L’ULTIMO PATRIARCA: I RACCONTI DEL 90ENNE AGOSTINO ASARA, TESTIMONE DELLA CULTURA DEGLI STAZZI GALLURESI

ph: Agostino Asara con la moglie Anna Rosa Pattitoni

di FRANCESCA BIANCHI

A Madre Natura,
che mi ha permesso di vivere libero
ogni giorno della mia vita,
e a mia moglie Anna Rosa,
che dando alla luce i nostri cinque figli
ha coronato il nostro sogno

(Agostino Asara, A sangu e latti. La vita di un mezzadro negli stazzi della Gallura)

Uno degli incontri più belli che la Sardegna mi ha generosamente donato in questi ultimi anni è stato quello con Agostino Asara e sua moglie Anna Rosa Pattitoni. Ho sempre desiderato approfondire l’argomento relativo alla cultura degli stazzi in Gallura e intervistare chi quella civiltà l’ha conosciuta bene e gelosamente ne custodisce i valori e le tradizioni. Agostino, che oggi ha 90 anni, è nato nello stazzo di Lu Rustu, tra Berchidda (SS) e Calangianus (SS). Dopo aver trascorso una vita intera lavorando come mezzadro negli stazzi galluresi, un decennio fa si è stabilito a Olbia. Qualche anno fa ha pubblicato un libro-intervista autobiografico intitolato A sangu e latti. La vita di un mezzadro negli stazzi della Gallura (NOR Edizioni, 2015), curato da Augusto Morbiducci e Riccardo Mura.  La realtà socio-economica degli stazzi era fatta di sacrifici e lavoro duro, ma era fortissimo il legame di solidarietà, fratellanza e collaborazione tra gli abitanti dei vari stazzi: ci si aiutava come possibile e si trovavano le occasioni per riunirsi tutti insieme nelle ricorrenze che scandivano i ritmi della vita agricola e contadina.

Considero Agostino e Anna Rosa i miei nonni galluresi: mi hanno trattato come una nipote sin dalla prima volta che ho avuto l’immensa fortuna di conoscerli. Prima di aprirmi la porta di casa, mi hanno generosamente aperto la porta del loro cuore, rendendomi partecipe dei loro ricordi, della loro bellezza, del loro amore indistruttibile. Guardarli negli occhi e leggere nei loro sguardi emozione e gratitudine è un privilegio che auguro a chiunque.   Questa estate, in un assolato pomeriggio di inizio agosto, mi sono lasciata coccolare dalla loro saggezza, dal loro affetto sincero, dalla loro innata generosità. Dalla lunga conversazione con Agostino è nata questa bella intervista. Attraverso i suoi racconti intrisi d’amore e nostalgia per un mondo ormai scomparso, un mondo di cui è stato protagonista indiscusso e di cui oggi è testimone e custode, mi sono immersa nella realtà degli stazzi di Gallura. Mi ha parlato del trauma vissuto quando si è trasferito a Olbia, lui abituato a vivere in mezzo alla natura, tra gli animali, con cui ha sempre avuto un rapporto simbiotico. I suoi occhi si sono illuminati quando ha ricordato le feste campestri, parte fondamentale della vita dei Galluresi: definirle meravigliose è riduttivo.

Agostino ha affrontato anche l’argomento relativo all’avvento della Costa Smeralda, che purtroppo ha contribuito allo spopolamento degli stazzi e, spesso, al disprezzo nei confronti di chi lì viveva e lavorava. Con pacatezza ha espresso anche la sua delusione per la politica, che non ha fatto nulla per migliorare le condizioni di chi viveva in campagna, contribuendo, così, allo spopolamento delle campagne e a rendere la Gallura un deserto. Non c’è mai odio o rabbia nelle parole di Agostino. In un mondo in cui tutti urlano, questo elegante novantenne sa parlare a voce bassa, con equilibrio, cognizione di causa e autorevolezza.

Con Agostino e Anna Rosa riflettevo sul fatto che i giovani non possono non conoscere la storia del posto in cui vivono: i giovani devono ereditare le tradizioni che i nonni dei loro nonni, i nonni dei loro padri hanno praticato e incarnato. Quanto sarebbe bello se qualche insegnante gallurese facesse leggere il libro-intervista di Agostino ai suoi studenti! Abituati ad avere tutto e a desiderare sempre di più, ai nostri ragazzi farebbe bene leggere la testimonianza di una vita fatta di sacrifici e fatica, di sudore e rinunce, una vita in cui, nonostante tutte le difficoltà, non mancavano mai l’accoglienza, la solidarietà, l’aiuto reciproco, e si respirava profumo di dignità, un valore oggi quasi sconosciuto. Quanto sarebbe bello se i nostri ragazzi, “drogati” di pc, tablet, tv e ignari della bellezza che li circonda, conoscessero l’amore e il rispetto di Agostino per quella Natura che lui, con devozione filiale, definisce Madre! Quella degli stazzi, infatti, era una realtà in cui l’uomo viveva in simbiosi con la Natura e con tutte le sue creature. Del resto, dalla Madre Terra veniamo e a Lei torneremo alla fine dei nostri giorni. I suoi cicli, i suoi ritmi, il suo equilibrio, la sua bellezza e, soprattutto, la sua infinita pazienza sono un grande insegnamento per noi. Agostino mi ha detto: “Siamo tutti figli di Madre Natura, siamo tutti fratelli, tutti uguali”. In un’epoca come la nostra in cui si innalzano muri e barriere e si fa leva sui concetti di diversità e disuguaglianza, queste parole sono un balsamo per l’anima.

Ho promesso ai miei “nonni” galluresi Agostino e Anna Rosa che, nel mio piccolo, non smetterò mai di far conoscere quello che hanno fatto, perché non possiamo permettere che muoiano il passato e le tradizioni che chi ci ha preceduto ha portato avanti con amore; non possiamo permettere che il nostro patrimonio identitario venga cancellato ed ignorato, come se non fosse mai esistito. L’affetto, la gratitudine, la stima che provo nei loro confronti è grande. Come diciamo spesso, ci separa il mare, ma i nostri cuori sono più vicini che mai.
Un sincero ringraziamento all’antropologo Fiorenzo Caterini: quando gli ho chiesto se conoscesse o meno qualche rappresentante della cultura degli stazzi, subito mi ha fatto il nome di Agostino, parlandomi del libro intervista di cui lui aveva curato la presentazione. Grazie a te, carissimo Fiorenzo, ho conosciuto il simbolo di una cultura ormai scomparsa, uno degli ultimi testimoni di tutti quei valori di cui la nostra società agonizzante tanto avrebbe bisogno.

Agostino e la sua grande passione: la cultura

Agostino, tu sei uno degli ultimi testimoni della cultura degli stazzi, sei l’emblema di quella cultura, dei suoi valori. Nel 2004, dopo aver trascorso una vita intera lavorando come mezzadro negli stazzi galluresi, hai lasciato la campagna, il tuo mondo, per trasferirti a Olbia. Cosa ha significato per te questo repentino cambiamento di vita? Cosa ti è mancato di più della vita dello stazzo? Trasferirmi a Olbia, dopo aver trascorso una vita intera a contatto con la natura, è stato un vero trauma, un dolore indicibile. Io sono nato in campagna, per 74 anni la mia vita è stata la vita degli stazzi che ho frequentato. Trasferirmi in città a quasi 80 anni e trovarmi catapultato in un mondo che non sentivo mio è stato un dramma. Mi mancava la natura, che è stata la mia compagna e la mia protezione; mi mancava la campagna, il cielo stellato della campagna. Quante volte, nel corso della mia lunga vita, ho alzato gli occhi al cielo per osservare la Luna, le stelle e prevedere il tempo dell’indomani e dei giorni successivi! Mi mancavano gli amici animali. Sì, gli animali sono amici, e posso assicurarti che a volte sanno essere più amici degli esseri umani. Io parlavo con gli animali, che mi volevano bene e comprendevano perfettamente quello che dicevo loro; ad alcuni mancava solo la parola. Mi mancava il mio mondo, mi mancavano i vicini. Ricordo che quando ci si trasferiva in un nuovo stazzo, tutti gli abitanti della cussorgia erano solito recarsi dai nuovi arrivati per dare loro il benvenuto e fare la loro conoscenza. Le occasioni di incontro con i vicini non mancavano, perché ci si aiutava reciprocamente per i lavori stagionali. Quando qualcuno si ammalava e doveva stare a riposo, gli amici degli stazzi vicini si precipitavano a dare una mano. Ricordo come fosse ieri che una volta mi suocero si ammalò e dovette restare a letto per una ventina di giorni. Da tutta la cussorgia vennero ad arare e a seminare al posto suo. C’era generosità, fratellanza, solidarietà, tanti valori che la modernità ha spazzato via.  Mi mancavano, inoltre, le feste campestri, che definire meravigliose è riduttivo. Dopo il trasferimento a Olbia, è capitato sovente di tornare in qualche stazzo per partecipare alle feste campestri. Andavo sempre con gioia per rivedere i vecchi amici, per cantare e ballare, per il clima che si respirava, unico e irripetibile, anche se devo dire che le feste campestri che fanno adesso sono più turistiche rispetto a quelle che facevamo 40-50 anni fa, c’è molta gente che viene da fuori. Ricordo che vicino allo stazzo de La Caldòsa, lo stazzo del mio cuore, quello dove ho trascorso 33 lunghi anni, c’era una chiesa dedicata a San Marco, per cui le feste campestri iniziavano il 24 aprile in occasione di San Marco e proseguivano fino al 30 novembre, con la festa campestre dedicata a Sant’Andrea.  Non mi è mai piaciuta l’atmosfera della città. Mi sono trasferito a Olbia per accontentare Anna Rosa, che non se la sentiva più di rimanere sola tutto il giorno. In effetti, negli ultimi anni le campagne si stavano spopolando, negli stazzi confinanti non c’era quasi più nessuno. Inoltre, i figli erano grandi, lavoravano, per cui lei si ritrovava sempre sola

A Olbia hai cercato di riprodurre quello che è sempre stato il tuo mondo, con i suoi valori, la sua atmosfera, le sue abitudini… Nell’appartamento dove viviamo a Olbia Anna Rosa ed io abbiamo cercato di riprodurre il clima, i valori di una vita intera trascorsa negli stazzi, l’atmosfera che vi si respirava, il senso di accoglienza e ospitalità. Non avremmo potuto fare diversamente: avremmo tradito noi stessi, i valori che ci hanno sempre accompagnato e che abbiamo trasmesso ai nostri figli. La nostra casa di Olbia è stata, è e continuerà ad essere sempre aperta per tutti coloro che vengono a farci visita. Figli e nipoti passano spesso a trovarci. I nostri vicini di casa Domenica e Salvatore, con cui si è creato da subito un legame di sincera amicizia, sono ormai diventati persone di famiglia, così come una famiglia cinese che abita qui vicino, gente davvero meravigliosa.


Dopo il trasferimento in città, per un certo periodo hai mantenuto anche il bestiame… Sì, non sapevo proprio stare fermo, tanto che ho deciso di tenere i bovini che avevo a La Caldòsa. Li ho portati prima nei pressi di Luogosanto, poi in un terreno situato vicino ad Arzachena. Ho guadagnato poco e niente, perché le spese erano davvero tante, ma per me era un modo per mantenere le mie abitudini, quella che era stata la mia quotidianità per quasi 80 anni. Nel 2013 ho venduto tutto e mi sono sentito davvero morire. È stato come perdere i compagni di una vita, ma ogni cosa ha la sua fine, cara Francesca: tutto è destinato a morire, a cominciare da noi; è una legge della natura a cui non possiamo opporci o ribellarci, perché questa è la vita.


Tu sei nato in uno stazzo. Che ricordo hai degli stazzi che hai frequentato da bambino? Sono nato nello stazzo di Lu Rustu, tra i paesi di Berchidda e Calangianus. Nello stazzo c’erano centocinquanta capre, qualche vacca, maiali, galline, cani, gatti: era pieno di animali. Il mio amore per gli animali è nato lì; sono cresciuto con loro. Anche se ero davvero piccolo, i ricordi più belli sono legati agli anni trascorsi a L’Agnata, tra Tempio Pausania e Oschiri, una proprietà immensa. Lì ho imparato a nuotare in un fiumiciattolo. Mio padre, però, aveva bisogno di un terreno più adatto alla coltivazione dei cereali, così ci trasferimmo a Telti. Ricordo che quando mio padre decise di trasferirsi in un altro stazzo, il padrone de L’Agnata, sinceramente affranto, disse a mio padre che se avesse cambiato idea, la porta de L’Agnata sarebbe stata sempre aperta per noi. A Telti ho frequentato quelle che oggi sono considerate le scuole medie, allora era l’avviamento professionale. Ricordo che andavo a scuola insieme ai figli dei vicini e ai figli dei proprietari del nuovo stazzo. Era così bello andare a scuola tutti insieme! A scuola ho imparato a parlare l’italiano; io capivo l’italiano, ma parlavo solo il gallurese. Mi piaceva la scuola, me la cavavo abbastanza bene, anche se non eccellevo.

Quando eri piccolo, pensavi a cosa avresti voluto fare da grande? Sì. Ricordo che tra i miei amici io ero l’unico che ha sempre desiderato lavorare la terra e fare il pastore. Sin da piccolo ho avvertito forte il richiamo della natura. La maggior parte dei miei amici non voleva fare il pastore. Dei miei fratelli uno si è arruolato, uno ha fatto l’autista, un altro il camionista. Io sognavo di lavorare la terra e di vivere a contatto con gli animali. Il mio sogno si è realizzato. Quanto ero felice di fare il pastore! Mi sentivo così libero e fortunato…

In quali circostanze hai conosciuto Anna Rosa, l’unico grande amore della tua vita? Quando vi siete sposati? Ho conosciuto Anna Rosa, la compagna di tutta la mia vita, nello stazzo di Canùcciu, vicino a Telti, dove ho trascorso gli anni della gioventù. Anna Rosa viveva nello stazzo vicino al mio. Ci siamo sposati nel 1958 a Telti, dopo due anni di fidanzamento. Il matrimonio, così come tutta la nostra lunga vita, si è svolto nello stazzo alla presenza di circa 200 persone tra parenti, amici e vicini di stazzo. L’anno dopo è nata Giacomina, la nostra prima figlia. Il primo stazzo dove Anna Rosa ed io siamo stati si trovava a Luras. Lì è nata Caterina. Nel ’67 è nato Raimondo, il nostro unico figlio maschio; nel ’70 è arrivata Piera e nel ’74 Rosaria, l’ultima figlia. Tutti sono nati a casa, come si usava all’epoca. Con Anna Rosa abbiamo condiviso tutto. Oggi abbiamo tre nipoti, Alessia, Francesco e Agostino, e due pronipoti, Gabriele ed Eleonora, che amiamo profondamente.


Qual era il ruolo della donna all’interno dello stazzo? Le donne avevano un ruolo importantissimo nello stazzo. La moglie del pastore non si limitava a badare ai bambini e a seguirli nello studio, ma svolgeva molte attività importanti nello stazzo: preparava il formaggio, si occupava degli animali e dell’orto, inoltre preparava il pranzo, mandava avanti la casa, due volte a settimana preparava il pane.

Nello stazzo producevate tutto ciò che occorreva per provvedere al sostentamento di tutta la famiglia… Lo stazzo ci dava tutto ciò di cui avevamo bisogno e anche di più. Avevamo frutta e verdure fresche di stagione, verdure, legumi a volontà, carne, formaggi. Che sapore squisito avevano quei prodotti! Ora tutto è insipido: la frutta che compriamo al supermercato o in frutteria non sa di nulla, non sembra neppure frutta. Io ero abituato a raccoglierla dall’albero e a mangiarla subito dopo, sentivo proprio il sapore genuino. Cosa darei per poter sentire di nuovo quei sapori e quei profumi inconfondibili!

Agostino sul carro a buoi nei primi anni Ottanta insieme a Rosaria, ultima dei suoi cinque figli, al nipotino Marco e a una loro amichetta

Come si svolgevano le tue giornate? A che ora suonava la sveglia? La mattina la sveglia suonava alle quattro, soprattutto se dovevo andare a lavorare lontano da casa. Prima di uscire andavo a mungere le vacche. Mi svegliavo alle quattro durante la stagione della scorzatura del sughero, che va da metà maggio fino ai primi di agosto. Solitamente si iniziava a metà maggio, perché se faceva ancora freddo era impossibile procedere. Con il caldo, invece, il legno trattiene l’acqua e diventa più semplice staccare la corteccia. Mi piaceva molto lavorare all’estrazione del sughero; è un lavoro che richiede una certa perizia.  D’estate, invece, la sveglia suonava anche alle cinque, in quanto c’erano meno lavori da fare. Si cenava presto, anche se spesso, soprattutto quando lavoravo fuori, tornavo alle 10 di sera e cenavo a quell’ora insieme ad Anna Rosa, che aveva già messo a letto i bambini.  La domenica ci si riposava un po’, dal momento che si lavorava meno, per cui ci piaceva ricevere ospiti a pranzo. Ricordo che al termine del pranzo non mancavano mai acciuléddhi, cucciuléddhi, papassini, i dolci tipici galluresi.

Cinque anni fa hai pubblicato un libro-intervista autobiografico intitolato A sangu e latti. La vita di un mezzadro negli stazzi della Gallura, curato da Augusto Morbiducci e Riccardo Mura. Nel libro affermi di aver deciso di lasciare lo stazzo di Campanadòlzu perché il bestiame non era in mezzadria e a te spettava solo un manzo all’anno. Tu avevi proposto al padrone di prendere anche le vacche in mezzadria per avere un guadagno più consistente, visto che la tua famiglia era numerosa, ma lui non aveva accettato. Cos’è la mezzadria e, soprattutto, cosa si intende con l’espressione “a sangu e latti”, che dà il titolo al libro? La mezzadria era un contratto tra il padrone e il pastore. Che poi era un contratto di mezzadria e di “sòccida”. Quest’ultimo riguardava l’allevamento, mentre la mezzadria era un contratto prevalentemente agrario. Il bestiame rappresentava la parte più consistente della rendita. Soltanto le pecore, le capre, i maiali erano “a sangu e latti”, che significa ‘a sangue e latte’, cioè con carne e latte condivisi; il bestiame vaccino non era incluso, perché era una fonte di rendita molto importante per i padroni, che erano soliti concedere solo un manzo all’anno ai pastori. Il padrone doveva impegnarsi a fornire al pastore e alla sua famiglia una casa dignitosa. Il pastore doveva abitare nello stazzo con la sua famiglia e curare la casa e il terreno. Moglie e figli dovevano lavorare nello stazzo. Se il pastore decideva di farsi aiutare da terzi, spettava a lui pagarli. Il pastore era l’unico responsabile del bestiame, degli attrezzi agricoli, di tutto quello che si trovava nello stazzo, ma poteva organizzare il lavoro come voleva.

Qual è lo stazzo che più di tutti ti è rimasto nel cuore? Io mi sono trovato bene ovunque, ho sempre avuto buoni rapporti con i proprietari; ho mantenuto buoni rapporti nel corso degli anni anche con i loro figli. Però, lo stazzo che più ho nel cuore è La Caldòsa, a Luogosanto, dove sono rimasto per ben 33 anni, dal 1971 al 2004. La Caldòsa è stato il mio ultimo stazzo. Lì è nata Rosaria. Voglio portarti a visitare lo stazzo, cara Francesca! Non appena tornerai in Gallura, ci ritaglieremo una giornata e ti porterò in quello che è stato il mio regno, uno dei posti che custodisce i miei ricordi più belli.  A Luogosanto mi sono sentito subito a casa: la gente mi ha accolto come uno del posto. I luogosantesi sono sempre nel mio cuore.

Agostino nel suo rapporto quotidiano e speciale con gli animali dello Stazzo

Io non vedo l’ora di visitare La Caldòsa insieme a te, che per 33 anni ne sei stato il sovrano indiscusso! Com’era la Gallura quando eri ragazzino? Come è cambiata nel corso degli anni? Quando ero piccolo, la Gallura era veramente un giardino fiorito, proprio come il meraviglioso giardino che curava mia madre nello stazzo in cui sono nato e in cui ho trascorso i primi quattro anni della mia vita. Quanto erano belle le campagne negli anni della mia gioventù! Si piantavano i cereali, c’erano animali ovunque. Negli anni Sessanta qualcosa iniziò a cambiare, purtroppo in negativo; poi, con l’arrivo della Costa Smeralda, è iniziato lo spopolamento delle campagne. La Costa Smeralda ha decretato la fine della civiltà degli stazzi. La gente che lavorava in campagna, infatti, si trasferiva là, perché lavorava meno e guadagnava di più. La politica ha una colpa imperdonabile: i politici non hanno fatto assolutamente nulla per aiutare la campagna, per far sì che i proprietari facessero lavorare la terra ai pastori con contratti giusti e dignitosi. La politica ha firmato la condanna a morte della campagna.

Tu, però, con la tua tenacia, non ti sei scoraggiato: orgoglioso delle tue origini, sei rimasto lassù finché hai potuto, accogliendo del progresso solo le novità e le comodità che potevano migliorare le condizioni di vita, rifiutando ogni eccesso. Io sono rimasto perché ho sempre desiderato fare il contadino-pastore, ho sempre amato lavorare la campagna. Mi sentivo libero e felice; sono sempre riuscito a sostenere tutta la mia numerosa famiglia. Non condanno chi è andato via, condanno la politica. E non condanno neppure il progresso, che ha portato molte cose buone, molte comodità che hanno migliorato le condizioni di vita: la luce, il telefono, il frigorifero (quando non c’era, potevamo mangiare la carne quasi esclusivamente d’inverno), i trattori. Ad un certo punto, però, l’uomo ha voluto strafare, pretendendo sempre di più e autocondannandosi all’infelicità. L’uomo, infatti, desideroso di ottenere sempre di più, è perennemente insoddisfatto. La via di mezzo è stata ignorata. Non si vive di solo pane, questo è vero, ma a tutto deve esserci un limite. Abbiamo perso il senso della misura, dell’equilibrio. Abbiamo letteralmente massacrato la natura. Ti confesso, cara Francesca, che io avevo previsto da tempo questo periodo orribile che stiamo vivendo. Speriamo ci serva da lezione!

A proposito di equilibrio e senso della misura, stai scrivendo un libro che si intitolerà “La via di mezzo”, un omaggio a quella giusta misura che ti è tanto cara. Quando uscirà? Francesca cara, se mi avessi intervistato qualche anno fa, un libro sulla mia vita avresti potuto scriverlo tu. Dico sul serio: non avrei più smesso di raccontarti i miei ricordi. Ora la memoria mi tradisce, però, come riesco a concentrarmi, mi dedico con tutto l’impegno possibile a questo nuovo libro che vorrei far uscire quanto prima. Ho scritto già un numero consistente di pagine.

Ti sei mai allontanato dalla tua Gallura?  Sì, ma poche volte. Nel 1951 sono partito per fare il servizio militare a Bologna. Era la prima volta che mi allontanavo dalla Sardegna. Bologna è una città bellissima; amavo passeggiare sotto ai suoi portici, visitare i luoghi più significativi della città, ammirare le dolci colline che la circondano, visitare i paesi dei dintorni. Le campagne bolognesi, poi, erano qualcosa di spettacolare ai miei occhi: tutte erano coltivate con cura. In Italia ho visitato anche Torino, Verona, Milano e Roma. A Milano ho potuto ammirare il Cenacolo di Leonardo da Vinci, che ritengo di una bellezza straordinaria. A Roma sono stato due volte. Mi piaceva andare alla ricerca delle testimonianze storiche dell’antica Roma, a cominciare dal Colosseo. Ho visitato anche la Basilica di San Pietro in Vaticano. Sono tornato a Roma con Anna Rosa quando si è laureata Rosaria. Qualche anno fa, invece, Anna Rosa ed io siamo stati a Monaco di Baviera da alcuni amici. Abbiamo ricevuto un’accoglienza che ci ha commosso. A Monaco abbiamo visto un senso dell’ospitalità che ci ha ricordato l’ospitalità della Gallura ai tempi degli stazzi. Siamo stati anche in Francia, in Alta Savoia, per fare visita ad alcuni parenti: anche lì siamo stati accolti benissimo.

Agostino, tu hai amato profondamente il tuo lavoro, ma anche gli svaghi che la dura vita dei campi ti concedeva. Sei sempre stato un amante del ballo e del canto. Le tue doti canore non sono passate inosservate a un famoso cantante gallurese, di cui ora non ricordo il nome, che sentendoti cantare ti invitò ad esibirti insieme a lui a una festa. Raccontaci qualche curiosità… Quando hai imparato a ballare? Durante le feste organizzate negli stazzi si ballava?  Il cantante era Luigino Cossu, molto famoso qui in Gallura; mi sentì cantare mentre stavo portando le capre al pascolo e mi chiese subito di cantare con lui a una festa. Ho sempre avuto una grande passione per il canto; penso di averla ereditata da mio padre. Lui sì che aveva una gran bella voce! Quanto al ballo, invece, ho iniziato a ballare a 12 anni, durante una festa in uno stazzo. Nel corso delle feste che si organizzavano negli stazzi non mancavano mai i balli. Anche i bambini si divertivano ad apprendere qualche passo di danza. L’inverno le feste si susseguivano quasi tutte le sere; una sera ci si riuniva in uno stazzo, la sera successiva nell’altro. Spesso queste feste finivano a notte inoltrata. Quante volte sono tornato a casa di buon mattino e sono partito subito per la lunga giornata lavorativa, senza neppure vedere il letto! Ora che sono vecchio e le forze vengono meno, mi sembra impossibile. Che bei tempi erano quelli, beata giovinezza! Ma è la vita e ringrazio Dio di essere arrivato a 90 anni. Non tutti hanno il dono di poter invecchiare. Io sono invecchiato e ho sempre avuto al mio fianco la compagna di una vita; insieme a lei ho visto crescere figli e nipoti. Siamo diventati anche bisnonni. Inoltre, con Anna Rosa abbiamo ovunque, persino in Africa, quelli che io definisco figli e nipoti spirituali. Tu, Francesca, sei la nostra nipote romana.
Sono davvero orgoglioso della mia vita: ho fatto quello che mi piaceva, mi sono sentito sempre libero; ho avuto tanti amici, di ogni estrazione sociale, che sono stati la mia compagnia e la mia protezione. Molti di loro sono volati via da tempo, ma il loro ricordo è ben vivo nel mio cuore. Come potrei non essere grato alla vita? Certo, mi piacerebbe tanto poter tornare indietro, anche solo di 40 anni, ma non si può. La morte fa parte della vita e noi non possiamo fare altro che accettarla. Non possiamo vivere contro natura. L’uomo non può competere con la Natura, perché perderebbe.

Il trattore di Agostino, simbolo della fine dello sfruttamento degli animali da lavoro

Come vorresti essere ricordato? Come un gran lavoratore, come un uomo onesto che ha cercato sempre, nel suo piccolo, di ascoltare e aiutare chiunque avesse bisogno. Questo è quello che ho trasmesso ai miei figli e ai miei nipoti. Del resto, i miei genitori, così come i miei nonni, erano amati da tutti coloro che li hanno conosciuti. Tutti li ricordano come persone buone, oneste, come grandi lavoratori. Ecco, mi piacerebbe che la gente avesse di me questa considerazione e mi ricordasse proprio così.

Cosa auguri ai tuoi figli, ai tuoi nipoti, ai giovani? Ai miei figli, ai miei nipoti e a tutti, anche a quelli che non conosco, auguro salute, lavoro, felicità. Auguro il bene anche ai miei nemici, anche se, devo essere sincero, non ho nemici, non ne ho mai avuti: non sono capace di fare del male agli animali, figuriamoci agli uomini!
Ai giovani, invece, voglio dire di riscoprire la bellezza della giusta misura e di lasciar andare il superfluo. È vero che non si vive di solo pane, ma non bisogna esagerare: è così bello rimanere nella via di mezzo!


Per il futuro della Gallura, invece, cosa ti auguri? Mi auguro che possa tornare ad essere il meraviglioso giardino che era negli anni della mia infanzia e della mia giovinezza. Sai, Francesca, ti confesso di non avere molta speranza in tal senso: per far sì che la Gallura torni a splendere, deve cambiare la politica e la gente deve fare un passo indietro. Tornare indietro è impossibile, ma fare umilmente un piccolo passo indietro si può. Fino a quando queste cose non cambieranno, la Gallura, che già adesso è un deserto, sarà sempre più povera. Mi auguro di cuore che cambi la mentalità dei politici e della gente comune e che tutti possano riscoprire la necessità e la bellezza del contatto quotidiano con la Natura, quella Madre generosa che mi ha permesso di vivere libero ogni giorno della mia lunga vita.

http://www.ftnews.it/

9 risposte a “L’ULTIMO PATRIARCA: I RACCONTI DEL 90ENNE AGOSTINO ASARA, TESTIMONE DELLA CULTURA DEGLI STAZZI GALLURESI”

  1. Grazie di cuore all’autrice Francesca Bianchi che ha saputo cogliere l’essenza del valore dello Stazzo e di chi ha dedicato la sua vita con Amore a Madre Natura …
    Grazie al sig.Perlato che ha dato il giusto valore alla cultura dello Stazzo

  2. Grandissimi Agostino e Anna Rosa 2 persone uniche , umile e generosi del cuore d’oro accolto a casa loro un figlio..sono i miei genitori Galluresi .

  3. Chiunque abbia la fortuna di conoscere Agostino e Anna Rosa può ritenersi davvero fortunato! Persone meravigliose, dal cuore grande e generoso che donano amore fin dal primo sguardo!

  4. Che dire? Che Agostino è un uomo che da sempre ammiro, che mi fa una tenerezza enorme, che è una perla rara in questo mondo sempre più caotico, dove i valori più belli e basilari stanno scomparendo ..la sua nostalgia è anche la mia. Agostino, ti voglio bene!

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