IN NEPAL PER SALVARE I BIMBI MALATI DI CUORE: LA MISSIONE DEL CARDIOCHIRURGO STEFANO CONGIU E IL TEAM DELL’ASSOCIAZIONE HEALING LITTLE HEARTS UK

Stefano Congiu con un bimbo nepalese

di MARIA LUISA PORCELLA CIUSA

“Give a child new life”, questo il motto dell’associazione Healing Little Hearts UK. Donare una nuova vita a un bambino: ed è proprio quello che il team dei volontari (eccellenze ognuno nella propria professione, ndr) provenienti da ogni angolo del mondo, si propone di fare durante le missioni. Ultima tappa: il Nepal.

Qui, il cardiochirurgo cagliaritano Stefano Congiu, già consultant (l’equivalente del nostro primario) nel reparto di Cardiochirurgia Congenita di Leeds e docente universitario presso la Facoltà di Medicina inglese, oggi di stanza a Barcellona nel Hospital Sant Joan de Deu, ha salvato la vita a 14 bimbi nepalesi con patologie al cuore.

Lui e il team (il cardiologo Juan Carrettero e l’intensivista Maria Luisa Hernandez dalla Spagna, l’intensivista Sanjiv Nichani, inglese di origini indiane, la perfusionista Lindsay dall’Olanda e gli infermieri Nicole, Natalie, Claire, Charlie) si sono recati al Shahid Gangalal National Heart Centre di Katmandu, unico ospedale pediatrico del Paese che pratica cardiochirurgia.

“I medici locali sono incredibili”, ci racconta Stefano Congiu. “In inglese si dice committed e in italiano suona come completamente dediti al proprio lavoro, come fosse una vera missione”. In Nepal non esiste un corrispettivo delle nostre università: i medici sono autodidatti, tutta la conoscenza che hanno proviene dall’esperienza che possono fare direttamente sul campo e da ciò che i predecessori hanno tramandato loro. “Siamo andati non solo per operare ma anche per insegnare loro qualche nuova tecnica”, continua Stefano Congiu. “Purtroppo non hanno la possibilità di aggiornarsi o confrontarsi come facciamo noi. Nella loro estrema umiltà si mettono però in gioco e imparano velocissimo. Ad esempio abbiamo mostrato come agire al meglio nel post operatorio e nella terapia intensiva, momenti cruciali per il recupero del paziente”.

Si pensi che nel centro di Katmandu vengono operati circa 800 bambini l’anno e la  mortalità è altissima, tra il 20-30%. In Europa l’1%. Ed è per questo che chirurghi come Siddharta hanno deciso, nonostante tutto, di non scegliere la carriera ma il proprio paese. “Siddharta è un medico fantastico: gli hanno proposto di trasferirsi in Cina e in Corea dove avrebbe fatto una brillante carriera. Ha risposto che era a Katmandu che c’era bisogno di lui”.

Il cardiochirurgo cagliaritano non è certo nuovo alle missioni insieme ai volontari della Charity inglese. Tante volte in India, poi in Perù: finchè il covid ha fermato forzatamente i “viaggi” della squadra dei medici (“Siamo proprio come un team di calcio. Ognuno ha una specializzazione ma andiamo avanti con un obiettivo comune che è quello di dare una seconda opportunità di vita ai bambini che hanno bisogno di noi”). Ma Congiu non si è di certo fatto abbattere: 4 bimbi sono stati fatti arrivare dall’Africa all’ospedale di Barcellona per essere operati e salvati.

E adesso si ricomincia, più forti di prima: prossima tappa di nuovo India e Nepal, poi Africa e Bolivia “dove davvero non c’è niente. Possibilità per questi bimbi, praticamente nessuna”. Quando pensate che gli angeli si trovano in cielo e alzate lo sguardo per cercare di vederli o sentirli, riflettete sul fatto che potreste averceli davanti, parlarci, supportarli concretamente anche solo informandosi su quello che fanno in queste zone del mondo ignorate. Dove un bimbo che nasce con una patologia è praticamente condannato. Stefano, Juan, Maria Luisa, Sanjiv, Lindsey, Nicole, Natalie, Claire, Charlie: ecco i loro nomi. Le loro ali sono di nuovo pronte a volare.

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