SCAVI E RICERCHE A SEULO, NEL CUORE DELLA BARBAGIA: NELLE GROTTE, LA STORIA DEI SARDI


ricerca redazionale

«Disturbati». È così che gli archeologi chiamano quei luoghi, per loro terreno di ricerca e d’indagine, profanati dall’uomo comune, da chi poche intenzioni ha nel ricostruirne la storia ma tanti desideri, ha al contrario, nel mettere mano su preziosi reperti che questi siti custodiscono. Ebbene, anche la grotta di Is Bittuleris, nel cuore della Barbagia di Seulo, non è rimasta esente dalle visite, sin dagli anni Trenta, di possibili tombaroli. In questa piccola grotta, “modificata” da zona naturale di riparo a spazio sacro da chi in questo lembo di Sardegna visse in piena Età del Bronzo Medio, gli investigatori dell’antico hanno comunque fatto importanti scoperte, riuscendo a strappare alla terra e recuperare una grande quantità di ossa umane datate, con il radiocarbonio, appunto a 1750-1600 anni prima di Cristo. E lì, nel piccolo antro, come in altre tre grotte studiate a fondo dagli investigatori dell’antico, giacevano anche ossi di animali. Le ha esaminate l’archeozoologo inglese Kim Vickers. La maggior parte appartengono a vertebrati tipici della fauna locale morta all’interno delle grotte, tra i quali il Prologus sardus, canidi e in particolare la volpe rossa, lepri, tordi, roditori, pipistrelli e ratti, anfibi, lucertole. «Ma anche una specie di volatile attualmente estinta ed un criceto mai registrato prima in Sardegna», ricorda Giusi Gradoli, la geologa che da diversi anni studia le grotte di Seulo insieme ad altri ricercatori di altri Paesi e specializzati in di diverse discipline scientifiche. «Solo nella grotta Is Janas sono presenti resti di mammiferi allevati dall’uomo e dunque non selvatici, tra cui si hanno bovini, pecore, capre, maiali le cui ossa presentano tracce di macellazione». «Lo studio specialistico delle ossa umane, diretto dalla dottoressa Jessica Beckett, laureata a Cambridge in antropologia e specializzata nella ricerca sulle ossa umane – racconta Robin Skeates, lo scienziato del Dipartimento di Archeologia dell’Università di Durham, venuto in Sardegna per capire quale fosse realmente l’entità delle scoperte – ha indicato una successione di sepolture per inumazione di adulti e bambini, sia di sesso maschile che femminile. L’analisi del Dna, estratto dai denti di questi individui analizzati nel Centro australiano per il Dna antico, ha messo in evidenza la presenza dell’aplogruppo mitocondriale T (presente nel 40% dei campioni), dell’H (presente nel 20%), del J e del K (presenti nel 10% dei campioni esaminati), mentre il restante 20% è indifferenziato». Per Skeates i risultati del Dna antico sono particolarmente interessanti «per il fatto che la popolazione attuale della Sardegna mostra una diversa composizione degli aplogruppi appartenenti alla linea materna con l’H predominante e con frequenza del 48%, mentre l’aplogruppo T si trova soltanto nell’11% della popolazione e quello J e K nel 5%». Una scoperta che potrebbe contribuire a riscrivere, almeno in parte, le vicende dell’uomo che abitò le terre sarde». Altra grotta, altre scoperte. Nell’antro di Su Longu Fresu, in prossimità della parte finale, sono state rinvenute importanti testimonianze rituali. La prima è rappresentata da un piccolo gruppo di pitture rupestri ricoperte da un velo di calcite, quest’ultimo campionato per poter essere datato con l’analisi degli isotopi radioattivi. La seconda è costituita da un cranio umano cementato alla parete rocciosa e da altre ossa depositate in piccole nicchie laterali. «Datate con il radiocarbonio- spiegano Robin Skeates e Giusi Gradoli – al Neolotico medio superiore, e cioè a 4250-4050 anni avanti Cristo. La terza testimonianza, infine, è data dalla scoperta di una struttura semicircolare formata da stalagmiti modificate e blocchi di roccia contenente al suo interno la lama di un’ascia in pietra verde». Depositi rituali bruciati sono stati inoltre individuati nella grotta di Is Janas, un esteso sistema carsico. «Si trovano – spiegano gli archeologi – in due stanze ricavate alla fine di un corridoio d’ingresso alla grotta. Qui sono stati trovate grandi quantità di ceneri, ceramiche, ossi animali risalenti al Neolitico». E ancora utensili di ossidiana e ornamenti fatti con le conchiglie marine e pietra. «Una terza camera, scavata a metà dello scorso aprile – aggiunge Giusi Gradoli – conteneva un deposito davvero speciale: frammenti di ceramica decorate nel tipico stile della Cultura di Ozieri». Una pila di rocce deposte intenzionalmente al di sotto di una sorgente e al di sopra di una sepoltura secondaria comprendente una coppia di crani di individui adulti (risalenti secondo il radiocarbonio all’Età del Bronzo) e adiacenti a un semicerchio di pietre con all’interno ossa umane disarticolate, di pecora e capra, è stato infine scoperta nella grotta di Su Cannisoni. Fin qui gli studi fatti. Ma dal 26 luglio al 7 agosto gli archeologi torneranno nelle grotte per continuare l’indagine. «E ormai stabilito l’incredibile potenziale di ricerca delle grotte di Seulo – spiega Skeates – ed è per questo che si procederà con scavi a più larga scala e ulteriori analisi scientifiche, tra le quali analisi del radiocarbonio e della seria isotopica dell’uranio, esami delle ossidiane e delle ceramiche, dei frammenti di carbone, analisi isotopiche delle ossa umane e animali. In questo modo speriamo di avvicinarci il più possibile ai modi di vita e di morte delle popolazioni sarde preistoriche che nel trasformare queste grotte con i loro rituali stanno davvero affascinato gli scienziati».

 

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