L’ABBRACCIO DEI SARDI EMIGRATI DEL C.S.C.S. A MILANO PRESSO IL MUSEO DEL NOVECENTO DI PIAZZA DUOMO ALL’ARTISTA GIOVANNI CAMPUS

Giovanni Campus in piedi al centro

di SERGIO PORTAS

Mercoledì 22 alle 18, i sardi si sono presi il Museo del Novecento di Piazza Duomo. Ad espugnarlo in grazia di uno  di quei libri magici capaci di aprire porte che diversamente sarebbero rimaste serrate nei loro catenacci a borchie d’acciaio è l’artista di Olbia Giovanni Campus, il libro che vi dicevo ha titolo misterico e immaginifico come si conviene ad un’opera che deve parlare di magia, quella che ha per tentativo impossibile di descrivere l’opera, in volume monografico, di un percorso poetico che va dal 1953 al 2019: “ Tempo in processo-rapporti, misure, connessioni”. Capite bene che indispensabili al compimento dell’impresa siano qualità che si materializzino in maniera del tutto singolare (pensate alla teoria del Big-Bang): un atto di nascita , che per Campus recita 1929, la sua precoce scelta di “cosa fare nella vita” e nel dedicarsi alla ricerca artistica, l’aver da subito incontrato il favore di critici di fama nazionale, cosa che gli ha permesso di esporre i suoi lavori anche in prestigiose gallerie internazionali fin dai primi anni ’70, da Londra a New Delhi, l’aver mantenuto una forma fisica assolutamente straordinaria ( di quelle che sforma centenari sardi a gogò), una capacità di lavoro seconda solo alla sua freschezza mentale, quest’ultima che, credo, continui a crescere vieppiù i suoi lavori vengano esposti, commentati, rivisitati dai maggiori critici d’arte in circolazione. Di questa genia: storici dell’arte, qui alla sala conferenze nel seminterrato dell’Arengario che si raggiunge in grazia di valletti in divisa che ti indicano un percorso noto solo ad iniziati, ce ne sono ben tre: perdonate se li limiterò a citarli per nome e tralascerò i loro titoli nobiliari e accademici, nonché il numero straordinario di libri d’arte che hanno scritto, gli articoli sulle maggiori riviste e giornali nazionali, le esposizioni di artisti che hanno curato (del resto di loro tutto si può leggere sul web): Claudio Cerritelli, Marco Meneguzzo, Francesco Tedeschi, tre pezzi da novanta. Con loro: Emma Zanella: lei “solo” direttrice del museo MA*GA di Gallarate (naturalmente scherzo: c’era comunque da loro una mega-mostra di Campus sino al novembre scorso). Sono le truppe che hanno seguito Giovanni nella presa del castello. Hanno parlato delle coordinate che reggono il percorso artistico di Campus: tempo che parla alla qualità e spazio che parla alla quantità. La scelta dei materiali, “il farsi cronotopico dell’opera” dice Cerritelli, un termine mutuato dalla fisica che presume uno spazio non a tre ma a quattro dimensioni (la quarta è il tempo), luogo e tempo quindi inscindibili. Non a caso curatore dell’opera è Bruno D’Amore, che nasce matematico, e il sapere matematico che sottende questo libro ha a che fare con la fantasia, l’invenzione, il saper fare con liricità, con afflato poetico. E’ un volume corposo, importante, nuovo. Tedeschi mette in luce come Campus abbia lavorato moltissimo in questi ultimi 5/6 anni. Dalle opere figurative dei primi anni sessanta ai metacrilati, tutto denuncia un percorso di lavoro di un grande maestro. Che passa per i ferri a molla con cui lui ha “misurato” Piazzetta Reale negli anni ’70, sempre con un atteggiamento interrogativo, socratico, mai assertivo. Preludio di quella ricerca le misurazioni delle rocce della sua Gallura. Nel libro le foto originali. Per arrivare ai telai e piastrine di ferro di oggi, le dieci carte che sono un unico lavoro esposte al museo di Gallarate ( mi hanno riportato alle 14 variazioni di Luigi Veronesi del ’39). Con un rigore strutturale che però prevede uno scarto, tutto il suo progetto è fondato sulla variazione. Dice bene Meneguzzo: questo libro è come fosse un diario di una vita. In esso Campus si domanda|: ho fatto queste mostre, perché? Tempo in processo, è definizione precisa, non spazio in processo. Il tempo è umanizzato. Il muoversi mentre si fa l’umano nell’opera. E le opere debbono essere viste mettendosi nei panni dell’artista. In una sorta di condivisione: del resto Giovanni si fa aiutare dalla gente che condivide le sue idee ( vedi le molle della Piazzetta Reale). Questo libro diventa per noi (storici dell’arte) strumento di lavoro. Ci sono le copertine dei cataloghi storici. Testi di critici che hanno scritto di lui. Fotografie. Attualità e contemporaneità. Emma Zanella riconosce in questa monografia le modalità di lavoro che Campus ha usato per la mostra al MA*GA. Riflette il tentativo dell’artista di mostrare il tempo che attraversa il suo fare: qualcosa che non si può dimensionare, un’entità mai catturabile, dove si esplica la condizione umana. Ogni opera è conseguenza anticipatrice di ciò che verrà. Giovanni Campus, bontà sua, lo definisce “un bel lavoro”. Aggiunge che parla delle interrogazioni che sono in ognuno di noi. E che ogni pagina si riferisce a un qualcosa di reale, una interrogazione su se stesso. Che porta a un cammino che ha una sua conseguenza. Come lo stare su di un crinale che inevitabilmente precipita. L’immagine che dà indicazioni e pone delle problematiche. Tutte le opere sono tentativi per arrivare alla comprensione di queste problematiche. Riuscire a possedere ciò che si guarda. Cercare il tempo nelle cose. Tocca a Anna Maria Montaldo (che già aveva introdotto) arrivare alle conclusioni: lei direttrice dell’Aria Polo Arte Moderna e Contemporanea del comune di Milano è la fata Morgana che ha consegnato alla compagnia le chiavi del palazzo, cagliaritana con un “curriculum vitae” lungo come un’enciclopedia, racconta di questo suo compaesano dal “pensiero colto”. Di quando si lascia andare al racconto della vita degli artisti in Milano negli anni ’60. Anche in grazia sua i sardi, oggi ce ne erano un’infinità a sentire disquisire questi artisti, si sono presi il Museo del Novecento. 

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