ATTILIO DEFFENU, DA ESPONENTE DEL SINDACALISMO RIVOLUZIONARIO A INTERVENTISTA, A COMBATTENTE SUL FRONTE CON LA BRIGATA “SASSARI”, A VALOROSO CADUTO IN GUERRA A 27 ANNI

Foto di Renzo Caddeo. Meolo, Palazzo Cappello, 23 giugno 2018, pubblico a conferenza su Attilio Deffenu

di SALVATORE CUBEDDU

(seconda parte)

qui la prima parte: http://www.tottusinpari.it/2018/07/02/attilio-deffenu-da-esponente-del-sindacalismo-rivoluzionario-a-interventista-a-combattente-sul-fronte-con-la-brigata-sassari-a-valoroso-caduto-in-guerra-a-27-anni/

3.Il Congresso di Castel Sant’Angelo

Sardegna, rivista di Attiio Deffenu

Come si arriva al Congresso dei Sardi di Castel Sant’Angelo? Nasce casualmente, in occasione di una bicchierata in onore del celebre tenore sardo Bernardo De  Muro nel Caffè Latour di Roma. Perché non fare un Congresso dei Sardi a Roma, e parlare di Sardegna, uniti finalmente al di là di divisioni di qualunque genere, di parte o di campanile, per un migliore futuro dell’Isola?

Come dice Dante, quando si incontrano i sardi, fosse pure all’Inferno:

«A dir di Sardegna / Le lingue lor non si senton stanche».

All’inizio sembra quasi uno scherzo, una battuta uscita dai bicchieri. Ma poi la cosa prende forma, le adesioni aumentano. Il Congresso si farà.

Si terrà dal 10 al 15 maggio 1914, promosso e organizzato dall’Associazione dei Sardi a Roma.

Esso si propone di «esaminare con intenti pratici i principali e più urgenti problemi, non solo, ma indicarne la migliore soluzione».

Non mancarono delle critiche prima ancora del Congresso, non tanto contro il Congresso, ma contro il Governo, visto come incapace comunque di mettere in pratica le eventuali buone proposte che dal Congresso potessero scaturire.

Scriveva Lucio Secchi sulla rivista “Sardegna”:

«…In cinquant’anni di vita nazionale, nella quale la Sardegna non ha portato altro che la sua umiltà e la sua rassegnazione, il Governo italiano non è riuscito a risolvere alcuno dei problemi che la interessano; e, se può essere dubbio che per risolverli in questo momento sia troppo tardi o troppo presto, bisognerebbe essere ciechi e sordi per non vedere e non sentire che l’ora che volge è poco propizia per parlare agli italiani della Sardegna. Essi hanno da pensare alle loro nuove colonie, ed ognuno capisce che trascurare oggi la Libia per occuparsi di questa miserabile isola nostra ben soggiogata e asservita, sarebbe delitto di lesa patria.

Vero è che ci fu un tempo nel quale molti rimproveravano all’Italia di sperperare le sue migliori risorse nelle sabbie africane invece di dedicarle alla vita delle sue più sfortunate regioni. Ma quei tempi sono tanto lontani, e il linguaggio che allora diede commozioni e suscitò ire e tempeste, oggi farebbe solamente sorridere.

Verità è che in Italia non si è ancora riusciti a cementare in maniera degna la sua cosidetta unità, che la solidarietà nazionale è stata sempre ed è ancora una favola buona pei gonzi, che non s’è fatto mai altro che una politica regionale, una politica di favore, cioè, per le regioni più ricche e più colte e più forti, a tutto danno delle più misere e deboli.

Verità è che la Sardegna non potrà sperar nulla di serio dall’Italia fino a tanto che dinanzi a lei continuerà a rimanere piegata, ignara del diritto che le spetta d’esser tratta da eguale, della giustizia che la vorrebbe partecipe a tutte le fortune conquistate col sangue e col denaro di tutti.

Chi dirà queste cose al Congresso di Roma, chi chiederà una buona volta all’Italia, in nome della Sardegna, le ragioni ideali, i fini e i vantaggi della sua dominazione?

E chi, quando tutto sarà finito e finito nel nulla, si sentirà di tornare in mezzo a questa misera plebe che aspetta ogni giorno un miracolo che non viene mai, per annunciare che nulla è ancora mutato nel suo destino e nulla potrà mutare?».

Al Congresso, nonostante critiche e dubbi, prendono però parte, convenuti da varie parti della Sardegna e dell’Italia, molti personaggi notevoli: Salvatore Farina, Ettore Pais, Filippo Garavetti, Enrico Carboni Boy.

Nei giorni successivi 11, 12, 13 e 14 maggio seguiranno numerose relazioni su svariati argomenti: sistemazione idraulica e bonifiche, rimboschimenti, trasporti, leggi speciali per le Isole e il Mezzogiorno, emigrazione, credito agrario, credito e usura in Sardegna, la funzione delle imposte, la malaria, la lebbra, il tracoma…

Rilevante la relazione di Enrico Carboni Boy sulle imposte.

Alle relazioni seguiranno le discussioni, e inoltre varie comunicazioni. I lavori si concludono con l’approvazione di numerosi ordini del giorno. Seguono visite, ricevimenti, feste. Una visita ai Magazzini della Società romana per il formaggio pecorino, una visita alla scuola agraria, una visita ai Castelli Romani, un banchetto di chiusura.

La Sardegna concorreva alle spese dello Stato in misura proporzianatamente superiore ad altre regioni più ricche, mentre da noi lo Stato spendeva di meno su varie questioni: ad esempio la profilassi e cura della malaria, della lebbra e del tracoma (questioni oggetto di altre relazioni specifiche); o il riordinamento del catasto, mentre l’imposta fondiaria si basava su un principio tributario “errato e strabiliante”, in base al quale si elevava il reddito dei terreni fino a giungere ad un’imposta decisa a priori, fuori dalla realtà.

Il carico insopportabile delle imposte determina espropri in Sardegna in numero pari agli espropri dell’Italia intera: 52.060 a fronte di 53.167 negli anni dal 1885 al 1897.

Per soprammercato, speculatori e saccheggiatori delle nostre risorse naturali  e tanti altri andavano per la Penisola diffamando i sardi come «inetti, queruli ed infingardi», rievocando le stolte teorie del Lombroso e di Niceforo.

Carboni Boy pone anche in risalto il tema dell’insularità, specie in rapporto all’ elevato costo dei trasporti navali.

Carboni Boy concludeva che l’isola era stata considerata dallo Stato alla stregua di una colonia.

Mancarono alcuni temi in questo Congresso: il tema della pur crepuscolare nascente industria, il tema della lingua.

Ma complessivamente un concetto divenne evidente: la Sardegna non è in debito con lo Stato italiano, al contrario è lo Stato italiano in debito con la Sardegna.

4 La guerra di Attilio Deffenu. Ad Oristano in quel 1917.

Era contrario alla guerra, poi invece ha cambiato idea, non poteva restare in disparte.

Allo scoppio della guerra si schierò decisamente con gli interventisti sostenendo in numerosi scritti su “Il Popolo d’Italia”, su “L’Avanguardia” di Milano e su“L’Internazionale” di Parma, la necessità del conflitto «in nome della civiltà europea e dell’avvenire della classe operaia, contro l’imperialismo dei tedeschi».

Ha aderito alla tesi dell’intervento, insieme con Olivetti, De Ambris e altri, ai primi di ottobre ha costituito i Comitati dei fasci di azione interventista rivoluzionaria.

C’erano anche Mussolini e Filippo Corridoni.

Deffenu partecipa attivamente alla campagna interventista.È tra i fondatori del primo fascio interventista – con Michele  Bianchi, Giovanni Marinelli, Edoardo Malusardi, Amilcare De Ambris, Giuseppe Vidali, Vincenzo Rabolini ed altri. E viene incaricato di elaborare il primo manifesto con le ragioni per entrare in guerra contro gli imperi centrali.

E, contemporaneamente a Corridoni (che cadrà nel 1915), chiede di arruolarsi volontario. Ma le sue condizioni fisiche lo fanno dichiarare inidoneo ai servizi di guerra. Relegato ad Oristano, in Sardegna, sente l’umiliazione di una situazione che lo condanna all’inerzia, e la diffidenza delle autorità militari per il suo passato di “sovversivo”. Prende la malaria, la sua stessa salute deperisce. Solo nell’aprile del 1917 riesce a frequentare il corso allievi ufficiali a Modena, al termine del quale viene mandato al fronte, destinato al 209° Fanteria.

«La prima impressione che riportai appena giunto in zona operazioni in mezzo a questi generosi soldati italiani – diciottenni dal volto imberbe, dall’aspetto quasi infantile e vecchi territoriali dalla testa canuta – fu appunto questa: che quassù c’è la parte eletta della Nazione, il fiore della generosae bella nostra razza italica, quella che dà tutto, oggi, di sé per questa guerra di liberazione, ma che vorrà reggere, domani, le sorti dell’Italia nuova …»

… vengono i giorni bui del dopo Caporetto …  il 20 novembre si rianima …«superato l’attimo di sbigottimento improvviso, il soldato italiano sarà degno delle sue tradizioni…».Poi vengono le ore della riscossa … e Deffenu ha raggiunto lo stato maggiore della Brigata “Sassari”, addetto all’ufficio propaganda.

«Un soldato sui generis. Il soldato sardo non può, sotto alcun riguardo essere assimilato al soldato di altre regioni d’Italia. Ragioni di carattere, ambiente storico e sociale diversissimo, in particolare modo l’isolamento nel quale il popolo sardo è vissuto dall’epoca dell’Unificazione politica della penisola, l’aver scarsamente partecipato al movimento di ascensione economica, commerciale, culturale, che ha caratterizzato la vita italiana nell’ultimo cinquantennio, ne fanno  un soldato sui generis».

«Il valore dei Sardi.Il sentimento del dovere e di disciplina, lo spirito combattivo, in una parola quello che si usa chiamare il valore dei Sardi, non è, se così può dirsi, che una funzione della tempra morale della gente sarda, ingenua e profondamente sana, piena di rispetto per le Istituzioni e la morale tradizionali, non spoglia di un certo spirito idealistico, che trae almeno dalla, più che persuasione, l’intuizione che il sardo ha di combattere e soffrire e sacrificarsi per una causa fondamentalmente giusta».

Di lui scriverà un suo compagno d’armi, il futuro generale Leonardo Motzo:

«Questo giovane pensieroso, pallido, fisicamente debole e moralmente gigante, aveva attirato tutte le simpatie, tutto l’amore degli ufficiali e dei fanti della “Sassari”. Grandi e piccoli vedevano in lui il futuro campione della riscossa della Sardegna, vedevano in lui un uomo da cui la Patria molto avrebbe avuto per la sua grandezza…».

Ha scritto Mario Cubeddu, in Lontano dall’Italia:

«Sa leva. Un momento di svolta nell’esistenza dei paesani sardi era rappresentato dalla visita di leva. Il rafforzarsi del potere dello Stato aveva trasformato il rito dell’esame in un cruciale momento di passaggio. Solo dopo, e terminato il servizio militare per chi non era stato riformato, si poteva pensare di decidere della propria vita. E in quegli anni la forte alternativa al lavoro in paese era costituita dall’emigrazione in America. Circa il 10% dei giovani del mio paese (seneghesi) decide di partire per l’Argentina, soprattutto all’inizio del nuovo secolo. Cercano un mondo nuovo e una condizione migliore. Ma anche in terre lontanissime li raggiunge nell’estate del 1915 l’ordine di ritornare per raggiungere il fronte. Non sono pochi quelli che preferiscono rischiare la vita piuttosto che violare la legge e subire le gravi conseguenze della condanna per diserzione.

…..

Che i giovani di Seneghe abbiano partecipato alla guerra con entusiasmo si può difficilmente supporre. Forse solo Antonio Putzolu, o qualche altro studente, poteva condividere gli entusiasmi interventisti. Gli altri partirono eccitati dalla novità e curiosi di tutto ciò che avrebbero visto di inconsueto, ma ignari di ciò che veramente li aspettava. Soffrirono e morirono in silenzio.

Ma non ci fu solo rassegnazione e obbedienza. Anche a Seneghe si conosceva la disobbedienza cosciente e il rifiuto istintivo della morte in guerra. C’è l’asocialità assoluta di chi sembra vivere in uno stato anteriore a qualsiasi contratto sociale e non si cura della cartolina che lo chiama al fronte, come ignora la condanna per diserzione a 20 anni di reclusione inflittagli dal Tribunale militare di Cagliari. E c’è chi continua anche da richiamato la guerra all0 Stato in nome di una società più giusta.

1917.Il 1917 è un anno di crisi generale, al fronte come nei più piccoli paesi.

La guerra conferma il suo carattere totale non risparmiando nessuno. Sull’Altopiano di Asiago l’insipienza dei comandi costringe ad assalti suicidi contro i reticolati nemici. I proiettili di artiglieria, invece che spezzare la resistenza degli austriaci, sono caduti sui soldati e sulle trincee italiani. Anche i soldati più obbedienti e pazienti si ribellano e arrivano all’insubordinazione, rifiutandosi di tornare in trincea. Il malcontento diffuso in tutto l’esercito prepara la rotta di Caporetto, l’abbandono del Friuli e il ripiegamento sul Piave.

A Oristano, nei centri più grossi e nei piccoli paesi, le requisizioni militari del grano e di ogni prodotto agricolo e dell’allevamento provocano scarsezza di generi alimentari e aumento dei prezzi. Mancano gli alimenti essenziali dell’alimentazione dei poveri, il grano, la farina, le patate. Su richiesta di Felice Porcella, il Sottoprefetto ordina la requisizione del grano dei privati per distribuire il pane alla popolazione. Le proteste dei proprietari si accompagnano alla scomparsa del cereale dalla circolazione. Come avviene in queste occasioni, le popolazioni affamate individuano molto presto i responsabili, veri o presunti, negli amministratori locali. Questi prestano il fianco alle accuse perche spesso affidano a parenti, o prendono in gestione in prima persona, la vendita della farina e degli altri alimenti razionati. … Madri di famiglia scendono in piazza con i figli laceri e affamati e, in diversi casi, danno l’assalto ai negozi. In alcuni paesi si organizzano mense di carità per soccorrere i più poveri. A Milis si distribuiscono ogni giorno 40 razioni di minestra. All’inizio dell’estate la situazione si aggrava per la scarsità del raccolto, rovinato dalle piogge eccessive della primavera. A lanciare l’allarme è Felice Porcella che funge da coordinatore politico delle attività di governo. In un appello accorato al Presidente del Consiglio, lamenta che autorità e funzionari si preoccupino più di celebrazioni patriottiche e di consegna di medaglie, occasioni per esibizionismo e autocelebrazione, che non delle condizioni del popolo affamato. La Sardegna affamata corre verso la rivolta. Nonostante il raccolto fallito, l’autorità militare continua a requisire ed esportare grano. In compenso si preparano qui per domenica prossima pubbliche solennità per offrire parole e medaglie ai nostri morti in guerra, mentre si lascia mancare ilpane ai vivi che inutilmente reclamano. Molti sindaci incapaci di fronteggiarela situazione rimangono inerti o si dimettono. Qui in Oristano si vive allagiornata e si lotta contro gravi numerose difficoltà causa insufficienza granodisponibile presso produttori per avere giorno per giorno scarso pane che vieneconteso alla cittadinanza da turbe fameliche accorrenti presso forni pubblicie pubbliche autorità dai paesi vicini. Oristano assiste ogni giorno al passaggio provocatore di numerosi carri carichi di grano che si esporta da questa regione.Non è tempo di cerimonie per i morti. Ci lascino e ci mandino grano sufficienteper alimentare il popolo. Altrimenti saranno guai.

I conti sono rimandati al dopoguerra. Lo sappiamo noi oggi. Loro no».

5 Sogno di un mattino di primavera

Da Camillo Bellieni, Attilio Deffenu, e il socialismo in Sardegna (pagg. 7-13):

«Morì che era giovane. Ventisei anni. Fu colpito in un giorno di battaglia, mentre incom­beva l’afa di giugno. Restò fulminato come tanti altri, irrigidito nel gesto ch’era espressione dell’estremo suo volere. Come tanti altri, negli opposti campi.

Restano dunque di Lui solo i frutti  a­cerbi,  quelli che la retorica frusta chia­ma magnifiche promesse.Ma noi lo ri­cordiamo, perché alcuna volta negli scritti dei giovani, la cui vita fu infran­ta prima che arrivassero ad una comple­ta conquista di se stessi, è un fervore di vita e disogno che non giunge ancora allafelicità di espressione, e perciò si in­tuisce confusamente, non si afferra ap­pieno. Realtà misteriosa che muore con l’individuo; eppur se riesce a diventare parola, circonda questa d’un alone di luce e dà alla frase il fremito della lirica.

Questa ondata di passione, non ancora diventata parola, non ancora rafforzata da un definitivo pensiero, fu da noi intuita nella personalità troppo presto spenta di Attilio Deffenu; comprendemmo di trovarci dinanzi a una figura che avrebbe potuto creare in Sardegna una nuova storia civile. Umilmente, con modeste forze, con sincerità di intenti, alcuni giovani cercarono di proseguire ed approfondire il solco da lui per primo aperto. Piccolo, bruno, occhi neri scintillanti, viso caratteristicamente sardo.

La sua vita? Oh, molto semplice. Nuoro e Sassari, furono le prime tappe dei suoi studi, che furono, quali si convengono per tradizione ai figli della piccola borghesia, classici. Poi il primo volo dall’Isola, la liberazione dalla prigione di terra e di mare che tormenta ed immalinconisce il cuore dei giovani sardi. Uscire dall’Isola, conoscere il continente, quel mondo descritto dalle gazzette che quotidianamente varcano il mare per sedurre le fantasie e tentare le volontà per la desiderata avventura! E finalmente Pisa, i sereni studi, la laurea. Ma la grigia cittadina dai malinconici lungarni, vive ancora troppo nel passato, ha troppo aspetto di eremo, perché la fantasia possa essere appagata, perché il sogno possa chiamarsi realtà. E il tormento riprende col ritorno a Nuoro.

Ed allora Milano, la città sfolgorante di lampade elettriche, dove si accentrano migliaia di operai, dove la vita ha un polso febbrile, dove il contrasto politico si scatena con la violenza di un temporale, dove si conosce la vita con le sue gioie e le sue seduzioni, ed anche con le sue miserie e i suoi dolori.

E quando ci si trova presi nel ferreo giuoco della lotta per l’esistenza, quando la nebbia si addensa pesante nelle vie, sicché le lampade ad arco sembrano ghirlande di pallidi soli d’una fantastica aurora boreale, quando al freddo pungente si aggiunge solitudine e sconforto, allora l’animo un tempo così avido d’emozioni ritorna alla pace della cittadina modesta, lontana dal mondo, dove si trascorre una vita strana di tempi quasi irreali, ma sono in compenso sicuri, seppur limitati, gli agi della vita familiare, e arde un allegro fuoco di legno nell’ampio vecchio camino, ed i volti sono più cordiali che non quelli dei forzati vicini di trattoria o di trama.  Ritorna alla mente la Sardegna, tutta la grande isola severa, così diversa dal continente  e pure così intimamente madre per coloro che vi aprirono gli occhi alla luce. Quanto diversa la Sardegna dal continente, e quanto diversi i sardi dagli abitanti di oltremare. Come gli ebrei, i sardi hanno nello sguardo il ricordo di un’antica sofferenza, di molte ingiustizie, e ciò li rende diffidenti e scontrosi. E non appena cominciano a gustare la dolce vita di una civiltà ch’è frutto d’una secolare, ininterrotta tradizione, essi sentono nel miele l’amaro della loro inferiorità, e ripensano alla madre terra lontana con una passione nostalgica, ed anelano liberarla dalle molte sue miserie, per farla partecipe di quel mondo nuovo che essi hanno conquistato per sé, di quel mondo per cui l’hanno abbandonata. Ecco il sardismo degli isolani, che è uno stato d’animo comune anche a quelli che in patria sono i più feroci nemici politici di un partito che sardista si intitola.

Questa è anche la storia di Attilio Deffenu, il suo spirito giovinetto s’era nutrito di generiche ideologie socialiste, apprese nei giornali; egli allora non conosceva, pur vivendola, la realtà sarda, e credeva che essa fosse la vita italiana. Varcato il mare intese se  stesso, conoscendo l’altro da sé.

E l’ideologia lo spinse a più profondi  studi che crearono in lui una matura conoscenza fatta di confronti, d’esperienza. Era uomo di lotta e seppe indicare ad altri una via per operare. Ma un cataclisma improvviso sconvolse e spezzò ad un tratto gli ormai saldi legami della convivenza civile europea. Solo i filosofi assorti nel celeste mondo delle idee potevano resistere a così terribile uragano di passioni. Poiché egli era uomo di lotta scelse il suo posto di combattimento ed accettò le sue responsabilità. Ma pur preso nel vortice fatale, egli ricordava la sua piccola eppur grande missione.

Oltre l’experimentum crucis dell’umanità vi era per i sardi un sentiero da percorrere, quello già indicato nei giorni dell’anteguerra. Col cuore più duro, smagati da ogni seduzione d’una  ingenua fantasia, i sopravvissuti lo avrebbero dovuto riprendere.

Aveva ventisei anni ed un fervore di sogni, una tempesta di idee nel cervello. Una pallottola austriaca spense quella gioiosa creazione in atto. Così, come per tanti altri».

 

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