UNA LEGGENDA SARDA DI UN AMORE SENZA TEMPO: LA CAPITANA E LA SUA BAIA MALEDETTA

di ROBERTA CARBONI

In Sardegna le leggende hanno sempre avuto un ruolo fondamentale, restando ancora oggi una parte importantissima della cultura popolare.

Nate per raccontare, ma anche per spiegare eventi circondati dal mistero o diventare spauracchi sociali, le leggende si legano sempre a fatti storici dai quali traggono spunto e ispirazione.

Tra questi racconti, o “contus” come vengono chiamati in lingua campidanese, sopravvive ancora oggi la leggenda della Capitana, una donna bellissima che, si dice, avrebbe dato il nome all’omonima località del Golfo di Quartu Sant’Elena, la baia di Capitana, appunto. Una baia maledetta, legata a racconti popolari dai risvolti macabri che narrano di un tesoro di inestimabile valore la cui ricerca avrebbe causato la morte di tante persone, anche in tempi recenti e, per questo, conosciuta anche come “terra mala”.

La leggenda ha ispirato anche il bel thriller di Rossana Copez e Giovanni Follesa che, infatti, porta il titolo di “Terra Mala”. Un altro scrittore, Giovanni Panunzio, ha raccolto alcune delle leggende legate alla baia di Capitana nel suo libro “Il segreto del Golfo di Cagliari”.

Si narra che, negli anni della Battaglia di Lepanto, esistesse su queste coste un piccolo villaggio di pastori e pescatori, devoto ad una donna bellissima e potente, che tutti chiamavano “la Capitana”. Sebbene fosse da tutti rispettata e temuta per il suo ruolo, il suo carattere affabile e la sua bellezza la rendevano simile ad una regina. Ed infatti, a suo modo, lei lo era.

Rapita da un pirata non molto tempo prima, ella diventò non più sua schiava, ma sua moglie, compagna di vita e di avventure. Tra i due esisteva un amore forte, capace di superare il tempo e le distanze che spesso li costringevano a salutarsi. Convinto che le scorrerie per mare potessero a lungo rivelarsi pericolose per una fanciulla, il pirata la lasciava spesso a custodia del villaggio, consapevole che tutti l’avrebbero amata e rispettata.

Nel villaggio, inoltre, il pirata aveva nascosto un tesoro, frutto delle continue razzie compiute negli anni. Pietre preziose, monete d’oro, oggetti sacri e gioielli riempivano un pesante forziere, nascosto da qualche parte nelle viscere della terra.

Nel villaggio tutti sapevano del tesoro, ma nessuno osava chiedere né cercare, consapevole che a custodia del forziere esistesse una creatura mostruosa, “sa musca macedda“, una grossa mosca dalle dimensioni pari alla testa di un bue che, con le sue grosse zampe acuminate, avrebbe fatto a pezzi chiunque si fosse trovato davanti al bottino.

In assenza del suo amato, la fanciulla comandava il villaggio, mandando avanti le attività agricole e riscuotendo le tasse dei suoi abitanti. Quando arrivava la sera, si sedeva su uno scoglio e volgeva lo sguardo verso il mare, scrutando l’orizzonte in attesa di veder comparire la sagoma della nave all’orizzonte; ed ogni volta in cui succedeva, il suo cuore esplodeva di gioia.

Una mattina, all’alba, il suo amato la salutò ancora una volta, richiamato all’improvviso da una missione di soccorso ad una nave alleata, braccata dalle flotte spagnole.

Con il cuore gonfio di tristezza, il pirata salpò, guardandola fino al momento in cui non vide più la costa all’orizzonte. E la Capitana dall’altra parte fece lo stesso.

Ma stavolta il destino fu beffardo e crudele: la nave fu colta da una tempesta che durò incessante per tutta la notte, inghiottendola nelle profondità degli abissi.

Prima di morire il pirata pensò ancora una volta a lei, la sua regina, che non avrebbe mai piú stretto tra le braccia.

Si dice che la Capitana non abbia mai perso la speranza di rivedere il suo amore lontano, continuando a volgere lo sguardo all’orizzonte, in attesa di un segnale.

Ancora oggi attende in silenzio il suo pirata, con i capelli al vento e la malinconia di chi aspetta il ritorno di un amore perduto. Nelle sere d’estate, quando soffia il vento e le onde si infrangono sulla scogliera, chiunque passeggi nella baia può udire il pianto della Capitana che si confonde nel rumore del mare in tempesta, evocando l’amarezza per qualcosa che, forse, non tornerà più.

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