LA SCALA DEI COLORI DEL PRIMO 900 NE “LE SPOSE DELLA LUNA” : LA SARDEGNA DELLE DONNE E DELLA DISAMISTADE NEL ROMANZO DI EMMA FENU

ph: Emma Fenu

di FEDERICA CABRAS

I nostri antenati, gente di pietra e vento come noi, lo sapevano bene che ci attende una rinascita, dopo questa vita. La Morte è madre.

Franzisca ha ventitré anni ed è nel periodo più bello della sua vita perché ama Istevani e gli ha giurato amore eterno e una promessa simile, nella Sardegna del 1911 – epoca in cui è ambientato il romanzo –, vale più di mille contratti. Si sposeranno, di lì a poco, e lei metterà al mondo i figli di lui, perché le donne sono portatrici di vita e di bellezza, e si ameranno di un amore fedele e leale, come si conviene all’epoca. Ma “Le spose della Luna” di Emma Fenu (edito da Officina Milena nel 2020) non è un romanzo d’amore, non c’è nessun lieto fine e il vissero felici e contenti è una cosa che ha inventato la Disney; nell’Isola del passato, quella dove la sofferenza avvolge tutti in modo più forte di quanto non lo faccia la serenità, sono tanti gli spettri che possono minare quello che può sembrare uno splendido futuro.

Si chiama disamistade e divide, crea crepe come quelle dei muretti a secco dopo decine di anni e nessuna cura, rompe equilibri, spacca i vasi e lascia i cocci sparsi.

L’odio ricresce come la coda delle lucertole, anche se lo mozzi.

Franzisca viene accusata, ingiustamente, di essere stata l’esecutrice materiale dell’assassinio di Bainzu, figlio di Tzia Jolza. Di suo fratello, invece, Bustianu, le esequie si sono già svolte tempo prima. Del resto, le faide vengono portate avanti a suon di colpi di fucile. Ma di solito non sono le donne a sporcarsi le mani, no. Sì, sono loro a condurre questo macabro gioco di vendetta, ma lo fanno con la sapienza, con la fermezza che sa avere solo la donna sarda, quella che il capo non lo china mai, quella che il dolore lo manda giù in silenzio, digerendolo come gli alimenti. Lo fanno mandando a morte i mariti, i padri, i figli. Accettando la possibilità di non rivederli più. Ma mai che si dica che la famiglia abbia sambene urce, sangue dolce! Giammai! Questa volta, però, sebbene le cose si siano svolte di consueto, per un curioso e cattivo caso del destino, a Franzisca va la colpa.

Si rintana nelle montagne a vivere come un animale. A cacciare. A dormire su pietre. A piangere tutto il passato ricordato e tutto il futuro bramato.

L’aria è pietra nei miei polmoni: a ogni respiro un sasso rotola dentro la gola per poi fermarsi nel petto. Stringo su coccu e prego con parole che la terra mi suggerisce aprendosi in mille bocche e mostrandomi gli spiriti degli antichi popoli. Chiudo gli occhi e non sono più io, Franzisca la bandita. Ma sono dea, fata, regina. Sono la quercia nera che, sotto la corteccia, è rossa di sangue umano. Sono il vento che graffia il granito della montagna. Sono la pioggia che scivola sui velli delle pecore. Sono la Luna piena di questo febbraio. Sono la fanciulla sull’albero che attende il principe e si specchia nell’acqua della fontana. Stavolta la fiaba va a modo mio: non mi faccio scoprire dall’orchessa, non mi faccio uccidere dall’ago con cui si infilzano le mazzina.

In questo libro, c’è la Sardegna più cupa. Quella della magia nera che, con meccanismi quasi del tutto incomprensibili e guidati dalla notte, crea dolore, morte, malattia; quella della magia bianca che, con gli stessi meccanismi particolari sebbene governati da presupposti differenti, guarisce, lenisce, addolcisce. È la Sardegna dell’Ammuttadore che si posa sul petto dei dormienti, rubando il sonno e il respiro. È la Sardegna delle bellissime Janas, le fate dei boschi. È la Sardegna del sangue che scorre, inesorabile, e della vendetta che ha più valore del perdono. È la Sardegna buia delle stradine che percorrono i banditi per scappare. È la Sardegna che parla una lingua aspra, dura, ma che è bella proprio nel suo essere selvaggia. È la Sardegna dei fuggitivi, degli attiti, della speranza in un’altra vita. È la Sardegna dei rituali funebri, perché che l’anima non si possa librare, andando dove è giusto che sia, è una pena per i vivi più che per i morti. È la Sardegna delle coghe, delle streghe cui, di diritto, viene appioppato questo compito infausto… e che a loro rimanga il compito di scegliere da che parte stare.

Era nata segnata, lei: quando alle urla della madre seguì il suo rabbioso vagito, si udirono i rintocchi della campana della chiesa che annunciava la Notte Santa. Femmina, nata alla Vigilia di Natale e dopo sei sorelle. Strega per destino, ancella del male per scelta (…) La donna ebbe paura, perché il Demonio è un compagno di vita, ma dopo si è soli a fronteggiare la vendetta di Dio: del resto, un Padre misericordioso non riusciva a figurarselo, lei che, da figlia, aveva conosciuto solo schiaffi.

È la Sardegna delle cose da mandare ai morti con le bare stesse. È la Sardegna delle storie da raccontare a bassa voce e di fronte al lume di candela, perché non si possono urlare tanto, certe cose.

Ed è la Sardegna del vestito buono per le feste e della verginità come valore da difendere con unghie e denti.

Perché la donna sarda è casta e selvatica, debole e forte, a capo chino ma in grado di governare una famiglia allo stesso tempo. È guidata dalla Luna, la donna sarda, non dal sole, e il suo ventre, che lei abbia partorito o meno, è fonte di vita, la rende Madre. Ed è giusta, sempre giusta, e mai deve agire nel buio, o lasciare soli i propri figli.

In ogni caso, a sostenerla, c’è sempre quella luce nel cupo della notte: perché ogni donna sarda è Sposa della Luna.

Emma Fenu ha una bravura incredibile nel farci entrare in questo racconto, che altro non è che la storia romanzata della bandita orgolese Paska Devaddis che, ingiustamente accusata di omicidio, scappò sui monti per sfuggire alla giustizia. È brava perché, con la sua scrittura evocativa, ci permette di mettere un piede nella vicenda. E ci commuove e ci fa star male e ci sconvolge e ci fa rabbrividire. E, alla fine, proveremo uno strano senso di perdita, di struggimento, di amarezza: nulla è scontato, nulla è perfetto. La vita, del resto, non è bianca o nera: è una scala infinita di grigi.

E, nella Sardegna del 1911, questo grigio era più tendente al nero.

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