IL LUOGO DE “LA MADRE” DI GRAZIA DELEDDA: VIAGGIO NEL TEMPO DI AAR (LOLLOVE)

di NATASCIA TALLORU

‘Si sentiva solo, di fuori, il rumore del vento accompagnato dal mormorio degli alberi del ciglione dietro la piccola parrocchia: un vento non troppo forte ma incessante e monotono che pareva fasciasse la casa con un grande nastro stridente, sempre più stretto, e tentasse sradicarla dalle sue fondamenta e tirarla giù’. Così Grazia Deledda nelle prime pagine del libro ‘La Madre’ descrive Aar, il piccolo borgo nel quale si intreccia la storia peccaminosa dei due protagonisti Paulo e Agnese.

Dopo oltre cento anni dalla scrittura di quelle righe piene di pathos, eccomi qui, a Lollove, il luogo scelto da Grazia per dare corpo a questa storia. E’ una fredda giornata che preannuncia l’inverno, con un vento non troppo forte dal profumo agrumato e con un odore di corti avvolte da manti d’erba verdi, infestanti e poetiche, come fossi proprio all’interno della novella scritta nel 1920.

Distante 15 km da Nùoro, raggiungibile dalla statale lungo il bivio per Orune, Lollove è collegato alla città da una stretta e tortuosissima strada che dall’altopiano scende nella valle del Rio Marreri, un affluente del Rio Cedrino che verso est è conosciuto coi nomi di Rio Isalle e Sologo, le due varianti toponime di un villaggio gemello estinto definitivamente intorno al 1600, si suppone – pensate un po’- in seguito a una semplice influenza. E la storia ciclicamente ritorna. Lollove è un borgo impegolato nel tempo, tra il Medioevo e l’oggi, pochissimi abitanti e un passato racchiuso armonicamente all’interno di una preziosa gemma d’ambra, dalle tonalità chiaroscure.

Questa è la sensazione che provo, mentre cammino attraverso le casette in pietra abbandonate, lungo le stradine calpestate dalle greggi, dai cavalli, dalle ruote dei carri.  Ora, da gatti e dai pochi uomini e le poche donne che ricordano tempi nei quali Lollove ha conosciuto le glorie di un passato che si è vestito ad arte, con un presente che vorrebbe stingergli la mano.  

Le sue origini, come accade per i numerosi paesi della Sardegna, si perdono tra leggende e fonti storiche. Interessanti le teorie sull’etimologia: ‘Lollobe’, che sembra derivare dai termini sardi arcaici Lo’ò (corso d’acqua) e Lòbe (ghianda) o Lolloi, voce paleosarda che significa fiore.

Ma perché, oggi, Lollove è quasi un borgo fantasma? Sembrerebbe che la colpa sia di alcune suore che, dice la leggenda, maledissero il luogo in seguito a delle accuse giunte dagli abitanti per delle relazioni carnali avvenute con i pastori del luogo, che le portarono a fuggire da un antico Monastero qui presente, mentre pronunciavano queste parole:

“Lollove as a esser chei s’abba è su mare: no as a crescher nen parescher mai!’

(Lollove sarai come acqua del mare; non crescerai e non morirai mai)

E chissà che la nostra Grazia non abbia proprio tratto spunto da questa leggenda per impersonare Paulo, uomo di chiesa che ebbe una storia nascosta con la bella Agnese, relazione osteggiata con forza dalla madre del Sacerdote, Maria Maddalena, donna servile, pudica e devota, che tentò oltremodo di riportare il figlio ai suoi doveri religiosi, fino a logorarsi dal dolore per questo amore proibito.

Mentre cammino, cerco di curiosare tra mura e finestre, per immaginare i due amanti consumare il loro ardore all’interno di una casa ‘i cui vetri delle finestre, senza persiane ma con gli scurini chiusi di dentro, brillavano come specchi verdognoli riflettendo le nuvole e gli squarci d’azzurro’, e gli spiriti e le erbe mossi dal vento, dalle maree e da centinaia di lune arrivare su di essi ammantando il loro amore, di cui oggi non rimane che qualche strappo colorato sulle mura delle vecchie dimore.

Mentre si consumava la passione il mondo, intorno, era lo stesso che possiamo trovare oggi, immersi tra i fruscii degli orti e la maestosità degli alberi da frutto. Li vedo ancora oggi, mentre cammino: in ogni angolo è presente un albero di melograno, di mandarini, arance e limoni. E l’aria è satura di oli essenziali agrumati, che inebriano e riportano il sereno, nonostante la giornata, il silenzio e le poche, pochissime persone che incontro nel mio passaggio.

Cosi, cristallizzata nel tempo, penso, in questa passeggiata solitaria, che Lollove ha avuto l’energia elettrica solo alla fine del XX secolo. Oggi conta circa una decina di abitanti, non ha scuole, né medico, né ufficio postale. E’ presente una trattoria ma mancano i bar e negozi. E’ emozionante attraversarlo, dato il suo singolare volto. Qui la modernità non ha mai attecchito. La sua magia regna, incanta, ti cattura come fosse una porticina aperta verso un viaggio nel tempo.

Ecco, allora, ritornare alla memoria uno scritto, quasi come un dipinto:

E’ una piccola Nùoro d’altre epoche Lollove, adagiata in vallate ‘umide e fresche, in monticelli brulli e desolati. Nessuna traccia del passaggio dei Re Magi, i bei vegliardi dallo scettro d’oro. Dappertutto un silenzio e solo un sentore di sugo fritto. Lollobe come tutti i paesi ha anch’esso una sua storia. Una famiglia di orunesi, pastori di capre, calata giù si fermò, dove sono due conche rocciose mezzo nascoste tra gli olivastri. Ivi la patriarcale famiglia crebbe e moltiplicò, dando origine alpaesello che fu poi aggiogato al Comune di Nùoro. Gli uomini avevano allora il costume della madre patria, mentre le donne, più tenaci, conservavano e conservano ancora il giallo corsetto orunese’. (S.Satta La Nuova Sardegna, 1896)

Una fotografia del paese, questa, che il poeta avvocato nuorese Sebastiano Satta scattò nel 1896, consentendoci di capire quanto in realtà Lollove non sia poi così tanto cambiato. Facile pensare dunque, come storie e leggende continuino, oggi come allora, a trovare qui un terreno fertile.

Narrano gli anziani del luogo, per esempio, che Lollove ebbe origine da Selene, un antico villaggio il cui nome sarebbe probabilmente derivante dal greco Seleni, che significa Luna, ma di cui non si ha nessuna prova documentale. E a dire il vero essi ricordano per la precisione il nome Elene, che diede anche origine alla Chiesa di Sant’Elena, il cui culto, in onore di Flavia Giulia Elena, moglie dell’Imperatore Costantino Cloro, era molto diffuso tra le popolazioni che abitavano queste valli.

E’ inequivocabile invece la sua origine e storia medioevale, essendo l’unico borgo rurale sopravvissuto, rispetto ai numerosi villaggi presenti allora in questo territorio, di cui troviamo retaggi non solo nelle abitazioni agropastorali di pietra e terra, nelle strade e nei suoi cortili ma soprattutto nell’architettura delle strutture religiose.

Il Medioevo fu un periodo di grande prosperità e lo stile gotico giunse anche in Sardegna attraverso gli ordini religiosi dei Benedettini, dei Cistercensi, dei Domenicani e dei Francescani che tra le loro opere missionarie fecero ergere una serie di chiese in stile tardogotico, in seguito influenzato anche dalla presenza della Corona d’Aragona e del Regno di Spagna.

Fra i ruderi delle case, a Lollove, è mirabile la Chiesa seicentesca della Maddalena, in stile tardogotico, per l’appunto, con archi a sesto acuto in trachite rossa, periodo nel quale il borgo faceva parte della ‘Encontrada de Nuero’ e contava 25 anime. All’interno è presente la statua della Maddalena, posta nella grande nicchia centrale dell’altare maggiore, donata nel 1601 da Jannanghelu Pirella e Anghelu Satta, i due vicari nuoresi provenienti dalla chiesa canonicale di Alghero.

Santa Maria Maddalena, essendo la Patrona di Lollove, protettrice delle meretrici, dei parrucchieri e dei penitenti, è un culto tuttora molto sentito e si festeggia il 22 luglio; la chiesa e lei intitolata è la stessa dove Paulo nella novella di Grazia Deledda conduceva le sue orazioni, distribuiva la comunione e dove i suoi occhi e quelli dell’amata Agnese si incontravano, ‘avanzando tra sagrestia e i gradini sotto la balaustrata, sul tappeto giallo ai piedi dell’altare’.

E’ attestata anche la presenza di una Chiesa di San Leonardo e dell’ antico Monastero di monache francescane, oggetto della leggenda,  fino all’Ottocento, in seguito adibito a casa privata e localizzato in una via del borgo attraversata da un ruscello che suddivideva l’abitato in due parti: Custa Banna, l’area sotto il Monastero al di qua del rio, e CuddaBanna, al di là del rio.

Altra presenza caratteristica di Lollove sono i culti dedicati ai Santi curatori: Sant’Eufemia, San Biagio, San Luigi dei Francesi e San Giovanni Battista, le cui virtù curative, insieme alle acque del luogo, richiamavano tradizionalmente pellegrini penitenti in cerca di guarigione.

Lollove è stato Comune fino alla seconda metà del 1800 con ultimo Sindaco Pietro Siotto. Fu proprio lui nel 1860, in conseguenza dell’epidemia di vaiolo che fece numerose vittime, a scrivere una lettera di protesta per denunciare lo stato di abbandono del paese, che venne lasciato senza strada di collegamento per la città, e senza cimitero per seppellire i suoi defunti.

E poi c’è stata lei, la Sindaca, Tzia Toniedda Tolu Chessa, impegnata in prima linea nella sua riscoperta turistica, venuta a mancare qualche anno fa. Tzia Toniedda era titolare di ‘Sa Cartolina’, l’unica trattoria presente, e circa 20 anni fa, in collaborazione con l’Associazione Nùoro 2000 e la Pro Loco, ha avviato un processo di valorizzazione che negli anni ha portato migliaia di visitatori a conoscere il borgo, in particolare in occasione dell’evento dedicato agli artigiani ‘Vivi Lollove’ – oggi inserito nel circuito ‘Autunno in Barbagia’ – per ‘Lollove in fiore’ e, a Settembre 2020, per il ‘World Wellness Weekend’, di cui la nuorese Giovanna Lorrai è ambasciatrice dell’Isola.

Tzia Toniedda era simbolo di un villaggio che lotta contro lo spopolamento ma che rimane scenario di interesse crescente non solo come attrattiva paesaggistica e storica ma soprattutto come esempio di rinascita culturale, grazie a progetti come ‘Lollovers’ di Simone Ciferni, che qui visse la sua infanzia, e a ‘Lol-love’ di Francesca Floris che, giocando col toponimo, lo sceglie per organizzare fotografie di nozze e così promuoverlo come destinazione per rilanciare il turismo.

A partire dal 2020 inoltre Lollove ospita il Festival Deleddiano, che quest’anno, a Luglio, ha visto la seconda edizione, una location adatta non solo per ricordare il romanzo ma perché per davvero questo borgo consente ai suoi ospiti di evocare delle immagini che, con la mente, ti portano a viaggiare in un tempo e in un luogo non ben collocabili temporalmente e concretamente.

E chissà se l’incantesimo dei progetti, delle idee e l’arrivo dei nuovi visitatori non riesca a spezzare la maledizione delle monache, ‘a furia di picchiare forte sull’uscio’.

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