TUTELARE IL SUOLO PER SALVARE LA VITA DEL PIANETA: ORMAI E’ EMERGENZA. LA SITUAZIONE ITALIANA E COSA RISCHIAMO

di IGNAZIO DESSI'

Dopo la Giornata mondiale per la lotta alla desertificazione e alla siccità, e il motto adottato aveva un significato forte: “Facciamo crescere insieme il futuro”. Un proposito impegnativo per un problema sempre più pressante per la soluzione del quale occorre “un forte coinvolgimento della comunità e la cooperazione a tutti i livelli”, che presuppone appunto il diritto a un futuro sostenibile e, in definitiva, alla esistenza del genere umano. Come ricorda Legambiente infatti “senza suolo non si mangia”, e  senza tutela di esso “si rischia, nel migliore dei casi, di essere travolti da frane e alluvioni”.  Il suolo è inoltre fondamentale nel “contrasto ai cambiamenti climatici e rappresenta una indispensabile riserva di biodiversità”. Dalla sua gestione corretta “può dipendere gran parte del successo nella lotta per il clima”. Per dirla in breve, quindi, stiamo parlando di qualcosa da cui dipende la nostra stessa vita sulla Terra.

Eppure il suolo non riceve il rispetto che merita, e le conseguenze del suo deterioramento sono prese sotto gamba. Per questo viene sistematicamente martoriato, avvelenato, distrutto da abusi e cementificazione senza controllo, annientato da una agricoltura sempre più industrializzata e non sostenibile.

Da considerare – come ha ricordato il segretario generale delle Nazioni Unite Guterres –  che il Pianeta perde ogni anno qualcosa come 24 miliardi di tonnellate di terreno fertile. Di conseguenza “proteggere e ripristinare i suoli può ridurre la migrazione forzata, migliorare la sicurezza alimentare, stimolare la crescita economica e aiutarci ad affrontare l’emergenza climatica globale”.

C’è da sensibilizzare il mondo su tre pregnanti questioni. In primo luogo “la siccità, che ha impatti socio-economici e ambientali significativi e pervasivi che causano più morti e costringono a migrare più persone di qualsiasi altro disastro naturale”. Tanto che “entro il 2025, 1,8 miliardi di esseri umani sperimenteranno la scarsità idrica assoluta e due terzi del mondo vivranno in condizioni di stress idrico”. Poi la “desertificazione, che potrebbe costringere entro il 2045 135 milioni di persone a sfollare”, con ovvie conseguenze devastanti in tema di migrazioni di massa. Infine “la gestione sostenibile, fondamentale per combattere il cambiamento climatico, se si considera che oggi l’uso del suolo determina quasi il 25% delle emissioni globali totali”.

In questo contesto fa vibrare i polsi la deforestazione in atto nei principali polmoni verdi del mondo per motivi di business e speculazione. Basti pensare che tra il 2010 e il 2020 almeno 50 milioni di ettari di foresta sono destinati alla distruzione per liberare superficie da destinare alla produzione industriale di materie agricole. Lo sostiene un rapporto diffuso di recente da Greenpeace dal titolo poco rassicurante: “Conto alla rovescia verso l’estinzione”.

Nel 2010 i membri del Cgf (Consumer good forum) – che riunisce le multinazionali dell’alimentare, da Nestlè a Unilever –  si erano impegnati nel vertice mondiale di Vancouver, a porre fine alla deforestazione entro il 2020 attraverso “l’approvvigionamento responsabile” di materie prime come carne, soia e olio di palma. Ma il 2020 è alle porte e ancora non sembra di poter constatare il rispetto degli impegni presi. La responsabile della campagna foreste di Greenpeace Italia Martina Borghi mette in rilievo che “l’ottanta per cento della deforestazione globale è causata dall’agricoltura industriale”. Eppure, le multinazionali, invece di imboccare la strada che porta ad approvvigionarsi secondo modalità che salvino le foreste, finiscono con l’aumentare la domanda di materie prime la cui produzione impatta gravemente sui polmoni verdi del pianeta. La giornata indetta nel 1995 dalle Nazioni Unite per ricordare l’adozione a Parigi, il 17 giugno 1994, della Convenzione per la Lotta alla Desertificazione (UNCCD) ha dunque davvero senso a patto che si rifletta su questo stato di cose.

Ma in Italia esiste un problema desertificazione? Per rispondere basta citare alcuni dati forniti dal Cnr: in Sicilia per esempio le aree a rischio sono il 70%, in Puglia il 57%, nel Molise il 58%, in Basilicata il 55%, mentre in Sardegna, Marche, Emilia Romagna, Umbria, Abruzzo e Campania sono comprese tra il 30 e il 50%. 

Nel nostro Paese – come riporta l’Istat – cresce comunque il consumo del suolo, fenomeno che coinvolge tutto il territorio ma in particolare il Nord. Il maggiore contributo è in assoluto quello della Lombardia, con il 13,4% e una perdita nell’ultimo anno di oltre 3mila chilometri quadrati (2mila quelli persi in Veneto).

La situazione è grave tuttavia in tutto il Vecchio Continente. Per la United Nations Convention to Combat Desertification (Unccd) – stando a notizie di agenzia – sarebbero colpiti da processi di desertificazione almeno 13 Stati che fanno parte della Unione Europea: Italia, Bulgaria, Cipro, Croazia, Grecia, Lettonia, Malta, Portogallo, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna e Ungheria. Inoltre il Pianeta perderebbe 12 milioni di ettari fertili ogni anno. E un milione e mezzo di persone baserebbero le loro esistenze in zone a rischio di desertificazione.

La Giornata di cui si parla non poteva non essere l’occasione per constatare anche quali progressi si siano fatti da parte dei 197 Paesi membri nell’ambito della apposita Convenzione nella gestione sostenibile del territorio, ovvero nel tentare di mitigare gli effetti della siccità tramite attività di cooperazione internazionale e accordi di partenariato nei paesi più colpiti, in particolare nel Continente africano. Con una attenzione particolare al miglioramento della produttività del suolo e alla gestione sostenibile del territorio e dell’acqua.

L’obiettivo finale – si dice – è il raggiungimento della “neutralità del degrado del territorio”. Realizzare cioè la condizione per cui la perdita di terreno fertile sia controbilanciata dal miglioramento corrispondente in altre aree degradate.

Per quanto ci riguarda, abbiamo ratificato l’adesione alla Unccd nel 1997, istituendo, tramite il ministero dell’Ambiente,  il Comitato Nazionale di Lotta alla Siccità ed alla Desertificazione (Cnlsd) con il compito di coordinare l’attuazione della Convenzione in Italia. Il CIPE, due anni dopo, ha adottato il Programma di azione nazionale per la lotta alla siccità e alla desertificazione.

Anche la Coldiretti lancia il suo grido d’allarme: ben un quinto del territorio italiano sarebbe a rischio desertificazione. Questo per colpa delle variazioni climatiche ma anche del progressivo consumo di suolo e della mancata valorizzazione dell’attività agricola in certe aree. Bisogna inoltre tener presente che le piogge sono drasticamente diminuite e la siccità aumentata. E quel ch’è peggio, lo scenario non sembra certo in miglioramento. “Entro fine secolo – osserva  il Centro Euromediterraneo per i Cambiamenti Climatici – in Italia la temperatura potrà aumentare tra 3 e i 6 gradi” con un peggioramento di talune caratteristiche del clima e un conseguente aumento di precipitazioni violente alternate a periodi di aridità.

Per questo “occorre fare maggiore prevenzione – dice sull’Ansa il presidente dell’associazione agricola Ettore Prandini – evitando di dover continuamente rincorrere l’emergenza con interventi strutturali”.

Magari sarebbe opportuno anche seguire l’intento del Wwf che ha lanciato a suo tempo un appello “per salvare la natura e le bellezze paesaggistiche d’Italia dalla progressiva cementificazione che le sta cancellando”. L’organizzazione ambientalista, nell’ambito dell’iniziativa RiutilizziAMO l’Italia”, ha invitato tutti ad aderire al suo appello “No al consumo di suolo, SÌ al riuso dell’Italia”. Una sfida che mira essenzialmente a riqualificare aree e costruzioni dismesse, disincentivando il consumo di nuovo territorio”.

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