La questione sarda in Europa: i paletti da superare per evitare le sanzioni di Bruxelles



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Le isole dell’Unione Europea sono 450, tutte con problemi diversi ma con un comune denominatore: gli svantaggi di un sistema chiuso. Anche se non c’è ancora stato un provvedimento comune, alcune realtà sono riuscite a ottenere benefici. La questione insularità è stata affrontata più volte nel Parlamento europeo che, infatti, nel 1997 adottò una risoluzione per avviare “una politica integrata adeguata alla specificità delle regioni insulari dell’Ue”. Si trattava di dare concretezza all’articolo 158 del Trattato di Amsterdam. Le cose andarono diversamente, era difficile trovare soluzioni uguali considerata la diversità delle situazioni: in termini di distanza, ad esempio, non si possono paragonare l’isola di Wight, a sud della costa inglese, e l’isola della Riunione nell’Oceano Indiano. Il clima delle Shetland ha poca somiglianza con quello della Martinica mentre la popolazione della Sardegna (un milione e 600mila abitanti) non ha niente a che vedere con i 4mila residenti delle 53 isole irlandesi. Però le isole della Scozia riuscivano a contrattare condizioni più vantaggiose così come la Corsica. L’Europa tiene conto delle variabili nel concedere politiche destinate ad aiutare le isole seguendo il principio del Trattato di Amsterdam “che è necessario ridurre il divario esistente tra i livelli di sviluppo dei vari territori e colmare il ritardo delle regioni meno favorite, come le isole”. Gli svantaggi strutturali sono evidenti: la dipendenza dai trasporti marittimi e aerei con i sovraccosti del tempo perso anche durante i processi produttivi. Ma l’economia insulare risente sempre della ristrettezza del mercato locale e di una scarsa diversificazione economica. Senza contare che, in moltissimi casi, l’economia dipende da monoproduzioni (pesca e turismo su tutto), che le rendono vulnerabili alle fluttuazioni dei mercati; né in questo caso può essere risolutivo l’avvento di internet che pure annulla le distanze e il tempo. Allora perché la Sardegna continua ad incappare in una serie impressionante di problemi con l’Europa per il presunti “aiuti di Sato”? Perché a Bruxelles non passa il principio di insularità per la Sardegna? La globalizzazione pesa come un macigno sulle economie più deboli ma se l’insularità venisse inserita in una legge Costituzionale non ci sarebbero più problemi: sono le uniche leggi che l’Unione europea non può impugnare. Si aprirebbe la strada a una serie di misure come la fiscalità di vantaggio (su cui ha prosperato per anni un’altra isola, l’Irlanda), migliori tariffe per l’energia, trasporti finalmente efficienti visto che ancora non esiste per la Sardegna la continuità delle merci. Oggi, secondo i dati Crenos, la Sardegna cresce a livelli inferiori rispetto alla media europea mentre i Paesi che manifestano tassi di crescita più alti sono quelli baltici: Lituania, Estonia e Lettonia mantengono ritmi altissimi. Serve una svolta con un nuovo piano di sviluppo ove inserire il discorso “insularità”; la Sardegna è fuoriuscita dall’Obiettivo 1, la fascia di aiuti più consistenti per le regioni in ritardo di sviluppo, per via della presenza della Saras.

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