TRA SAPERE E SAPER FARE, L’ARTE ANTICHISSIMA DELL’INTRECCIO

di SALVATORE LAMPREU

Tra gli elementi che maggiormente restano impressi nel percorrere la Sardegna, oltre ai profumi della macchia mediterranea, ai colori del mare e ai cieli stellati, rientrano sicuramente le espressioni dell’artigianato artistico tradizionale che, di fatto, si riscontrano ovunque. Risulta, pertanto, impossibile non notare in numerosi ristoranti, negozi e case, la curiosa presenza di cestini e canestri confezionati con l’antica tecnica dell’intreccio. Si tratta di una pratica molto diffusa nell’isola, anche se con modalità differenti da zona a zona! Ora vi svelo un po’ di cosette interessanti al riguardo. Innanzitutto bisogna specificare che quella dell’intreccio è una metodologia di lavoro presente in tutto il mondo, da tempi veramente remoti.
In Sardegna, ad esempio, è eseguita fin dalla preistoria, come emerso dagli scavi archeologici che hanno riportato alla luce numerosi utensili in terracotta, modellati in base alla forma data loro da alcuni particolari contenitori realizzati in fibra vegetale intrecciata, di cui rimane l’impronta. La tecnica si rintraccia in tutto il Mediterraneo, tanto da poter essere considerata un vero e proprio tratto identitario dell’area intera. E’ questo un sapere e soprattutto un saper fare condiviso e diversificato a seconda delle varie geografie.
A tal proposito, la Sardegna si presenta con un’ampia varietà di habitat naturali, da cui discendono le numerose essenze e fibre vegetali utilizzate per la produzione dei manufatti artigianali. Sono oltre cinquanta le piante adoperate per l’intreccio, tra cui la canna, l’asfodelo, il giunco e la palma nana, ognuna delle quali caratterizzata da una precisa resistenza, colore e rapporto tra rigidità e flessibilità. In base, appunto, alle differenti specie diffuse e predominanti in determinate aree della Sardegna e al censimento delle lavorazioni, si possono individuare alcuni centri di eccellenza per la produzione dell’intreccio, tra cui Castelsardo e Sennori nel Nord dell’isola, Ollolai in Barbagia, Urzulei in Ogliastra, San Vero Milis nell’Oristanese, Bosa, Tinnura e Flussio in Planargia e Sinnai nel Campidano di Cagliari. Nonostante la differente materia prima impiegata, la tecnica rimane sempre la stessa, ed è quella detta “a spirale”, realizzata con strumenti semplici quali l’ago o il punteruolo in ferro o in osso. L’intreccio è da sempre stato presente nella mia vita. Se penso alla mia infanzia, i ricordi corrono immediatamente alle dita veloci di mia nonna che con fare attento, seduta vicino al fuoco del camino in religioso silenzio, intrecciava la rafia col giunco, ripetendo un’antica gestualità e dando forma a meravigliosi cestini colorati. Mia nonna era originaria di un paese dell’Anglona (regione storica della Sardegna Settentrionale), in cui l’intreccio ha da sempre rappresentato un elemento imprescindibile della vita agricola e pastorale, quasi una dote innata dei suoi abitanti, una specie di carattere ereditario. Forse è per questa sorta di richiamo che mammai, anche dopo aver lasciato il suo borgo natio, continuò a perpetuare quell’arte fino a quando la vista glielo permise, sperimentando sempre nuovi colori e geometrie, pur rimanendo fedele al canone che la pratica imponeva. In Anglona, per la produzione dei cestini, veniva utilizzata prevalentemente la palma nana, una specie endemica, oggi protetta. In particolare, a Castelsardo, le lavorazioni venivano impreziosite dai colori accesi e dai disegni stilizzati di uccelli, fiori e danzatori che, grazie ai giri di rafia, prendevano vita. A prescindere dalle decorazioni, i manufatti dell’intreccio come cesti, canestri, panieri, crivelli, fiscelle ecc., avevano il preciso scopo di soddisfare le esigenze di una vita quotidiana legata prevalentemente all’agricoltura e di conseguenza alla panificazione, e condotta in modo assolutamente essenziale. Tuttavia, gli oggetti della cestineria hanno finito, negli anni, per rappresentare un simbolo, un corredo da esporre in bella mostra nelle abitazioni dei contadini, dei pastori e degli artigiani, secondo un preciso ordine dettato dalle situazioni contingenti. Dalla spinta creativa e vitale data all’artigianato sardo,  dall’artista e designer Eugenio Tavolara,negli anni Sessanta, e in seguito al declino dell’ente ISOLA avvenuto a partire dagli anni Settanta, la tradizione dell’intreccio (complice anche l’enorme cambiamento nei costumi e negli stili di vita) è andato incontro a un processo di lento abbandono. Eppure, alla luce di una riscoperta sostenibilità ambientale e sociale, il settore potrebbe dare origine a una vera e propria industria della creatività, con risvolti positivi per l’attrattività turistica. Il ricorso alle nuove ICT, in questo caso, potrebbe rappresentare un grosso aiuto, sulla scorta anche di diverse esperienze di successo realizzate in Italia e all’estero.   Alcune curiosità: la Regione Sardegna, riconoscendo il potenziale insito nella tecnica, ha istituito da qualche anno il marchio di qualità dell’intreccio artigiano con annesso disciplinare di produzione e regolamento d’uso.  Se volete approfondire l’argomento, è possibile consultare l’archivio dei saperi artigianali del mediterraneo, frutto di una ricerca lunga e accurata, condotta in Sardegna, in Marocco e in Egitto. E’ stato inoltre pubblicato dalla casa editrice Ilisso, nel 2011, un bellissimo e completo volume, “Intrecci”, in cui sono presenti numerosi saggi e immagini relative a questa antichissima e affascinante arte.

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