LA PRESENTAZIONE DI “ASSANDIRA” INCANTA ANCHE A MILANO: APPREZZAMENTI PER L’OPERA DI SALVATORE MEREU

ph: Salvatore Mereu

di SERGIO PORTAS

A presentare Salvatore Mereu e il suo nuovo lungometraggio “Assandira”a Milano, e fresco di presentazione al festival di  Venezia 77 fuori concorso, c’è Roberto Casalini, all’Eliseo di via Torino. Per dividere chi entra e chi esce dal cinema, causa Covid che tutto inquina, hanno utilizzato qualche centinaio di coppe con relativa targa celebrativa che, poste come sono sull’impiantito dell’ingresso gli conferiscono un tono vagamente irreale, ma assolutamente cinematografico. Casalini, che è stato giornalista per varie testate e ha finito la sua carriera al “Corriere della sera”, si è occupato di cinema e di libri per tutta una vita, sassarese nato per caso a Cagliari, si è buttato nella scommessa editoriale di una nuova casa editrice dall’esotico nome: “1000 e una notte”, e insieme ad Aldo Tanchis sta producendo l’uscita di una serie di libri davvero degni di nota. Qui non fa altro che ricordare la filmografia di Mereu, a partire da “Ballo a tre passi”, passando da “Sonetaula” tratto dal libro di Peppino Fiori, per arrivare all’incredibile “Bellas mariposas”, questo da uno di Sergio Atzeni. E anche “Assandira” è tratto da un libro, dal titolo omonimo, di Giulio Angioni. Dopo la proiezione Mereu, mascherina abbassata sotto la gola, dirà che la lettura del libro gli ha solamente ispirato la storia e, come spesso capita ai cineasti, non si è curato più che tanto di rimanere fedele alla scrittura di Angioni, quanto di rispettare lo spirito del manoscritto. Molto si è impegnato nella scelta dei protagonisti e molto ha rischiato scegliendo quello che sarà l’architrave di tutto il film: Gavino Ledda da Siligo. Proprio lui, l’autore di quel “Padre padrone” che fu caso letterario fin dalla sua prima uscita per Feltrinelli nel 1975 (vinse il “Viareggio” opera prima, il titolo intero è “Padre padrone: l’educazione di un pastore”) e di cui i fratelli Taviani trassero un film che vinse la palma d’oro al 30° Festival di Cannes due anni dopo. Ed è ancora considerato il loro capolavoro. Ma che fece molto arrabbiare Ledda, lui che si era speso in studi di glottologia, si sentì in qualche modo tradito, e non lo mandò a dire ai Taviani, a cui imputò di aver voluto travisare la realtà sarda che nel suo libro era descritta in modo del tutto differente. La realtà di un bambino venuto su in un poverissimo paese del Mielogu che non arrivava ad avere 2000 abitanti, il cui padre pastore non poteva permettersi di mandare un figlio a scuola, ne aveva bisogno lui per accudire una mandria non numerosa di pecore. Una vicenda autobiografica che deve aver agitato non poco il cuore di Ledda quando, a ottantunanni compiuti, Mereu gli ha proposto un quasi esordio nel suo “Assandira” (nel 1984 aveva già diretto e interpretato un suo “Ybris”). “Questa volta il regista ha rispettato il libro dell’autore”, ha detto Ledda nelle interviste seguite all’uscita del film. Qui doveva interpretare la figura di un vecchio pastore, di “soli” settant’anni, che il figlio riesce a convincere a mettere su una specie di agriturismo, tutto rivolto ad una clientela straniera, nordica, attirata in terra sarda dalla moglie Greta, una tedesca giunonica che ha sposato quando è emigrato in Germania, a cercare un lavoro assolutamente diverso da quello del padre, lui il pastore non lo voleva fare per niente. L’agriturismo deve in qualche modo rispecchiare una serie di stereotipi imprescindibili per chi arriva per la prima volta in Sardegna: maialino arrosto a tutto spiano, un pastore che munge le sue pecore, racconti serali di un qualche “bandito” che era solito aggirarsi nei paraggi. Ognuna di queste cose deve esserci per ogni comitiva che via vai è ospitata nella vecchia casa ristrutturata e rimessa a nuovo, c’è persino una piscina dove Greta ama nuotare, sbirciata dal vecchio, che la guata male quando se la trova davanti vestita in costume isolano, tutta bionda com’è, due bottoni sardi in filigrana d’oro a sottogola della camicia di pizzo. Insomma a lui non è chiesto se non di “interpretare” la figura del pastore, a barritta nera, quello che è sempre stato in realtà, una realtà mica fatta di gioco, che a “giocare al pastore” i bambini sardi non l’hanno amato mai. Da qui un viso improntato quasi sempre ad uno spaesamento tragico, quasi la realtà quotidiana, così mutata da essergli estranea, lo incalzi a sostenere una parte che non vuole riconoscere, una parodia di quella che è stata, nel bene e nel male, tutta la sua vita. E ora questi se ne fanno beffe, la vogliono “vivere” in una sorta di festa perenne, dove la fatica quotidiana è nascosta, delegata ai “nativi”, quelli che sono nati così, senza alternative di sorta, un poco primitivi ma simpatici, e che per fare più festa sparano fucilate per aria. Intollerabile, roba da cancellare dalla faccia della terra. Ci vorrà il fuoco a tutto incendiare, in un rogo sacrificale che forse ha innescato proprio il vecchio Costantino, o forse no, ma il fatto che sotto una trave che crolla per l’incendio rimanga morto il figlio, rende quasi ininfluente che lui ne sia l’autore, tanto si sente in colpa per quanto è avvenuto. Il film si apre con una scena di pioggia dirompente che mesce la cenere dell’incendio facendone poltiglia nera che imbratta scarpe e gambali, ci sono già i carabinieri e un ispettore di polizia che tentano di decodificare la lo scenario desolato che gli si apre davanti. Greta è in ospedale dove perderà un figlio che aveva in grembo. Sappiamo insomma da subito come tutto andrà tragicamente a finire del progetto dell’agriturismo “Assandira”: tutto bruciato. Più che cancellato. Dalla faccia della terra. Questa “Sardegna nuova”, venuta su con radici appiccicaticce, dichiaratamente false, l’aveva ben vista Giulio Angioni una ventina d’anni fa, e molto ne aveva scritto, sgomento com’era di assistere ad un vero e proprio mutamento antropologico che pareva inarrestabile, quasi che l’incontro con la modernità ( televisione, acqua corrente, servizi igienici, scolarità) si fosse rivelato, per la realtà isolana, un innesco per polvere da mina, che tutto faceva deflagrare. Per tacere dell’effetto “droga” che andava mietendo vittime di gioventù persino negli sperduti paesini della Barbagia. Il viso attonito di Costantino, appresso al fuoco divoratore, è quello di un uomo che dispera del futuro, che non sa davvero cosa ancora di male potrà accadere dopo tanta desolazione. Dopo tanta morte, di cristiani e animali. E forse non tocca a lui, giunto com’è al termine della sua vita, delineare itinerari di futuro. Non ne è capace. Il “nuovo” si è rivelato inconsistente, nonostante abbia portato soldi e “benessere”. Il vecchio, lui lo sa bene, è scandito da una catena di sofferenze e mancanze d’affetto che lasciano cicatrici indelebili nel cuore di un bimbo di pochi anni che, anziché spendere la propria infanzia, tra i banchi di scuola, coi propri compagni di pari età, deve dormire la notte in una capanna, su di una stuoia, l’orecchio attento all’abbaiare dei cani che vigilano il gregge, non sia mai che la volpe riesca ad entrare nel recinto. Che la colpa dell’evento sarebbe solo sua, non avrebbe avvocati di sorta a salvarlo dall’ira del padre. E che gelo in quelle “pinnette” nelle notti d’inverno, che gelo quando la pioggia ti inzuppa i vestiti, il fuoco della legna bagnata che crepita e fa fumo e ti brucia gli occhi di lacrime. Questo l’aveva ben descritto Gavino Ledda nel suo “Padre, padrone”, lui che a otto anni il padre mandava in paese, a Siligo, a portare il latte appena munto al caseificio: “…Quando la notte faceva sereno e brinava, all’ora della partenza i campi sembravano nevicati…Già dopo un quarto d’ora di strada, il freddo mi prendeva ai piedi e alle gambe pendenti e nude fuori dai pantaloni arrotolati. A metà strada, a Riu Rùzu, i piedi li avevo già cancrenati al punto che mi mettevo a strillare e a piangere disperatamente dentro il cappotto del babbo” (pag.63). Costantino, nel film, parla per lo più in sardo, i sottotitoli sotto, Greta un italiano teutonico infarcito di tedesco, i sottotitoli sotto, e tutto ciò crea un senso di smarrimento, di disagio, che non aiuta a focalizzare l’attenzione sugli avvenimenti che però, al di là di uno scivolamento sulla realtà del “moderno” che lasciano un pò il tempo che trovano ( ammucchiate di turisti bevuti, donazione di seme maschile per una gravidanza che non si vuole palesare), sono estremamente evidenziati, nella loro crudezza e nell’impossibilità di addivenire a una sintesi. Ne risulta un film tragico, duro, che non risolve le contraddizioni da cui parte. Come scrive Valentina Ponte Su “Anonima cinefili” nel web, nel complesso il film di Salvatore Mereu convince a metà, un vero peccato.

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