“A BOLU”, VIAGGIO TRA CANTORI SARDI: IL DOCUFILM DI DAVIDE MELIS RACCONTA VOCI E COMUNITA’ DELL’INTERNO

di STEFANO AMBU

Cantare quando si sente il desiderio, al bar o a uno spuntino, questa è una delle regole. Non servono grandi preparativi o indossare per forza il costume tradizionale sardo: i cantori di oggi hanno normali polo o t-shirt con le scritte in inglese. Una voce viva. Di ieri, di oggi e di domani. Quattro persone che cantano insieme: solista, bassu, mesu boghe e contra. Il solista canta una poesia e gli dà una melodia. E il tenore risponde all’accordo. È l’attacco, in sardo con sottotitoli, del docufilm “A bolu” – regia di Davide Melis e produzione della società Karel – proiettato in anteprima al cinema Odissea di Cagliari.

Un viaggio soprattutto all’interno dell’isola per esplorare un mondo che già da anni sta riscuotendo interesse e attenzione anche nei circuiti nazionali e internazionali, con appassionati e sponsor che vanno da Elio a Peter Gabriel. Un lavoro che cerca di capire il rapporto tra canto a tenore e comunità senza voler essere né enciclopedia, né guida per addetti ai lavori. I veri protagonisti sono i cantori che svelano i loro segreti e in qualche modo anche quelli dei piccoli paesi dove quei suoni e quelle voci conquistano anche i bambini, come accade a Pattada con Sos Isteddos.

Nel docufilm scritto da Melis con Sebastiano Pirosu e prodotto da Luca Melis c’è una mappa viva di quello che è successo in questi secoli e in questi anni. I tenores sono in ordine di apparizione Su Hussertu di Mamoiada, Su Cuntratu di Seneghe, Santa Maria di Ottana, Sa Niera di Pattada, Nunnale di Orune, Santu Pretu di Loculi, Santa Caterina e Sant’Elena di Dorgali, Supramonte di Orgosolo. Santa Rosulia di Benetutti, Cuntratu Santa Maria di Seneghe, Sos Isteddos di Pattada. Un discorso che è anche un inno alla vita dei paesi che lottano contro la fuga dei giovani in città o oltre il Tirreno.

“Ogni piccolo paese – spiega uno dei cantori – ha una sua varietà e i suoi personaggi. È un segnale di cultura viva, non appiattita”. Attraverso le riprese al volo (a bolu) che sorprendono paesi, piazze e campagne e le voci dei contemporanei si risentono le poesie e i testi del canto sardo, da Peppino Marotto a Raimondo Piras, i grandi della musica tradizionale sarda. “Una pratica viva – commenta il regista – capace di raccontare ed essere una realtà sociale e culturale in continua evoluzione”. Il docufilm, della durata di 100 minuti, ai primi di giugno farà il suo esordio sul grande schermo, in concorso a Monselice per la dodicesima edizione dell’EtnoFilm fest. Poi un tour con il lavoro che sarà presentato nei paesi in cui è stato girato, a cominciare da Orgosolo.

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