UNA TERRA FIERA E SELVAGGIA, SETTANTA CHILOMETRI DA ARBUS AL GOLFO DI ORISTANO: E’ LA COSTA VERDE

di MASSIMILIANO PERLATO

 “Permette?”. Ha la mano salda e i modi gentili Efisio. Finita la salita molla la presa e ci fa vedere che ha ragione: anche dalla cima dei viottoli di Arbus il mare non si vede.

Eppure si sente” aggiunge.

Questa è la sua contos de fughile preferita. Si proprio una storia da focolare per raccontare questa Sardegna dura e bellissima, il vero far west di un’isola per cui il mare, più che un approdo, è sempre stato un pericolo. Una Sardegna “al contrario”, da sud a nord, dai monti al mare. Ad Arbus si arriva leggeri ad un ora e mezza da Cagliari, solcando la piana di Guspini, ricca di testimonianze nuragiche e archeologiche, e poi inerpicandosi su per i tornanti nel bosco. Pini, ombra, grilli e stradine che si srotolano su colline odorose. Questo è ciò che si vee, ma sotto c’è un mondo ed è quello delle miniere di Montevecchio e Ingurtosu che, insieme ad Arbus, facevano, fino agli anni 80, concorrenza a quelle del Sulcis. Piombo, zinco e anche argento. Una vita dura, un paese d’ombre, il “nulla della fatica quotidiana” diceva Elio Vittorini.

Oggi, si visitano pozzi come il Gal, laverie come quelle di Brassey e Naracauli, cunicoli e antichi impianti come le centrali Sanna e Piccalinna. I percorsi guidati hanno lunghezze differenti, ma tutti si fermano davanti alle case dei minatori che sono coperte di murales. Vi si legge un racconto per immagini che nasconde storie durissime. Le dimore dei “signori” (i direttori delle miniere) sono, invece, deliziose ville dai mille tesori, come il Palazzo della Direzione edificato fra il1870 e il 1877 da Giovanni Antonio Sanna, proprietario della Miniera Montevecchio. I suoi saloni, fra stampe che rievocano le gesta di Napoleone, soffitti decoratie arredi di velluto, non stonerebbero in una’antica Parigi del secolo scorso. Basta aprire una finestra, però, per sentire il richiamo delle cicale che nel caldo cantano di ben altre latitudini. Fuori e dentro, sotto terra e in superfcie: questo angolo di Sardegna si rivela a poco a poco.

“Questa è da sempreuna terra che va scavata e incisa per essere capita” spiega Paolo Pusceddu facendo roteare un “arburesa” col manico in avorio. Non a caso lui è il signore dei coltelli di Arbus: porta avanti l’arte della lavorazione dei coltelli a serramanico a lama panciuta, in questa zona chiamata arresoja; ha depositato il marchio L’Arburesa con l’intento di far rivivere le lame a forgia antica tipiche del territorio. Vanta, fra i record, il coltello più pesante al mondo – un serramanico di 295 kg – e ha aperto un museo sulla coltelleria sarda dove si prodiga in spiegazioni multilingue.

“Col primo coltello che mi regalò babbo da bimbo, mi sentivo un pirata, pronto a tutto”, ricorda Paolo. Da queste parti un uomo non chiede di più: avere pane e coltello – “pani e arresoja a manu” – è già un bel lusso.

Già, ma il mare? “un tempo si diceva ‘vai in miniera’, oggi si va al mare, ma l’abbiamo capito da poco” scherzano i vecchi di Arbus ai tavolini del bar: il loro paese va dai monti delle miniere fin giù, alle dune di sabbia e alle spiagge della Costa Verde, il premio in palio per chi sappia andare a vedere oltre questi monti. I turisti fanno lo stesso viaggio delle merci che, un tempo, dalle miniere scendevano ariva per essere imbarcate sui mercantili diretti al continente.

Oggi i visitatori si fermano su spiagge che avrebbero fatto la fortuna di ogni catalogo da viaggio e che, invece, sono ancora in gran parte incontaminate. Come Piscinas dove l’unico hotel recupera il capolinea dei binari delle fonderie. Di quel nome c’è da fidarsi: il mare è una piscina  bordata da 4 km di sabbia dorata. Pochi lettini, qualche ombrellone, due chioschi e un’atmosfera da “finis terrae”. Oltre in effetti, il Mediterraneo è come un oceano di diversità. Talvolta il maestrale può ingaggiare grandi duelli con le onde e allora la spiaggia somiglia più a un’oasi protetta in mezzo al deserto. Ci sono persino le dune fra le più alte d’Europa. Superano i 50 metri e cambiano colore, dal rosso fuoco al tenue albicocca, proprio come in un Sahara domestico.

Ci chiamano Costa Verde, ma abbiamo anche il deserto e siamo la risposta bella e selvaggia alla Costa Smeralda” spiegano a Portu Maga, il piccolo paese che, oltrepassata Piscinas, coccola i visitatori con una spiaggia ocra intenso, uno dei più bei tramonti immaginabili. Qui si arriva su strade sterrate, respirando tutti i profumi della macchia mediterranea, e cimentandosi anche in due piccoli guadi con l’auto.

“Prendere o lasciare, qui si vive così” dicono, poco oltre, a Funtanazza. Questa spiaggia sembra uscita da un acquerello sbagliato: giusti sono i colori del mare e la magia della caletta che, a differenza delle altre spiagge della costa, è piccola e riparata. Stona alle spalle, la mole di un’antica colonia estiva che affonda le rughe nel cemento in un giardino ancora rigoglioso.

”Ci sarebbe molto da recuperare, ma non è facile con la burocrazia e le leggi” spiegano a Torre dei Corsari. “Ci chiamano pecorai e ne ancdiamo fieri” precisano ricordando che il recupero delle tradizioni, così come i mestieri che nessuno sembra voler più fare, è il primo antidoto alla crisi. Qui voltando le spalle al mare blu, lo sguardo si inerpica su un altro pugno di dune altissime, dove qualche coraggioso turista si avventura per un bagno di sole rovente. Qui il deserto è fiorito da solo e gli arbusti della macchia mediterranea spingono le radici fin nella sabbia, mentre in lontananza anche il paese di Pistis che chiude la costa, sembra un presepio che vive tutto l’anno. Con lo sguardo intrappolato fra il mare e questo assaggio di deserto che si capisce l’essenza di Costa Verde: la natura in fondo l’ha sempre protetta. Lì termina la provincia del Medio Campidano e comincia quella di Oristano.

Da Marceddì passando per Arborea fino a Cabras e al Sinis, è un fitto sistema di stagni a caratterizzare il paesaggio. Marceddì, borgo marino di Terralba, è la porta di entrata di questo regno: un ponte che sarebbe solo pedonale costringe a un lungo periplo le auto, anche se il passaggio di una vettura alla volta è quasi tollerato e sancito da un accordo non scritto. “Ci si guarda negli occhi e si decide chi parte per primo” sintetizzano le persone del luogo. Nella laguna si pesca in ginocchio con stivaloni di gomma e un piccolo marchingegno, tipo specchio, che indaga i fondali. Tutto dipende dal vento che regola le correnti del mare e i suoi capricci. Così c’è chi viene a pescare solo nel pomeriggio per arrotondare il primo lavoro, o semplicemente per arricchire il menù della cena, e chi lo fa di mestiere.

Ad Arborea il mare si allarga, ma resta basso e grigio. A portare il colore pensano i fenicotteri che la gente ancorachiama “s’ena rubbia”, i signori rossi, come il grande stagno scampato alle bonifiche di Mussolini, che si inventò questa cittadina per emandare gli afrori e il clima malsano della laguna. La chiamò Mussolinia, ma durò poco. Oggi semmai ricorda nel nome la grande Eleonora d’Arborea, la governatrice che, fin dal Medioevo, ragalò all’isola leggi e indipendenza. Arborea ha strada ortogonali quasi come a New York ma senza grattacieli, campi di grano ordinati e stalle con mucche pezzate che sembrano teletrasportate dalla pianura padana. I cognomi degli abitanti rivelano le immigrazioni da Friuli e Veneto, eppure in fondo a ogni strada c’è il mare che gioca a confondersi con gli stagni. E’ la costa Verde, in 70 chilometri da Arbus ad Arborea con il rombo del mare nelle orecchie e la terra negli occhi per capirlo.

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