CON PINO MARTINI OBINU, DAL SACRO AL PROFANO: AL CIRCOLO “DOMO NOSTRA” DI CESANO BOSCONE, IMMERSIONE NEL VASTO REPERTORIO MUSICALE DELLA SARDEGNA

Pino Martini Obinu e Beatrice Spano

di SERGIO PORTAS

Scendendo giù per vicolo Montevecchio in Guspini, badando bene a non avvicinarsi troppo a quei portali dove cani rabbiosi ti latravano addosso ansiosi di sbranarti, e stando attenti ai cocci di bottiglia tra i sassi, scarpe e asfalto al di là da venire, giusto un settant’anni fa, si sbatteva il naso in una bottega di “mastr ‘e linna”, un falegname diremmo oggi, la cui “vetrina” orfana di alcun vetro per la verità, era aperta sulla strada, come allora usava, e maestro e aiutanti tutti prestavano la loro opera “open air”, alla vista dei passanti. Nella settimana di Pasqua noi bimbi riuscivamo a commuovere i lavoranti più giovani, che avevano non più di un paio d’anni più di noi, quindi dieci, dodici, a “rubare” una qualche asse di scarto e confezionarci raganelle “pregiate”, che non fossero solamente di canna di fiume, come le avevano quasi tutti. Le raganelle per il venerdì santo, a stridere con le ruote dentate, di vicolo in vicolo, di vicinato in vicinato, a stampare nelle orecchie di tutti che quello era giorno di mestizia e di morte, finanche di magro e digiuno, le chiese in lutto di viola e nero: “era morto in croce nostro signore”. Le donne, la sera, al rosario cantavano i “goggius”. Pino Martini, anzi Pino Martini Obinu come ci tiene a farsi chiamare, recuperando per parte di madre il cognome del nonno anche lui Giuseppe, noto “Munsennore”, suonatore ufficiale di ballo sardo di Paulilatino (vedi Wikipedia), con i “goggius” apre la conferenza a titolo: “Il canto sardo: l’anima di un popolo antico. I canti paraliturgici”, si è nel circolo sardo di Cesano Boscone, domenica tre di aprile. Di Pino farò una biografia musicale per sottrazione, diversamente non mi basterebbe lo spazio che mi rimane, nasce a Carbonia nel ’50 e a sedici anni suona con la “band” del padre Ugo in giro per la Sardegna. Negli anni settanta si inserisce nell’onda rock che impazza nell’isola, nell’oristanese è con i Salis, poi a Milano bassista con gli “Stormy Six” per i quali “firma” canzoni che rimangono nell’albo rock del periodo, ne segue le gesta insieme a Salvatore (Tore) Garau, batterista di Torre Grande ( ora pittore di opere smisurate per dimensioni) con lui fin dai Salis, esibendosi in complessi che trovano spazio nei locali destinati a segnare la storia della musica underground della Milano di quel periodo. Il periodo blues è con i “Blusmondo” e i “Ballando”.  Faccio i salti mortali riportandolo a Sassari (al Blu Studio) mentre incide i brani che andranno a costituire l’album “ In terra e in chelu”, accreditato al nuovo gruppo che dirigerà: i “Tanca Ruja” (da non perdersi mai “Terra de isparu e fogu” che c’è su You Tube). Poi lo incrocio nel disperato nobile tentativo di costruzione di un coro sardo a Milano. “Sa oghe de su coro” avrà dieci anni di vita (2006/2016) con alterne fortune, a causa di una “incauta intervista” ne seguii le vicende in modo più che attivo: da “tenore”, magari non primo tenore, né secondo, né terzo, comunque mi feci un primo e salutare tuffo all’interno della galassia musicale della musica sarda. E, incredibilmente, mi posso ancora vedere su You Tube, a corpetto di vellutino nero comprato a Orani da Mura, mentre canto “Isettande” (anche questa targata Tanca Ruja), insieme agli altri miei compagni di coro, tutti ancora oggi nostalgici di quei bei tempi che furono. Salto ai “Baracca Epos” che portano in palcoscenico Emilio Lussu e i suoi formidabili libri sulla e contro la guerra. Particolarmente e drammaticamente d’attualità nel periodo disastrato che ci tocca di vivere. E lo riporto qui a Cesano mentre gli sento dire che il popolo sardo è il più musicale del mondo ( o almeno uno dei più musicali), ne farebbe fede il “bronzetto itifallico” ritrovato nelle campagne di Ittiri agli inizi del ‘900, datato VI secolo a.C.: suona, a fallo eretto, delle bronzee launeddas, emettendo un’armonia polifonica che aggrega, che è indice di festa. Com’è l’armonia della gente che canta i “gosos” de Santa Maria a Seneghe, e qui l’incanto del video che ci mostra l’evento, la melodia delle strofe ripetute: “Pregade pro nois, signora de rosa…”. L’organetto che da il là agli scalzi di San Salvatore in quel di Cabras, tutti rigorosamente maschi di ogni le età, bimbi e bisnonni compresi, un saio bianco legato in vita da un cordone e mutandoni pure bianchi, dandosi il cambio a trasportare la statua lignea di “Santu Srabadori”, che dietro di loro incalzano, anche se non si vedono, i Mori che vorrebbero prendersela e far di loro degli schiavi. Sette chilometri senza soste, tra sudore, polvere e forti emozioni. La processione della Beata Vergine Maria Assunta di Orgosolo: le donne in costume sontuoso, gonna nera e verde con una balza centrale trapuntata d’oro, “su zippone”: un giubbetto di panno rosso cupo aperto sul davanti, e una benda di seta grezza color giallo ocra (che odora ancora di zafferano) che fascia completamente il capo, lasciando scoperto il viso della donna dalla bocca in su. I gosos processionali cantano le lodi dei santi e della Madonna. Non poteva mancare un accenno al canto liturgico più famoso di tutta la Sardegna: il “Deus ti salvet Maria”, col debito che si deve a Maria Carta per la sua definitiva riscoperta in ambito mondiale: è musica potente! Dice Pino e che, come tutti i canti sardi, si “apre in minore” e si “conclude in maggiore”. Anche se l’audio non è un granché sentire il coro polifonico di Santu Lussurgiu: Su Concordu ‘e Su Rosariu mette i brividi, così pure il video in cui il coro polifonico di Simaxis canta “Sette ispadas de dolores”. Moltissimi sono i cori polifonici in Sardegna, va dato atto a Banneddu Ruju (Francesco Giovanni Ruju) che fu direttore di coro (quello di Nuoro), compositore, etnomusicologo, di aver raccolto, negli anni ’60, testimonianze musicali che diversamente si sarebbero perse per sempre. Specie delle Cofraternite del “Cantu a Concordu” “con basso normale non raschiato”. Per avere un’idea più precisa Pino ci fa sentire “Sos Cantores” di Irgoli nel “Miserere de sa Suchena” (per gli internauti è su You Tube), solo là troviamo una perfezione cristallina delle voci. Sempre un “Miserere” lo cantano, in due gruppi di otto, la Confraternita Santa Croce di Castelsardo, a volte rispondendosi l’un l’altro. E uno “Stabat Mater” del coro a tenore di “Su Concurdu Iscanesu” di Scano Montiferro. A Ploaghe è tutto il popolo che canta: “No mi giamedas Maria” (Non chiamatemi Maria) scritto da Bonaventura Licheri (XVIII sec.) per la settimana santa: “No mi giamedas Maria/ si chi no Mama de dolore ( ma soltanto Mamma di dolore). In Sardegna la musica, il canto, è sinonimo di aggregazione, di festa. Di recupero della tradizione, uno per tutti, il canto popolare di provenienza Bizantino-Gregoriana è ben rappresentato dal Coro Santa Rughe di Orosei. Ma è davvero tutto il popolo sardo che ama esibirsi nel canto (specie liturgico). Per Natale praticamente ogni paese canta una sua versione de “Su Nenneddu”, qui Pino ci fa ascoltare quella del coro di Bitti (ritorna il basso raschiato e i tenores) e “meno feroci” i Tenores San Gavino di Oniferi. Di importanza enorme sono i rosari cantati (finalmente anche dalle donne!) senza che a dirigere vi siano direttori di sorta. Sentiamo stupiti quello di Dolianaova: un “Babbu nostu” in cui prima iniziano gli uomini in una tonalità, seguono le donne in una loro e poi i due gruppi si amalgamano. Ma il più stupefacente di tutti è un rosario cantato dalle donne di Orgosolo (raccolto da Pietro Sassu, etnomusicologo sassarese) , il sonoro registrato risale al 1950 tanto che vien da pensare che nessuno più riuscirà a ricomporre una tale sonorità, che scaturisce davvero dal cuore di una comunità che esprime la sua devozione in forme cristallizzate dalla tradizione, con voci soliste che si alternano magicamente e magistralmente.

A finire una “Regina Coeli” del Concurdu E Tenore di Orosei. Insomma un’immersione per forza di cose parziale nel mare magnum rappresentato dal repertorio musicale della Sardegna, che è sterminato, complesso e spesso tramandato a memoria. Con un processo di “raffinazione” e di svecchiamento in cui “i giovani” devono sudare le classiche sette camicie prima di avere il permesso di esibirsi dai “vecchi” cantori e musicisti. Ci dice Pino che gli raccontava suo nonno “Munsennore”: quando mi avvicinavo troppo ai suonatori di launeddas nelle feste di paese, questi si giravano, gelosi di mostrare la loro tecnica al primo venuto. Toccava spiarli per carpire loro il segreto di tanta abilità. Non è un grande amatore delle scuole Pino, ne escono allievi troppo simili l’uno all’altro. Si iscrive nel partito di quelli che vanno a “rubare” l’altrui arte per poi metterla a frutto in modo nuovo e personale, badando bene che la tradizione venga rigorosamente rispettata. Facendo un rapido calcolo, sono oltre cinquant’anni che Pino Martini Obinu va sposato con la musica, di ogni genere ma in specie quella sarda, e questa sua follia ama raccontarla e veicolarla, l’idea di mescolare video d’epoca, registrazioni di canti e una esposizione mai sussiegosa ma ricca di riferimenti personali (ne avrebbe da scriverne un libro visto che, nel giro dei musicisti, ha conosciuto e suonato con tutti) fa di questo progetto-conferenza un unicum di grande qualità. Prezioso il testo sardo con traduzione che sottotitola i brani. Dal sacro al profano, serenate e balli sardi, Pino ha invitato alcuni amici: Angelo Bianchini e la sua chitarra classica, Luciano Mereu col suo organetto, Natale Minchillo, noto “Tatai”, con la sua forte voce di basso (era con noi anche in “Sa oghe”). Fanno un “Monti di Mola” più che dignitoso (ma il “nostro” del Coro era più bello), la canzone di Fabrizio De Andrè (si può ancora sentire cantata da lui su You Tube) andrebbe sì sottotitolata visto che racconta dell’innamoramento di un’asina “musteddina” (dal mantello chiaro) con un giovane aitante e “moru” (bruno): amori mannu/ di prima ‘olta/ l’aba si suggi / tuttu lu meli/ di chista multa (amore grande, di prima volta, l’ape si succhia tutto il miele di questo mirto). Un “Nanneddu meu” a dillu in versione sardo-pugliese (Tatai viene da lì) coi dilliri/ dilliri/ dilliri ana// dilliri dilliri dilliri della, che farebbero ballare anche un paralitico. E infatti gran parte degli intervenuti si mette a ballare il ballo sardo. Ha casa in Sardegna Pino, a Seneghe, dove “sos poetas” hanno il loro “cabudanne” agli inizi di settembre, l’altranno il fuoco nel Montiferru ha fatto disastri. I poeti, si sa, sono anche un po’ profeti: in “Terra de isparu e fogu” Pino aveva scritto: Sardigna terra ‘e cantu/ e de poesia manna/ de poesia manna e de ghitarra allirga// de barracca gioiosa/ e armoniosu cantu// de barracca gioiosa/ e armoniosu cantu//immoi sei torrendi/ a essi terra ‘e prantu. (stai tornando ad essere una terra di pianto). “De fogu e de isparu Sardigna se terra”.

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