Pensieri politici sulle "vicende isolane" dalla Sardegna

di Gianfranco Pintore

 

Su un quotidiano che non c’è più, Sardigna.com, ma che è rintracciabile in qualche emeroteca, avevo previsto che i partiti si sarebbero ribellati all’uomo che avevano scelto per guidare la Regione, Renato Soru. Nessuna capacità di preveggenza, ma solo un semplice ragionamento sull’infame legge elettorale che, nel gennaio 2001, il governo di allora, regalò anche alla Sardegna e sulla pavidità del Consiglio regionale che, pur potendo cambiarla, non lo fece. Prevedeva – e continua a prevederlo, visto che neppure in questa legislatura il Consiglio regionale l’ha cambiata – grandissimi poteri in capo al presidente della Giunta, il più importante dei quali è di trascinare nello scioglimento del Parlamento sardo la sua decisione di dimettersi. Fosse chi fosse, il presidente era autorizzato a utilizzare una potentissima arma di ricatto sui consiglieri: se non fate come voglio io, vi mando tutti a casa. Un politico di carriera, naturalmente, avrebbe riflettuto a lungo, prima di attuare una minaccia del genere: i partiti che lo avevano fatto eleggere non l’avrebbero più candidato, e addio carriera politica. Uno che vive di suo, come Soru, avrebbe avuto molte meno perplessità, ragionavo. A quel che raccontano le cronache, Soru ha agitato più volte l’idea di dimettersi e di mandare tutti a casa. Ma per farlo davvero, era necessario aspettare il momento più opportuno: il momento in cui la necessità dei partiti, o di parte di essi, di "difendere la politica" (ovvero di affermare il ruolo dei partiti), si sarebbe fatta più impellente. Il momento è, ovviamente, quello della vigilia delle elezioni. Quello che viviamo.
Soru ha ora in mano una carta formidabile: può denunciare, non senza avere buone carte in mano, che egli ha fatto di tutto per governare per il bene dei sardi e che in ciò è stato impedito dai partiti: dal suo ma non solo. In parte perché ci crede, in parte perché sa che "la dissidenza sardesca" ha un ottimo mercato, ha da tempo imboccato la strada non più della vertenza con lo stato ma del contrasto dello stato centralista: lingua sarda, Tirrenia, servitù militari, etc. Credo abbia tutte le informazioni in mano per sapere che con questo centrosinistra le elezioni del 2009 sono perse e perse non per una sola legislatura. Se vuol vincere, deve liberarsi del pesante fardello di un ceto politico litigioso, inconcludente, partitocratico (oggi c’è chi invoca "un ruolo più diretto e robusto della segreteria nazionale", leggi italiana), tutto ciò di cui Soru vorrebbe fare a meno. Una enorme, inconsapevole mano di aiuto gliela hanno data i partiti alleati o parte di essi, i quali ancora increduli si chiedono come abbia fatto a non temere il "tutti a casa". Sa che il pesante giudizio negativo che circola nelle menti di moltissimi sardi nei confronti del suo governo trascinerà anche lui, se continuerà ad esserne il presidente. Di qui, immagino, la sua decisione per ora di annunciare il tutti a casa e domani, forse, di decretarlo. E di presentarsi alle elezioni in compagnia di chi deciderà lui. Si illude così di vincere? Può darsi sia un’illusione. Ma chi conosce solo un poco questa infame legge elettorale regionale sa che basta avere un voto in più delle altre liste per assicurarsi la maggioranza dei seggi in Consiglio regionale. Rispetto ad altri possibili candidati, Soru ha un carta in più: quella credibilità autonomistica – non importa se vera o solo apparente – che altri, pur potendo acquisire, non hanno neppure lontanamente cercato, immaginando che per vincere basti rivolgersi allo stomaco dei cittadini e non anche alle loro passioni. Con tutta franchezza, non auguro né a agli altri né a me, che Renato Soru vinca le prossime elezioni. Certo per via delle sue tentazioni cesaristiche, ma soprattutto perché dietro il cesarismo c’è sempre una concezione accentatrice: che sia la Regione invece dello Stato il centro non cambia granché. Ma vorrei davvero vedere all’orizzonte un’alternativa che sia insieme sardista e liberale. E vedo, invece, un gran disordine che, al contrario di quanto diceva Maodse dung, non è una cosa eccellente.

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