“L’IMMAGINAZIONE PRODUTTIVA” DI PINUCCIO SCIOLA E LA RIVOLUZIONE CULTURALE DI SAN SPERATE: IL SAGGIO DI SILVANO TAGLIAGAMBE

Silvano Tagliagambe

di OTTAVIO OLITA

Le mani callose stringevano altre mani. La lunga processione del Corpus Domini si snodava nelle strette strade imbiancate di calce, i mattoni crudi si vestivano a festa con le frasche portate dai giovani e con i primi colori sui muri. Si iniziava inconsapevolmente la nuova storia di San Sperate, una storia scritta con i colori dell’entusiasmo” (Pinuccio Sciola in ‘All’origine dei murales’ – a cura di Ottavio Olita con foto di Nanni Pes, AM&D 2007, pag. 11).

            Fino a quella festa del 1968 San Sperate era stato un paesino sconosciuto, anche per i sardi, tagliato fuori dalle pochissime vie di grande comunicazione, stradali e ferroviarie. Da quel giorno e almeno per un decennio il paese di fango si trasformò, anche economicamente e urbanisticamente, grazie alle geniali intuizioni di quel suo figlio artista portatore di un’impensabile, fino allora, ‘Immaginazione produttiva’, come la definisce Silvano Tagliagambe nel sontuoso saggio storico-filosofico-artistico pubblicato recentemente e presentato nei giorni scorsi nella sala conferenze della Fondazione Sardegna a Cagliari (Silvano Tagliagambe ‘L’arte e l’immaginazione produttiva. L’opera di Pinuccio Sciola’ – Isolapalma editrice – 189 pagine).

            L’analisi proposta dal professor Tagliagambe, epistemologo di fama internazionale, parte dai muri imbiancati per arrivare alle pietre sonore, senza mai dimenticare la profonda umanità di Sciola, quella su cui il grande artista sapeva costruire un affascinante rapporto di accoglienza, disponibilità, ascolto sia con il suo paese, sia con artisti e intellettuali di tutto il mondo.

            “Pinuccio Sciola, prima ancora che artista, pittore, scultore, era un ‘individuo della possibilità’, non in senso astratto ma nella maniera più concreta possibile, capace di trasformare i congiuntivi in indicativi e le fantasticherie in processi reali” (ibidem, pag. 22). Tanto reali quei processi che, partendo dal bianco sui muri e poi dai colori e dai murales, il paese del fango conobbe in dieci anni nuove tecniche agricole, forme di cooperativa, un benessere dato da agrumeti, ortaggi, pescheti e fu al centro degli interessi artistici e culturali di personalità come Eugenio Barba e Dario Fo, tanto per citare alcuni dei tanti che vollero vedere e valutare di persona quello straordinario fenomeno.

            Fenomeno che un grande fotografo come Nanni Pes, purtroppo scomparso qualche mese fa, seppe descrivere con il suo obiettivo: dai volti sporchi di calce ma felici degli uomini totalmente compresi nel ruolo loro affidato, ai bambini arrampicati su una carcassa d’auto impegnati con i loro carboncini a disegnare sulle pareti. Tanto convinti del contributo che potevano dare da sfidare addirittura Aligi Sassu e dirgli che a loro non piaceva come dipingeva i cavalli e, in alternativa, mostrargli i loro.

La geniale ‘immaginazione produttiva’ di Sciola ben presto si rivolse alla pietra nella profonda convinzione che la terra, Gaia o Gea, come si preferisce, sia un unico organismo vivente. Così cominciò a dare vita alle schegge trasformate nelle ‘Feuilles mortes’ esposte nel giardino del Luxembourg a Parigi, o ai blocchi amorfi trasformati  nelle statue esposte alla Rotonda della Besana a Milano o a Zagabria, fino a quel taglio fantastico con il quale ci mostrò quello che poteva essere il seme della pietra. Svolgendo quella ricerca, scrive ancora Tagliagambe, “Sciola ha preso atto che ogni singola stele aveva la sua ‘identità’ tonale e questa qualità naturale ha trasformato ogni pietra sonora in un‘opera d’arte unica” (ib. pag. 122). Da qui è nato lo stretto rapporto con il mondo musicale che ne ha subito capito l’importanza: “…l’opera di Sciola può essere considerata una perfetta espressione delle folgoranti intuizioni di Stravinskij” (ib. Pag. 129).

Nella conclusione del suo saggio, prodotto di una sconfinata cultura acquisita in oltre mezzo secolo di insegnamento universitario, Silvano Tagliagambe scrive tra l’altro: “Non si può certo dire che Sciola trascuri o sottovaluti il lato cognitivo dell’arte, ma certo, come si è avuto modo di sottolineare, egli ne esalta l’aspetto emotivo proprio per potenziare ed arricchire la dimensione partecipativa di coloro ai quali essa si rivolge. A spingerlo in questa direzione era la convinzione che non possa esistere progetto estetico senza etica: l’idea di Wittgenstein (…) che etica ed estetica siano tutt’uno, ha sempre ispirato non solo la sua creatività, ma anche la sua condotta di vita. Per lui l’arte andava calata nella vita e doveva costituire uno strumento della crescita della realtà, naturale e sociale” (ib. Pag 174-175).

            Questo è stato l’esempio che Pinuccio Sciola ha dato per tutta la vita, tenendo i contatti con il mondo, ma restando sempre in Sardegna e nel suo paese, a contatto con la sua gente che lo ispirava e a cui egli restituiva con passione, entusiasmo, gioia, conoscenza e creatività.

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