DUE PENNE A PIEDE LIBERO: STESSO NOME, STESSO COGNOME: MATTEO PORRU PARLA DI MATTEO PORRU

di MATTEO PORRU

Ho conosciuto Matteo Porru in una delle prime vere calde mattine di maggio del 2018. Ero tornato da qualche giorno, forse tre, dal Salone del libro di Torino, dove avevo presentato il mio secondo libro. Ricordo che c’era una lezione di storia, e quando c’era lezione di storia con Luisa Mereu, che poi sarebbe diventata una delle persone più care che ho al mondo, non volava una mosca.

L’unica forza della natura che poteva interrompere la spiegazione era Roberto Pianta, che del mio liceo, il Dettori, era il preside. E quando bussò e ci fu un fracasso di sedie e di gambe, mi lanciò un’occhiata delle sue, un’intesa da amici che, in quegli anni, era ancora divisa da un dovuto e rigoroso lei da parte mia. Fatto sta che chiese se potessi uscire, perchè c’era una visita, un po’ speciale, per me.

Dalla cattedra arrivò il nulla osta e, subito dopo aver chiuso la porta della classe, ho saputo chi era venuto a trovarmi alla quarta ora di una normale, normalissima giornata di lezioni: Matteo Porru.

La mia mente tornò a un anno prima, quando avevo esordito con il primo romanzo e la stragrande maggioranza delle domande che mi venivano fatte erano sostanzialmente identiche: ma sei parente di Matteo Porru il preside? Ma per caso tuo nonno è il sardista? Non è che hai rapporti con il Porru di Villanovafranca? e qualche altra variazione sul tema. Per una mia presentazione era perfino venuta una signora anziana credendo di trovare il suo vecchio preside che non aveva mai dimenticato, quanto era buono, quanto era caro.

Che belle le coincidenze della vita: stesso nome, stesso cognome, due penne a piede libero, rispettive interviste influenzate.

Non ci eravamo mai conosciuti né visti prima di allora e quella sarebbe stata la prima e l’ultima volta in cui lo avrei visto e ci avrei parlato. Ricordo che mi sono sistemato la giacca sulle spalle e ho chiesto al preside se il nodo della cravatta fosse passabile. Certo che lo è, poi fece lui. Di Matteo Porru mi colpì lo sguardo, caldo e buono, appena lo vidi. Era un signore vistosamente anziano, cosa che mi turbò all’inizio, perchè dentro di me, quell’uomo, lo avevo sempre immaginato giovane. Ma lo era e lo capii quando, dopo avergli sorriso, mi rispose “Finalmente! Come stai?” e poi mi abbracciò e io abbracciai lui.

Era uno dei più grandi sardisti che la Sardegna avesse mai avuto, che aveva dedicato la sua vita alla scuola e ai ragazzi, alla cultura, al domani. Un gigante che leggeva e studiava ogni giorno della sua vita, che voleva confronti e pure una mano, per capire, per comprendere. Aveva tradotto libri e libri in sardo; scritto e realizzato, da solista o in duo, biografie e antologie dei più grandi poeti dell’isola. Ma mi abbracciò come lo avrebbe fatto nonno Matteo, il nonno che adorava la coratella e si commuoveva per le piccole cose che la vita regala. Come quell’incontro. Come quel contatto.

Era nato nel ’34 a Villanovafranca, paese del quale poi avrebbe raccontato tradizioni ed eredità. Il sardo, più che scriverlo, l’ha amato e difeso. Tanto da laurearcisi, con Antonio Sanna e Luisu Heilmann. Mi disse che il sardo riesce a tradurre emozioni, sensazioni che l’italiano non conosce davvero a fondo. Ne citò due, per esempio: identità, tradimento. Matteo leggeva sempre, passava ore in salotto a leggere o scrivere o segnare frasi e spunti su dei foglietti bianchi, piccoli, sparsi ovunque.

Aveva tradotto di tutto, da Collodi a Lussu, e mi disse che i segreti per tradurre sono pensare in limba e credere nella limba.

Non lo ha mai chiamato dialetto. Poeti sardi e Cagliari e i suoi poeti in lingua sarda, Sa lìngua mia de sa A a sa Z e Una breve storia della lingua sarda sono solo tre delle opere in cui Matteo ha voluto, perchè ha creduto, raccontare il mondo che ruota intorno all’identità e al patrimonio culturale dell’isola. E io, che il sardo non lo parlavo (me lo avrebbe insegnato, consapevolmente o meno, Giacomo Mameli), ero incantato. Sì dal flusso di parole, che di certo non gli mancava, sì dalla passione che ci metteva, ma quello che faceva veramente impressione era la luce che gli si vedeva negli occhi. Era stato preside per lavoro, ma era un sardista per vocazione, forse per esigenza. Amava i giovani come poche altre cose, ci vedeva dentro il futuro del mondo e non i debiti del passato.

Di suo avevo letto solo “Pinocchiu”, libro che aveva poco più di trent’anni. L’aveva riscritto in campidanese per far imparare il sardo ai bambini, il suo grande sogno. Le scuole le definiva sempre molto italiane e poco sarde. I suoi piccoli lettori, is pipius chi hant a liggiri custu liburu, però, non erano solo i piccoli, ma anche tutti i grandi che volevano sapere e conoscere meglio una realtà sempre meno nota e valorizzata.

Gli chiesi della famiglia, di sua moglie Mariolina. Si erano sposati nel ’66. Mi disse che stava bene e che era tutta la sua vita. E che non aveva persone migliori con cui godersi gli ultimi anni. E mi chiese di me, di cosa stesse bollendo in pentola, dei progetti che avevo. Parlammo di scrittura, di vocazione, di grammatica, che lui aveva imparato in collegio. E della nipote, Costanza, mia compagna di liceo, che mi ha raccontato qualche cosa in più sul suo nonno speciale. Dopo mezz’ora di chiacchierata, forse in un lampo da ex preside, mi sorrise dicendo che dovevo tornare in classe, che chissà il docente quanto si è adirato. E disse che ci saremmo rivisti, presto, e avremmo parlato ancora. Purtroppo, non fu così. Mi abbracciò ancora e mi disse ti auguru una vida bella e un’altra cosa in sardo che, sul momento, non capii. Mentre tornavo in aula, chiesi al preside se l’aveva colta, ma nemmeno lui aveva capito. 

Sono passati più di due anni da quel giorno e non ricordo più quali siano state le ultime parole che ci siamo scambiati io e Matteo, quella mattina.

Di quella conversazione, porto con me la sua fede nella cultura e nel domani.

E un altro paio di cose che non posso scrivere qui. Eppure, anche se sono passati più di due anni, ogni tanto continuo a chiedermelo, cosa mi ha detto. Forse perchè, avendolo saputo, non avrei mai scritto negli appunti di storia le mosse di Bismarck. Forse perchè, avendolo saputo, l’avrei abbracciato ancora.

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