Riappropriamoci della nostra storia e della nostra lingua

di Ornella Demuru

 

La prima cosa che i miei genitori mi hanno insegnato a fare, prima che a parlare, è stato ballare. Ballare su ballu. Avevo poco più di un anno. Ho ancora ferma questa immagine rarefatta di mia madre che sulla soglia della porta che dava sul cortile mi diceva -tà-tà–tàtàtà. Sillabe. Vaghe sillabe che incedono. Mi toccava con un gesto secco quei piccoli piedi per far si che li sollevassi. Ma non completamente. Giammai. La punta doveva stare ferma sul terreno! Dovevo muovere la gamba ma a partire dal ginocchio. I fianchi stanno saldi e fermi, si muovono solo verso su e verso giù. Non c’era musica in quel momento. Anche se mio padre, come ha ancora in uso, suonava la fisarmonica praticamente ogni sera quando rientrava dall’ufficio. Non lo sapevo. Ma in quel momento il mio corpo bambina viveva e faceva suo qualcosa che mi segnerà la vita. Imparavo a fare una cosa attraverso una sorta di regola. Una semplice regola sillaba. In punta di piedi, battevo il piede. Seguivo quel ritmo e magicamente mi muovevo. Quel ritmo lo avrei poi ritrovato e riscoperto, seppur celato dalle note musicali e dalla melodia, molto tempo dopo, facendolo tutto mio. Non sarebbe stata più una regola. Non era un piede che si sollevava ad un comando. Diventava abilità, sorriso, approccio, calore, divertimento, amore. Diventava festa o dolore insieme. Diventava confronto con chi era più brava o con chi ballava un ballo diverso. Diventava desiderio di essere accompagnata da quell’uomo e dopo da un altro ancora, e un altro ancora.. Scoprivo sempre "forme" diverse ma con quello stesso ritmo, con la stessa regola-essenza. La mia regola, così dal niente, si era fatto codice, si era fatto vita. Quel ritmo mi restituiva in forma inconsapevole un mondo di cui anche mia madre, a quel tempo ventenne, ne aveva lei stessa poca consapevolezza. Mi hanno insegnato l’italiano i miei genitori parlanti e pensanti in sardo, giovani e timorosi che la loro lingua non mi permettesse di avere un futuro dignitoso. Si son messi ad insegnarmi una lingua che loro stessi  non conoscevano: l’italiano. L’italiano era però ed è la lingua ufficiale dello Stato, era ed è lingua della scuola, era ed è lingua del lavoro, era ed è lingua della vita che mi attendeva. La imposero i Savoia nel ‘700 con un decreto, questa lingua. Nessuna fluidità, nessun sistema soft, un semplice decreto e bòh. Lo fecero per cancellarne, non una, ma due di lingue, il sardo e lo spagnolo. Come biasimarli quei due giovani ventenni degli anni ‘70? Con la loro fiat500, la loro casina da sposini, la loro bimba tutta riccioli che giustamente a veder loro meritava una vita meno grama di quella che avevano conosciuto. Insegnarmi il sardo? Mi avrebbero escluso dal mondo. Il mondo. Quello vero. Della fabbrica, della politica, della televisione, della letteratura quella scritta nei libri che stavano a scuola.. Con quel decreto e con le politiche di quasi duecento anni la loro lingua, il sardo, che ancora veniva parlata negli spazi caldi ma privati del focolare, era stata ridotta a dialetto e giustamente la sentivano come subalterna e fuori dai canali di qualsiasi potere. Mi sono riappropriata del mio codice – non quello del focolare – ma quello delle genti di questa terra, e quindi della civiltà di questo popolo, studiando per conto mio e all’università (anche se questa a dirla tutta non mi ha dato tanto) ma anche leggendo di tutto, ascoltando i poeti improvvisatori, i tenores, parlando con tutti dai galluresi ai campidanesi sino a tutti quelli disposti a sentirmi parlare in sardo senza ridere…si senza ridere. Mi son messa a cantare nella mia lingua per anni e a giocare alla murra nei contesti più disparati. Ubriaca. Ubriaca di vita. Una grande sbronza, ma necessaria. Dovevo perdere le inibizioni create da un atto d’imperio. Dovevo trasgredire. Andare oltre. Rovesciarmi. Capovolgermi. Ho fatto l’appeso dei tarocchi, il guerriero nuragico capovolto dei menhir, il tanit di Carbonia, il ballerino capovolto della chiesa di San Michele di Siddi. Ho ballato, ma al contrario. Un’inversione assiologica necessaria. Consapevole di una verità, appari folle agli occhi degli altri. Volevo riappropriarmi di quel codice che sapeva di me e di quelle genti intorno, dai barbaricini ai cagliaritani. Quel codice che mi è stato tagliato. Censurato, perché minoritario, reputato degradante e universalmente inutile. Ho fatto tutto questo per tentare di riprendermi quel codice linguistico-antropologico, quella civiltà, quella essenza misteriosa, affinchè riprendesse la sua corretta collocazione. Nel corpo appunto. Così come nell’anima. Credo volessero fare questo i miei genitori insegnandomi a ballare su ballu. Volevano tentare di trasferirmi ciò che qualcuno aveva stabilito superfluo e fuorviante, mentre essi nella loro ingenuità quasi folle, ma soprattutto nella loro verace inclinazione verso il Bello volevano che il mio corpo come la mia anima ricordasse in maniera indelebile da dove provenivo. Ballando. Io questo lo chiamerei  Amore.

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