KANTHAROS: IL SILENZIO DELLA FOTOGRAFIA E IL CHIACCHIERICCIO DELL’ILLUSTRAZIONE

Silvia Gua e Matteo Setzu

di LUCIA COSSU

Kantharos nasce dall’incontro tra fotografia e illustrazione: l’attimo fugace, cristallizzato nel bianco e nero degli scatti, è trasfigurato dal tratto di rapidografi e pennarelli: prospettiva e poesia a saturare – di colore e sogno –  luoghi e momenti. Matteo Setzu e Silvia Gua sono i protagonisti di questo progetto artistico, che, grazie alla fusione delle due arti visive, si propone d’interpretare liberamente la Sardegna e cercare di resistere a questi tempi problematici.

Kantharos è la coppa per il vino, la sinuosità della forma circolare e gli alti manici caratterizzano questo vaso etrusco, molto diffuso a Tharros e nel resto dell’isola. Protagonista del simposio greco, la coppa di Dioniso era un oggetto principe nelle lunghe notti di bevute e di discussioni: e poi la musica, il canto, la danza. La sonorità del nome e l’idea di riempire, metaforicamente, la coppa con i loro lavori hanno portato i due artisti a scegliere questo nome. Altre suggestioni, mi sovvengono: queste coppe conoscono bene l’arte del connubio: la bevanda sacra era vino rinfrescato con acqua pura di fonte. Allo stesso modo, i loro due sguardi si incontrano per creare pezzi unici. Le fotografie lasciano il qui e l’ora – l’istante e il luogo che le ha generate – il racconto soggettivo del reale e diventano narrazione onirica.

Fotografia e illustrazione sono due arti differenti, eppure così simili, sanno giocare con le forme e con le luci, con le prospettive: con il vuoto e con il pieno, con la trasparenza e la parola. La realtà e il sogno si potrebbe chiosare, ma il gioco è più complesso: la fotografia stessa è già finzione, soggettività. La macchina fotografica cattura il silenzio e lascia intravedere il vuoto – così pieno – dei paesaggi, dei luoghi, dell’anima nostra; il tratto grafico si affretta, lesto, a ricamare le presenze, il chiacchiericcio giocoso, ciò che è stato e ciò che potrebbe essere, al di là di questo tempo, in una dimensione poetica e magica. L’epica, il rito, la poesia riempiono gli spazi, colorano e sgretolano il silenzio, le forme dei muri e di finestre chiuse, sberciate, rotte dal tempo e dall’abbandono, i visi, gli sguardi, gli oggetti, il daffare. È l’isola nostra.

Silvia Gua e Matteo Setzu, di Gavoi lei, di Lunamatrona lui, si incontrano e decidono di creare un nuovo modo di raccontare l’isola, di raccontare i sardi, di raccontare l’umanità, perché siamo regione del mondo, uguali, diversi: né migliori né peggiori.

Esperienze di lavoro all’estero, in Spagna per Matteo; in Val D’Aosta, in Piemonte, sino alle Canarie per Silvia e poi, per entrambi, la decisione di rientrare nell’isola. Matteo, con le sue fotografie di feste religiose e civili, racconta l’isola con uno sguardo privo di folklore e stereotipi. I suoi scatti, attraverso tradizioni, manifestazioni e quotidianità, colgono bene la contemporaneità. Il suo lavoro ha portato, negli anni, ad un proficuo scambio e a diverse collaborazioni tra le associazioni culturali folkloristiche sarde ed estere. Dalla passione è nata una professione: la macchina fotografica diventa strumento per fotografare i matrimoni; certo, ora i tempi non sono proprio propizi.

Un’ispirazione un po’ punk anima Silvia: la sua opera nasce tra le dinamiche, cariche di stimoli e scambi culturali, di un paese dell’entroterra sardo, Gavoi. La consapevolezza artistica passa attraverso il mondo dei tatuaggi, per ricomporre, infine, un immaginario fatto di tradizioni sarde con la sua mitologia e le sue parole e gli oggetti di uso quotidiano. Questi ultimi esprimono un Femminile privo di preconcetti e stereotipi, un Femminile che vuole autodeterminarsi. Il rosso è il file rouge dei tratti e delle sfumature: rosso di sangue, di passione, rosso di vita.

La resistenza nei luoghi e dei luoghi è resistenza di persone, che ogni giorno scelgono l’isola, scelgono di crederci ancora e di mettersi in gioco. Un tempo, e per secoli, l’emigrazione è stata fiume di popolo che, mestamente, attraversava il mare, i mari, i continenti. Comunità che si ricostituivano altrove: come piccola patria nel meticciato di lingue, usi, cognomi e carni che, piano piano, con il susseguirsi delle generazioni, mutavano fisionomia. Una Comunità che accoglieva e accompagnava il singolo, era comunque appartenenza nell’altrove.

Da qualche decennio alla scelta – sofferta o voluta – di emigrare si è aggiunta la solitudine: sono i singoli a partire e a disperdersi lungo le altre vie a cercare, soli, di ricreare una dimensione di vita e di lavoro possibile, a ricostituire percorsi di dignità.

Sono scelte coraggiose di chi parte, di chi resta e di chi ritorna, generazioni infrante, eppure così forti, tenaci, resistenti. Le scelte intime, ogni crisi le lacera profondamente. E nella lacerazione, l’umanità sa sempre rifiorire: è la resistenza! È resistenza è questo progetto, questo desiderio di racconto.

Una collaborazione nata quasi per gioco: “facciamo qualcosa insieme?” e poi, via, a cercare la formula migliore, in giro nell’isola con la macchina fotografica e i pennarelli. Ogni opera è un pezzo unico: fotografie in bianco e nero illustrate con rapidografi, pennarelli, acrilici. Per iniziare, un po’ di Marmilla e il Sinis con i suoi paesaggi, scorci, case, muri, persone: Matteo e Silvia fotograferanno e coloreranno tutto quello che li entusiasma.

Una prospettiva, un viso, il silenzio di una vecchia facciata sono ispirazione: lasciano la loro mera forma e si riempiono di sfumature e di parole. Il silenzio fotografico e il cicaleccio della penna: il lucido e pulito bianco e nero che diventa colore, illustrazione. Due racconti che si incontrano: luce e tratto grafico si mescolano per un racconto nuovo. Quanto sono silenziose di chiacchiericci le nostre valli, e i margini dell’isola, le periferie cantate, i piccoli borghi disseminati lungo traiettorie marginali o centrali. Sono molte le Sardegne, tante isole nell’isola: disegna l’oggi, fotografalo, cantalo!

Tutte le creazioni sono consultabili su facebook nella pagina che porta il nome del progetto: Kantharos. Tutti noi abbiamo muri bianchi da infrangere con sguardi nuovi, questa è un’occasione per aprire il cuore e stare bene: la bellezza, lei sola, ci può salvare e l’etica, la scelta di comprare dalle mani di chi produce, dagli artisti e dagli artigiani. Stiamo bene noi, stanno bene loro.

https://www.lacanas.it/

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