ALBUM SARDO AL PHOTO FESTIVAL: A MILANO LA SARDEGNA RACCONTATA DAI GRANDI FOTOGRAFI

di SERGIO PORTAS

“Lassa pur ch’el mond el disa ma Milan l’è on gran Milan”, cantava Giovanni Danzi giusto un’ottantina di anni fa e questa mania di voler pensare e agire in grande ancora non l’ha persa, per il 13° “Photo Festival” le mostre in calendario sono state 165, affiancate da un significativo calendario di eventi, spalmate è vero dal 24 aprile al 30 giugno, ma sono qualcosa come 55 al mese, e in ognuna di esse ci saranno almeno una ventina di scatti degni di essere ricordati, una valanga che travolge e rischia di lasciare di sé, per paradosso, una memoria sfuocata. E quindi tocca scegliere, e seguire il filo rosso che porta alla fotografia della Sardegna mi è parso il percorso più semplice, alla galleria “Expowall” di Pamela Campaner per: “Album Sardo. La Sardegna raccontata dai grandi fotografi”. Solo quattro giorni dopo si sarebbe inaugurata (al Club Photodiscount) “Amarcord Sardinia”, a cura di Antonello Domenico Cabras, un reportage di Ferdinando Longhi, milanese del ’44, realizzato in Sardegna nel decennio 1968/ 1978, un corpus fotografico in bianco e nero che comprende fotografie di paesaggio, intensi ritratti, scatti che sottolineano il contrastato rapporto uomo-sociale. Per Longhi la fotografia è una “macchina del tempo” attraverso la quale percorrere la Sardegna rurale scomparsa raccontandone le trasformazioni e le cristallizzazioni nel tempo. Scrive a proposito Antonello Domenico Cabras: “Con il suo lavoro Longhi ha realizzato un grande affresco della Sardegna di quegli anni all’indomani del boom economico italiano, tardivamente giunto in queste terre bellissime e amare, a quel tempo teatro di conflitto sociale e di emigrazione interna e verso l’estero, interpretando e raccontando la progressiva trasformazione di una società prevalentemente agropastorale in una società dei consumi, più vicina agli attuali standard di “modernità”, con tutte le sue contraddizioni iconografiche e storiche”. Alla “Expowall” la Sardegna è sempre grande protagonista ma è raccontata, attraverso gli scatti dei più grandi fotografi nazionali e internazionali, sin dal 1884 ai nostri giorni, scegliendo tra le fotografie che l’”Unione Sarda” aveva proposto in edicola, sempre con titolo “Album Sardo” in trenta splendidi volumi da collezione. Che sono comunque qui offerti al pubblico. Alle pareti foto senza titoli o didascalie, quasi tutte in bianco e nero, due sono a colori e mi portano magicamente a casa, a Montevecchio, c’è una veduta di Piccalinna con la carcassa di una vecchia Giulia Alfa Romeo che si confonde nei residui ferrosi del terreno, l’altra è l’imponente Laveria Principe Tommaso che si rispecchia nella “piscina” sottostante. Fanno parte del libro “Ciò che rimane”, del cagliaritano Danilo Murru,  già presentato due anni fa presso la ex sala mensa-info point di Montevecchio (Guspini), in piazza Rolandi, fronte palazzo della Direzione. Si può ancora leggere (in internet) su “Sardinia Post Magazine”: “Ciò che rimane” narra attraverso le immagini ciò che resta del grande complesso minerario che si estende a sud ovest della Sardegna. Il progetto nasce circa otto anni fa: anni durante il quale il fotografo ha immortalato i punti più nascosti e suggestivi della miniera, accompagnato solo dal suo banco ottico analogico (una macchina fotografica a pellicola di grande formato, che difficilmente passa inosservata) e da qualche paziente amico a fargli da assistente. Nelle immagini affiorano, oltre alla memoria di un imponente passato industriale, i ricordi d’infanzia dell’autore, creando così un perfetto parallelo tra la storia delle miniere e quella della storia personale”. Danilo Murru dopo un peregrinare che lo ha visto a Londra, new York e alla scuola permanente di fotografia di Roma, ha scelto per ora di vivere nella capitale britannica ( auguri vivissimi naturalmente per la Brexit prossima ventura), suo nonno ha lavorato da minatore nella miniera di Montevecchio, nelle sue foto il rimpianto di un tempo di inenarrabili fatiche ma anche la consapevolezza di un progresso tecnico, di cui tutti godevano, che non aveva rivali in  Europa. “Dalla Sardegna sono andato a vivere in un’isola più grande e ho notato un atteggiamento simile al nostro: anche loro chiamano l’Europa “il continente”, come facciamo noi sardi quando ci riferiamo all’Italia. Ed è facile capire i britannici quando dicono di non sentirsi europei: è semplicemente una questione geografica”. Ogni fotografia è l’isolamento dell’occhio di chi scatta dalla realtà circostante, il faro di Capo Caccia di Vittorio Sella (Biella, 1859) è un’inno in rigido bianco e nero in cui tutto pare essere roccia, il sassarino Davide Virdis (1962) ritrae la stessa falesia battuta da un mare celestrino che spumeggia a coprire gli scogli più indifesi, il faro quasi non si intravvede all’orizzonte. Di Erminio Sella bella la foto di un ambulante del 1905, e quella di una donna alla vendemmia. La zona è quella dei Piani, ad Alghero, se ne innamorarono i Sella e crearono quella che ancor oggi è l’azienda vinicola Sella & Mosca, Il Ciglio di Ena Tunda presso il monte Fulcadu, lungo la costa tra Alghero e Bosa, uno scatto del 1920, fa titolare a Pamela Campaner “ L’Isola dove il tempo si è fermato” e la impreziosisce con la grazia Deledda dei “Racconti sardi” quando scrive: “ Albeggia. Sul cielo azzurro e cinereo d’una dolcezza triste e profonda, curvato sull’immenso paesaggio silenzioso, passano sfiorando larghi meandri di un rosa pallidissimo, via via sfumanti nell’orizzonte ancora oscuro. Grandi vallate basse, ondeggianti, uniformi, s’inseguono sin dove arriva lo sguardo,chiazzate d’ombra, selvagge e deserte. Non un casolare,un albero, una greggia, una via.” Anche Franco Pinna, maddalennino del’25, c’è con una sua foto della strada Macomer-Bosa flagellata da un vento che piega i pini marittimi, è una foto del 1960, inserita un anno più tardi nel suo libro fotografico “Una civiltà di pietra”, in cui Giuseppe Dessì scriveva nella prefazione: “Quando, studente, tornavo da Pisa per le vacanze, mi rituffavo ogni volta in quella solitudine che è la condizione costante, il destino del sardo…Forse quella solitudine che io avvertivo come un elemento, a ogni ritorno, non era altro che la preistoria”. Sardegna immersa in un’età dove il tempo passa con ritmi diversi, le donne in nero che si accalcano sulla porta della chiesetta al venerdì santo, di Raffaele Ciceri, è dei primi del ‘900, ma una molto simile se ne potrebbe fare a Santa Maria di Guspini in questo periodo, “Boelle” Ciceri ( Nuoro, 1870) è il farmacista gaudente che animava le serate al caffè Tettamanzi nell’immortale romanzo di Salvatore Satta, nel “Giorno del giudizio, il facoltoso borghese che, in odio a preti e parenti, lasciò per testamento i propri beni all’ospedale cittadino e, scriveva ancora il Satta: “…il pensiero che questa fosse beneficenza non gli passava neppure per la mente. Non c’era da beneficare nulla e nessuno, si trattava solo di sparire, con la stessa indifferenza con la quale un giorno remoto era apparso”.Giulio Pili (Monastir 1872) e Guido Costa ( Sassari 1871) ritraggono invece i borghesi dell’epoca, le donne con l’ombrellino a ripararsi dal sole che passeggiano in via Manno a Cagliari sono quelle a cui si rivolge Caterina Faccion Berlinguer, pioniera sassarese del femminismo locale e ideatrice del primo giornale femminile sardo “La Donna e la Civiltà” del del 1875: “Uniamoci in un unico scopo, il quale sia l’istruirsi e l’educarsi sempre più per poter ben governare ciascuna la propria famiglia ed essere generose giuste imparziali con essa”. Di Fosco Maraini due ritratti nella Sardegna del dopoguerra, una piccola contadina e un suonatore di zufolo, scatti un po’ convenzionali verrebbe da dire se non venissero da quell’autentico globe-trotter che fu Maraini, dice di lui Wikipedia: è stato un etnologo, orientalista, alpinista, fotografo, scrittore e poeta italiano. Prima della seconda guerra mondiale , Maraini si trasferì in Giappone, dapprima nel Hokkaido, a Sapporo, e poi nel Kansay e a Kyoto, come lettore  di lingua italiana per la celebre università locale. L‘8 settembre ’43 si trovava a Tokyo e rifiutò, assieme alla moglie Topazia, di aderire alla Repubblica di Salò. Venne quindi internato in un campo di concentramento a Nagoya con tutta la sua famiglia, tre figlie piccole: Dacia,Yuki e Tony. Durante la prigionia compì un gesto d’alto significato simbolico per la cultura giapponese: alla presenza dei comandanti del campo di concentramento si tagliò l’ultima falange del mignolo della mano sinistra con una scure. Non ottenne la libertà, ma una capretta e un orticello permisero alla famiglia Maraini di sopravvivere. E che bella la Sardegna che ritraggono i non -sardi, lo svizzero Alois Ottiger che nel 1965 la sceglie puntando a caso il dito sull’atlante, ne sortirà un imprescindibile libro “Sardegna e i sardi”, qui è la foto di due giovani donne di Oliena nel giorno di Pasqua. E belli i volti che il palermitano Fausto Giaccone ha immortalato tre anni più tardi nell’autunno “rosso” dei sardi. Molto ho rubato dall’opuscolo che Pamela Campaner ha messo a disposizione del pubblico accorso alla mostra, in esergo anche quello che scrive Maria Antonietta Mongiu (con la quale tutti i sardi di buona volontà hanno un debito immenso per la sua battaglia quotidiana in favore dell’ambiente e del paesaggio sardo, vedi la rivista on-line www.sardegnasopratutto.com ): “La Sardegna che vien fuori da queste rappresentazioni ha il potere di sorprendere la sfera più emotiva perché l’Isola non perde mai la sostanza di essere comunque altro dal conosciuto”.

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