Sardegna nel cuore del Mediterraneo: tener vivi i contatti con la terra d'origine

di Gianni Cilocco (nella foto)

Nel cuore del Mediterraneo esiste un’Isola la cui storia aleggia nel fascino del mito e nell’alone del mistero. In essa i  legami ed il connubio tra la natura, l’uomo e le sue opere, nel corso del tempo, ha riempito tanto di fascino dell’ignoto gli occhi dell’osservatore esterno quanto di amore e di nostalgia il cuore di chi, in quella Terra è nato, cresciuto o avuto origine. Nell’osservazione di questo ecosistema singolare, chiamato Sardegna, il regista cagliaritano Davide Mocci, attraverso il suo documentario, guida lo spettatore lungo un percorso volto alla scoperta di ricchezze culturali e naturalistiche uniche, custodite nel cuore del Mar Mediterraneo. Due sono gli itinerari di studio: da una parte il fascino evocato dalla contemplazione delle vestigia della civiltà nuragica, dall’altro l’esclusività e l’originalità delle realtà linguistiche presenti sull’Isola. Nella prima "panoramica di studio" si evidenzia come  i nuraghi e gli altri manufatti umani di tale periodo costituiscano, ormai, la  perfetta manifestazione dell’integrazione della realtà umana nella realtà naturale e selvaggia del paesaggio sardo, tesoro, complessivamente, ancora non del tutto disvelato e fonte di controversi dibattiti e nuovi interessi negli ultimi anni, secondo un’ottica di studio e di analisi che si delinea avulsa dagli schemi tradizionali ricollegabili all’importantissima attività di studio dell’archeologo Giovanni Lilliu (scopritore della reggia "Su Nuraxi" di Barumini). Il tutto risulta tanto più interessante se si considera che attualmente sussistono nuovi filoni di ricerca storico – archeologica che sono spinti a reperire nel presente le tracce di un percorso storico che hanno portato ad una lettura deformata del passato e, conseguentemente, del presente di quella Terra chiamata dal mondo greco classico "Ichnusa", nonché delle verità sottese al Mito di Atlantide, narrato dal filosofo greco Platone nei dialoghi Timeo e Crizia, e del mistero attinente ai cosiddetti popoli del mare denominati "Shardana" o "Tirreni" (termine che, secondo taluni studiosi, indicherebbe i "popoli delle torri", da cui il nome del Mare Tirreno), come evidenziato dalla proposizione delle recenti teorie da parte di autori tra i quali si rammentano Sergio Frau e da Michele Zoroddu. Nel secondo itinerario, invece, il regista affronta il tema della cosiddetta "Limba" parlata in Sardegna, idioma neolatino che racchiude in sé gli archetipi della lingua classica latina e le tracce della storia travagliata dell’Isola e del Mediterraneo Occidentale nel corso degli ultimi due millenni. In particolare tali caratteri hanno elevato la lingua sarda, nella realtà dei suoi dialetti e delle sue cadenze, a Minoranza Linguistica tutelata dall’ordinamento giuridico italiano, sulla base dell’articolo 6 della Costituzione, dalla Legge della Regione Sardegna 15 ottobre 1997, n. 26, e, a livello nazionale, attraverso Legge 15 dicembre 1999, n. 482, che riconosce la stessa Lingua Sarda come oggetto di tutela in quanto espressione di quella realtà che gli studiosi e gli intellettuali di matrice storico – sociologica chiamano "minoranza linguistica storica". E, si scusi il gioco di parole, peculiarità nella peculiarità, la Sardegna si rivela, a sua volta, culla e custodia di due minoranze linguistiche storiche ancora più circoscritte originali nel panorama europeo, ossia l’idioma tabarkino di matrice ligure parlato sull’Isola di San Pietro, a Carloforte, e il Catalano della Comunità di Alghero, il quale ha conservato in sé espressioni e forme proprie della lingua parlata a Barcellona quattro secoli or sono.

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