosto noioso passare le giornate a impiantare protesi».

Le hanno proposto di rientrare: perché ha rifiutato? «Devo ammettere che fino a poco tempo fa il mio sogno era proprio quello di tornare, magari aiutare a crescere colleghi più giovani. Alla lunga ci ho ragionato sopra e alla fine ho cambiato idea: mi intristisce la guerra sanitar-giudiziaria contro chirurghi che hanno la sola colpa di essere bravi ma non sardi. Mi intristisce l’idea di lavorare guardandomi sempre alle spalle. Mi intristisce l’obbligo di dover appartenere per forza a questa o quella conventicola altrimenti non ti fanno vivere».

Dunque è un no definitivo? «Nella vita credo di essermi messo in gioco molte volte, saltando spesso senza rete. Oggi ho due figli, più precisamente due diavoletti mimetizzati da angeli di quattro e sei anni: insieme a mia moglie, alla quale debbo davvero tantissimo, sono loro la mia priorità assoluta».

Che c’entra, i suoi figli non possono crescere in Italia? «Preferisco che stiano qui. Intanto perché un padre che svolge un lavoro appagante in un ambiente tranquillo è certamente un padre più presente e meno nevrotico. Poi, penso anche che in questo Paese possano avere una educazione più solida e, più in là, maggiori opportunità di lavoro. La mia è un’opinione del tutto personale ma ritengo che al giorno d’oggi la società americana sia più sana ed integra di quella italiana».

Avvilente scoprire la vita lontano dalle radici. «Cagliari è una città bellissima. Ci sono nato e cresciuto, ci ho conosciuto mia moglie. La mia famiglia, i miei amici – che ritrovo ogni estate – sono lì. D’altra parte, a pensarci bene, la casa non è necessariamente quella in cui si nasce. Io, per esempio, l’ho trovata in una città fantastica che è diventata la mia vita.

* L’Unione Sarda, 31 ottobre 2010

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