LE SACERDOTESSE DEL LAMENTO FUNEBRE: IL LIBRO “SAS MERES DE SU PRANTU” DI EMANUELE GIOVANNI ZIDDA

di LUCIA BECCHERE

«Ricerca etnologica sul rituale funerario di Orune. Una registrazione empirica, sperimentale, scenografica della tradizione orale in tutte le sue forme, atteggiamenti individuali e collettivi sulla drammaticità della morte». Così afferma l’autore Emanuele Giovanni Zidda nella prefazione al suo libro Sas meres de su prantu (Musa Edizioni) che per la sua unicità trattasi di un importante documento storico oggetto di indagini della tesi di laurea dello stesso scrittore risalente a quarant’anni fa, frutto di ricerche rigorose fatte sul campo – la mamma era una delle più grandi attitadoras –, dati e documenti calati sul vissuto storico di tutto il secolo scorso utili alla conoscenza della nostra cultura popolare.

Protagoniste indiscusse del lamento funebre sono sas attitadoras ovvero sas meres de su prantu, che assurgono a sacerdotesse del triste rito attorno a cui si snoda il mistero della morte. Con una vera funzione nel mondo antico, espressione di una società prevalentemente pastorale, sono lo specchio di valori comunitari che travalicano il singolo.

Lo studio di Zidda si carica di grande pregio per il contributo alla comprensione e all’analisi di questi valori, è lo stesso uso linguistico che ne conserva, esalta e rafforza la genuinità dei fatti, delle tradizioni barbaricine di fronte ad un evento così determinante quale la morte e che l’avanzare della modernità ha aggredito in molte sue forme.

La morte è vissuta come momento solidale a cui partecipa tutta la comunità in quanto nessuno può sottrarsi all’ineluttabile momento del trapasso.

La figura dell’attitadora e de sa e sos cumannos, presenze monolitiche nella loro ieratica funzione, seppur coinvolte nei sentimenti, restano vigili nel compimento dei loro doveri affinché il dolore non diventi elemento destabilizzante nell’anneada.

I canti dell’attitadora, custode di forme rituali che accompagnano il trapassato nell’ultimo viaggio, sono canti evocativi ed emotivi che attingono alla realtà del defunto.

La ricerca documentaria dell’autore parte dai segni premonitori della morte, segnali, visioni e sogni che annunciano il triste evento, ne contestualizza il valore simbolico, ricerca gli antidoti (riti anti-morte) messi in atto dalla società nel tentativo di esorcizzarli o contrastarli. Nel momento di s’ollonzu (ungere il malato con l’olio santo)

e s’iscronzu (evitare conseguenze al moribondo per aver ricevuto cose negative da persone malefiche) è indispensabile la presenza di persone che provvedono ad onorare il congiunto anche di fronte ad una comunità che osserva e giudica. Tutto deve essere gestito con cura compresi i riti per il moribondo: togliere l’oro, l’uso de su jubale (giogo), la vestizione, la composizione e l’esposizione del defunto. A seguire su teju, sa rija, s’attitu, sa mazzicadura

(battersi di fronte alla morte), saper attenuare e prevenire sos attaccos perché non degenerino in iscasciolamentu mentre la presenza de s’attitadora funge da guaritrice del delirio. Anche il numero e la cadenza de sos toccos e de s’interru, scandiscono la discrepanza fra ricchi e poveri, fra uomini e donne, così come il rito de su curruttu si diversifica fra uomo e donna costretta a regole di maggiore osservanza.

Nel testo numerosi attitos, voci intime che consentono al lettore di penetrare un mondo arcano e misterioso governato da usanze ancestrali atte ad alleviare le sofferenze e a metabolizzare il lutto.

per gentile concessione de https://www.ortobene.net/

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