LA MAESTRA RESISTENTE: MARIANGELA MACCIONI, UN’ISTITUZIONE A NUORO, TRA INSEGNAMENTO E SCRITTURA

di MATTEO PORRU

Sua madre non risponde. Se ne sta seduta, immobile, sulla poltrona. Ormai cieca, ormai vedova. Tasta le due fedi che ha al dito da qualche ora, sapendo che quella del suo Sebastiano, lei, Giuseppina, non la toglierà mai. La vita non le darà pace: entro qualche anno se ne andranno per sempre anche i due figli grandi e lo faranno lontano, lontanissimo, oltre due oceani. Le restano poche, care cose: la piccola casa in via Barisone, gli odori e i rumori di sempre, le uniche cose in cui credere, e la figlia Mariangela, quella che le sta seduta a fianco e che le ha chiesto come sta.

La madre non risponde perchè ha perso il suo faro. E sa che il dolore più grande è per lei: perchè Mariangela Maccioni, dal padre, aveva preso tutto, o quasi. Ha i suoi stessi occhi, la sua stessa carica, il suo stesso senso di giustizia, di identità. L’aveva ispirata lui, che negli anni si era fatto da solo, con metodo e sacrificio, lasciando un destino già scritto da modesto proprietario terriero di metà Ottocento e reinventandone un altro, tutto nuovo: il maestro. Socialista. Una delle voci più attente ai disagi degli operai nuoresi. Sebastiano si era scelto la sua vita. Come? Studiando.

E fa lo stesso anche lei. Mariangela, classe 1891, tira dritto per elementari e ginnasio a Nuoro, poi tre anni a Sassari alla Scuola Femminile, l’abilitazione all’insegnamento e la prima classe, a Mamoiada. Maestra Mariangela ha diciassette anni, è una giovane donna devota, attenta, metodica. Ma forse ha corso troppo, forse non è pronta a gestire una classe di novanta bambini, la metà dei quali in piedi e il novanta per cento dei quali sarebbero spariti per dispersione scolastica nel giro di qualche mese. Ma lei ha studiato per questo. E quindi, lo fa e lo fa bene, benissimo. Fa scalo a Orani e poi torna a Nuoro e torna a casa, in via Barisone, che in quegli anni diventa il crocevia delle nuove personalità della città. Mariangela è un’insegnante, un’amica, una dispensatrice di consigli. Legge e condivide letture, scrive e studia di notte.

Ma sono gli anni venti e in Italia è cambiato il vento e non tira un’aria buona. La dittatura mette radici sempre più grosse, rialza il terreno. Ed è in questo preciso momento che Mariangela ricorda a Nuoro di essere una Maccioni. Via Barisone diventa antifascista: la donna gioca col fuoco ma non ha paura. È una delle prime firmatarie della sottoscrizione Pro Matteotti. Non presenzia ai festeggiamenti per la Marcia su Roma. Guai a pronunciare Duce in classe. Ai bambini insegna Bandiera rossa. Incarna la resistenza ideologica, umana.

E poi c’è Raffaello Marchi, nuorese con studi a Roma, che fa l’antropologo, è bellissimo, le piace. Nessuno dei due si fa scrupoli di passeggiare in campagna senza nessuno nei paraggi e la cosa dà il via a un lungo e cattivo giro di dicerie e commenti che a Nuoro, in quegli anni, con quegli usi, volano. Non c’è Sebastiano, c’è Giuseppina che sta sempre peggio ma sua figlia chiacchierata così no non se ne parla, e impedisce a Mariangela di vedere il suo uomo. O almeno, ci prova. Perchè i giovani sono più furbi e di lì a pochissimo si sposano. Ma il gioco col fuoco la scotta e a scottarla è l’Ovra, che la arresta il giorno del suo compleanno: l’ustione le costa trentanove giorni di carcere. Non può più insegnare. Non può più partecipare attivamente alla vita pubblica. Viene persino caldeggiato il confino con l’accusa, allucinante, di antinazionalismo. Quando esce, Raffaello la porterebbe con sè a Roma, ma Mariangela la madre non la lascia sola. Raffaello comprende e resta con lei.

Ormai, a Nuoro, tutti la conoscono come “la maestra resistente”. È un’istituzione e non può che essere data a lei la direzione della Biblioteca Sebastiano Satta. Ma la vita l’ha temprata e l’ha sfinita, prima del previsto, Mariangela lo sa e chiede l’esonero dall’insegnamento. Le viene concesso. Continua a insegnare, anche se senza cattedra, e decide di scrivere, di raccontare la sua storia. Lo fa in Il mio romanzo. La mia famiglia, una cronaca narrativa del Novecento in Sardegna con tantissimi riferimenti autobiografici, e in Memorie politiche, una dichiarazione degli ideali e degli intenti che ha sempre, strenuamente, difeso.

La vita la lascia di punto in bianco, senza rumore, a sessantasette anni e con il romanzo incompleto. Lo cura Raffaello e lo fa pubblicare per tenere vivo l’amore per il giusto e la passione di sua moglie. Una donna forte, che si è fatta da sé. Come? Studiando.

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