Intervista al maestro Romeo Scaccia, autore delle musiche de "La Grazia ritrovata"

di Anna Brotzu

 

 

"La Grazia ritrovata": una rilettura in forma di concerto ad opera del Maestro Romeo Scaccia, della colonna sonora per il film di Aldo De Benedetti ispirato a una novella di Grazia Deledda.

La partitura, che accosta diversi generi e stili, sembra riflettere la molteplicità dei suoi interessi e esperienze musicali. Qual è stato il suo approccio a una pellicola del 1929?

Ho cercato di immedesimarmi in uno spettatore degli Anni Venti di fronte a una vicenda a tinte forti, quasi melodrammatica. Per fortuna avevo piena libertà: i curatori del progetto, Sergio Naitza e Susanna Puddu, avevano deciso di trasportare il film "dal muto al sonoro" per avvicinarlo a una sensibilità contemporanea. Mi son lasciato guidare dalle emozioni, per far sì che l’ispirazione scaturisse attraverso lo sguardo: volevo che la musica fosse al servizio delle immagini.

Non era la sua "prima volta": si eri già cimentato con il cinema delle origini?

Sì, certo. Mi era già capitato di eseguire dal vivo al pianoforte la colonna sonora di film muti, ma in quel dialogo tra lo strumento e le sequenze proiettate sullo schermo c’è molta più possibilità di interazione, si può inventare e variare sul momento. Qui invece dovevo scrivere per un’ orchestra – alla fine sul palco c’erano 70 elementi – e pensare ogni singola nota; e c’era in più il limite del tempo, solo 4 mesi. Una bella sfida. Impegnativa, ma proprio per questo avvincente.

Premiata dal successo: dopo la prima cagliaritana, "La Grazia ritrovata" ha fatto il giro del mondo…

Beh sì, merito in gran parte del film, che non a caso Blasetti aveva definito "un capolavoro", e che racconta una storia universale, fuori dai confini storico-geografici; ormai ho quasi perso il conto: siamo stati invitati a Roma, Milano, Barcellona, Madrid, Palma di Majorca, all’Italian Film Festival di San Francisco… ma anche a Nuoro in piazza con Gavino Murgia.

E sul fascino della colonna sonora… interessante mix tra sperimentazione e tradizione

Volevo che la musica si accordasse alle atmosfere, gli stati d’animo, i paesaggi: così il leit-motiv iniziale evoca le solitudini della Sardegna, e a ogni personaggio corrisponde un tema che di volta in volta si intreccia a quelli degli altri, come nell’opera wagneriana, a rendere la concitazione dei dialoghi e la dialettica delle passioni. Ai suoni e gli strumenti tradizionali dell’isola, come le launeddas citate nel film si alternano le voci della natura, il sibilo del vento e il rumore della pioggia, mentre per sottolineare il carattere della donna fatale ho scelto la sensualità del tango; e il jazz, con un solista straordinario come Gavino Murgia, rimanda alla modernità della casa "futurista", di contro alla semplicità della vita paesana. Ho cercato comunque di rispettare sempre il tempo interno della narrazione, cogliendo ogni segnale, ogni sfumatura: un battito di ciglia, un movimento di macchina è già un accento, disegna il ritmo del film.

Ha spesso privilegiato la sperimentazione e l’uso di tecnologie d’avanguardia: che ruolo giocano nel suo lavoro?

Mi interessano tutti gli strumenti e i linguaggi espressivi, ma il cuore è sempre l’emozione: la tecnica da sola non basta e fughe e controfughe non servono a nulla – tanto più se parliamo di musica da film – se non riescono a coinvolgere lo spettatore, a rendere l’opera viva. In questo caso grazie ai campionamenti ho potuto per esempio simulare il suono dell’orchestra, tradurre in armonie un pensiero musicale; e mi capita di lavorare in videoconferenza, mentre già nel 1999 era stato possibile il primo Concerto Mondiale Internet con Pianoforti Disklavier tra Londra, Amsterdam e Cagliari.

Lei lavora sulle due sponde dell’oceano: che differenze ha riscontrato?

La differenza fondamentale è nel sistema: negli States nelle grandi produzioni del mainstream ognuno ha un suo ruolo, non riesci mai a seguire tutte le fasi di lavorazione, se sei chiamato a comporre non sarai tu a curare l’ orchestrazione, e viceversa, c’è un’estrema specializzazione, che vale anche per i generi: che so, un Morricone ha avuto la possibilità di cimentarsi con pellicole molto diverse, lì rischi spesso di essere confinato alla commedia piuttosto che ai films d’azione. E poi i tempi sono strettissimi, e non sempre è facile conciliare le esigenze artistiche con quello che chiedono i committenti, e le regole del mercato: devi avere carisma, e forza propositiva, ma anche molta duttilità e capacità di mediare per trovare il giusto equilibrio. Nel cinema indipendente invece puoi avere un ruolo più determinante, e curare ogni aspetto della colonna sonora dall’inizio alla fine, e questo capita anche per esempio con i cortometraggi e naturalmente abbastanza spesso in Italia.

Oltre a scrivere per il cinema, è impegnato anche su altri versanti…

Sì, conservo la mia duplice anima di compositore e performer, spesso con nuances spiccatamente jazzistiche; tra i progetti a breve c’è la registrazione di un cd per un’importante etichetta tedesca. Qualcosa già nell’aria di cui preferirei non parlare, per scaramanzia… E un lungometraggio per una coproduzione Corea-Stati Uniti: il regista verrà a trovarmi a giugno…
Qui in Sardegna?

Sì, preferisco, quando possibile, tra un impegno e l’altro, vivere in Sardegna: non riesco ad abituarmi a fare 2-3 ore di macchina per partecipare a una riunione di lavoro. Sarebbe quasi meglio fare una videoconferenza: a Los Angeles c’è troppo traffico!!!

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