L’AUTOREVOLE PARERE DELLA SCIENZIATA SARDA DELL’UC SAN DIEGO SCHOOL OF MEDICINE: IL PERCORSO VERSO IL VACCINO PER CONTRASTARE IL COVID-19

di MANUELA RAFFATELLU

Ho deciso di scrivere questo post dopo aver finito di preparare e registrare le mie due ore di lezione sull’Immunità Innata per gli studenti di medicina. Mi sembrava giusto anche parlare agli studenti del COVID-19, e di quello che sappiamo sino ad ora riguardo alla risposta immunitaria a questo virus. Ovviamente, i risultati e le ipotesi sono ancora preliminari, e alcune delle cose che scriverò qui sono un po’ tecniche, ma penso che potrebbero essere interessanti per alcuni di voi.

Riguardo l’immunità dopo l’infezione con il SARS-CoV-2 (questo coronavirus), non abbiamo ancora dati certi. Quello che sappiamo è che molti pazienti convalescenti hanno un alto livello di IgG nel siero, e che la trasfusione del siero iperimmune in pazienti critici (cosa fatta in modo sperimentale al San Matteo di Pavia, negli USA e negli UK) sembra essere promettente. Gli studi sugli anticorpi qui negli USA stanno finalmente prendendo piede su larga scala, grazie a diversi test che sono stati approvati o sono in via di approvazione. Se l’immunità passiva (immunità temporanea conferita dopo l’amministrazione di siero iperimmune) funziona, potremmo concludere che gli anticorpi che potrebbero essere generati in risposta al vaccino hanno una buona probabilità nel conferire immunità.

Ovviamente, da scienziato che lavora nel campo dell’immunologia – e anche nello sviluppo di vaccini – anche io sono cauta, e non credo che si possa dare un patentino d’immunità al momento. Prima di tutto, non sappiamo quante persone esposte o infettate con il SARS-CoV-2 sviluppino anticorpi IgG neutralizzanti, e in quale misura. Secondo, non sappiamo la durata di questi anticorpi, ma l’idea comune tra gli esperti – basandosi sugli studi dell’immunità ad altri coronavirus – è che gli anticorpi possano essere presenti per qualche mese, al massimo un anno. Ma, così come per l’influenza e altre infezioni, un conto è essere un soggetto naive (come eravamo tutti per questo virus), un conto è essere stati esposti e avere una memoria immunologica.

Un’altra cosa ancora da valutare è se i vaccini sperimentali funzionano. Il primo vaccino – realizzato dall’NIH in collaborazione con altri istituti a tempo di record, vista la precedente esperienza con SARS e MERS – è stato iniettato in alcuni volontari a Seattle ed è in Fase 1. Alla CNN, ho sentito la scienziata dell’NIH che coordina lo studio. Se tutto va bene, il vaccino verrà amministrato al personale sanitario a Settembre. Se i dati nel personale sanitario sono promettenti, sarà disponibile nella popolazione generale ad Aprile 2021. Anche io quindi penso che sia bene pensare a migliorare l’approccio terapeutico e non puntare tutto sul vaccino.

Per quanto riguarda l’approccio terapeutico, dai primi studi sembra che il Remdesivir, un antivirale, sia promettente. In aggiunta, sembra ormai chiaro che nei pazienti più gravi, quelli che sviluppano le forme più severe di COVID-19, ci sia una tempesta di citochine. In particolare, l’interleuchina 6 sembra essere particolarmente elevata nei pazienti che hanno bisogno di ventilazione polmonare. Questo sta portando a trial clinici con farmaci che bloccano il recettore dell’IL-6 (tocilizumab, sarilumab) o l’IL-6 (siltuximab). Potrebbe giocare un ruolo anche l’IL-1beta, che si può bloccare con canakinumab, o con anakinra, che blocca il suo recettore. Inoltre, l’autopsia di un paziente deceduto per COVID-19 ha mostrato un esteso infiltrato di neutrofili nei capillari polmonari, con deposizione di fibrina. Potrebbe esserci spazio per la colchicina, che blocca la migrazione dei neutrofili. (Fonti: J. B. Moore, C. H. June, Science 10.1126/science.abb8925 (2020); J Exp Med. 2020;217(6). doi:10.1084/jem.20200652). Una cosa importante da valutare è il tempismo dell’amministrazione di questi inibitori della risposta immunitaria. Ricordiamoci che la maggior parte delle persone non sviluppa una forma severa, e l’immunità innata nelle prime fasi dell’infezione potrebbe essere utile a prevenire la progressione della malattia e lo sviluppo di una forma severa. Comunque, con le dovute cautele, una volta completati questi e altri studi clinici potremmo avere delle armi più efficaci per controllare le forme severe di COVID-19 e possibilmente anche un vaccino efficace.

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