“ROSA, LA PICCOLA SARTA”. DEDICATO A MIA MADRE


di Daniela Puddu

Le piaceva la geografia. Amava conoscere attraverso i libri nuove città, nuove strade, modi di vivere, con la mente e la fantasia viaggiava nel mondo.

Quando a 11 anni, i genitori presero la decisione che gli studi potevano bastare, per lei fu un momento difficile. Erano anni duri, la guerra appena terminata presentava il conto, con la miseria lasciata dietro di sé, il rapimento di qualcuno che non era tornato dal fronte, affidando desideri e sogni a lettere bagnate da lacrime e neve, e il furto di qualcuno che era invece tornato ma con occhi cambiati per sempre. Secondogenita di una grande famiglia, Rosa aveva respirato, pur in giovane età, le fatiche di un tempo in cui l’unica cosa da fare, per non ascoltare il dolore e andare avanti, era quello, seppure a malincuore, di rimboccarsi le maniche e contribuire alla ripresa della vita, che palpitava prepotentemente facendosi strada tra cumuli di ricordi e destini cambiati.

Abbandonata la scuola e la sua adorata maestra, la mandarono a casa di Signora Vittoria, per apprendere l’arte del cucito. Occorreva imparare presto un mestiere. Rosa conosceva già molto bene ago e filo, camicie e pantaloni da uomo venivano infatti realizzati dalla sua mamma, con pazienza e maestria. La guerra aveva lasciato il desiderio di riscatto, di bellezza e benessere, anche in quel piccolo paese vicino a Cagliari, e aveva instillato nelle donne la frenesia per gli abiti eleganti e colorati, quasi a scacciare il grigiore vissuto. Era opportuno perciò imparare la sartoria femminile.

Rosa, curiosa e intraprendente, imparò in fretta, tanto da convincere il padre, qualche tempo dopo,a iscriverla ad un corso di taglio e cucito ad una scuola privata di Cagliari. A quel tempo non comprese fino in fondo il sacrificio dei suoi genitori. L’iscrizione e il corso intensivo di tre mesi pesarono non poco nel bilancio familiare, ma furono soldi spesi bene, molto bene.

Tre mesi di intenso lavoro e tanta voglia di imparare, e alla fine un esame. Lavoravano su un manichino di legno alto 50 cm. L’esame per avere la certificazione, consisteva nel progettare e realizzare un abito per la piccola donnina di legno, da inviare poi a Roma, sede generale della scuola, per essere esaminato. Un mini tubino di taffetà blu realizzato in modo perfetto, con il bustino, sempre in taffetà, ma con quadretti piccolissimi bianchi e blu fu la scelta di Rosa. Molto bon ton, così come lasciava intuire la moda che iniziava in quegli anni, e Rosa azzeccò la scelta.

La gioia per il diploma ottenuto, purtroppo però, venne offuscata dalla morte del padre. Tutto sembrava già scritto, quel diploma occorreva sfruttarlo.

Iniziò per Rosa il lungo periodo di apprendistato per apprendere il confezionamento. Tzia Savina, nota sarta del paese, burbera e severa, la accolse tra le sue allieve. Era la più piccola di tutte, con l’intelligenza e la voglia di rendersi indipendente. E apprese in fretta, molto in fretta.

Il lunedì Tzia Savina preparava i modelli nella sottile carta bianca, tagliava il tessuto per 7 abiti, uno per ciascuna allieva, da preparare per la prima prova con la cliente prevista per il mercoledì. Rosa e le altre, tra una chiacchiera e l’altra, passavano i segni lungo la carta con il filo per imbastire e montavano l’abito pronto per essere misurato. Un mercoledì un’influenza costrinse la sarta Savina a restare a letto, e il Signor Tommaso, attempato ed esperto collaboratore della sartoria, scelse Rosa per la prova. Fu una verifica decisiva. La cliente chiese una scollatura dell’abito più ampia e rotonda,  e il signor Tommaso, con le forbici, tagliò direttamente la stoffa sull’abito indosso alla cliente. Senza paura, Rosa, precisò che la nuova scollatura era ovale e non rotonda, e, prese le forbici, con mano ferma e sicura, aggiustò la scollatura, che risultò perfetta.

Da quel giorno Tzia Savina diede a lei l’incarico di preparare i modelli del lunedì mattina, ma fu quell’episodio a far decidere a Rosa di iniziare la sua attività a casa, in proprio. Con l’aiuto della sorella Cecilia, e la super visione della madre, iniziò la sua avventura di sarta. Aveva 14 anni e tanta voglia di vivere.

Le prime clienti del paese, poi il passaparola, veloce, portarono il suo nome fino alla Cagliari bene, e le signore dell’alta borghesia iniziarono a frequentare la sua casa.

Una giorno arrivarono due belle ed eleganti signore. Allora il portone di casa restava sempre aperto durante il giorno, e le signore arrivarono fino al loggiato dove Rosa e sua sorella cucivano.

“Cerchiamo la sarta, non è in casa?” chiesero le due signore. Rosa, con i lunghi capelli neri chiusi in una meravigliosa treccia e i suoi 14 anni e mezzo si presentò. “Sono io, in cosa posso esservi utile?” L’aria stupita delle signore per un attimo rese quasi irreale quel momento, ma una delle signore, la più anziana, la guardò e le disse: “Va bene, fammi vedere cosa sai fare”. Fu una bella scommessa, vinta dall’abilità di Rosa, precisa e capace nel realizzare abiti di grande sartoria, e la clientela crebbe giorno per giorno. Eleganti e raffinati tubini, abiti di taffetà con ricche gonne vaporose, severi tailleur con maniche attaccate perfettamente, caldi e avvolgenti cappotti, freschi abitini con le spalle scoperte, strettissime gonne a vita alta e camicine di seta. Si lavorava tutto il giorno, accompagnate dalla canzoni della radio che loro cantavano allegramente, circondate da bauli ricolmi di stoffe multicolori, fili per cucire di ogni sfumatura, e poi scatole di spilli, puntaspilli realizzati in modo artigianale, forbici di ogni misura, cerniere, bottoni di tutte le fogge e passamanerie. Si cuciva tutto a mano, con pazienza, fino a quando con i primi guadagni Rosa acquistò, ed era la prima in tutto il paese, una bellissima macchina da cucire Singer che faceva anche il punto zig zag, nera, con il suo bel mobile in legno e la ruota che girava accompagnata dalla danza a due piedi fatta su un pedale grigio. In omaggio il negoziante le regalò un manichino di legno rivestito di tessuto verde, dalle sinuose e intriganti forme femminili, un’asse da stiro e uno stiramaniche. La sartoria era pronta. Iniziarono le prime ordinazioni degli abiti da sposa e poi gli abiti da sera. Per la signora che aveva il Ballo dei Farmacisti, per la moglie dell’ammiraglio al circolo ufficiali di via Torino, per i tè danzanti e per le cerimonie di gala. Rosa vestiva le eleganti signore e da loro attingeva consigli e confidenze sul loro mondo dorato, che non invidiava ma che la affascinava.

Fu la salvezza per la famiglia di Rosa. Alla morte del padre nessun sostentamento per quella famiglia,la reversibilità della pensione del padre non esisteva ancora, e il lavoro di camiciaia della madre non era sufficiente. Il fratello grande di Rosa poi si era sposato e anche il contributo con il suo lavoro era venuto a mancare per quelle donne caparbie e tenaci. Tre sorelle e una madre che, con determinazione e coraggio, erano andate avanti. Rosa e Cecilia che cucivano, Teresa, la piccola, che preparava i dolci sardi in casa per poi rivenderli, e mamma Mùnzia che acquistava i materiali occorrenti, stirava i capi confezionati e li consegnava, prendendo l’autobus, direttamente a Cagliari, a casa delle clienti. Le veniva offerta sempre una mancia per quelle consegne, per poter prendere qualcosa di fresco o una bevanda calda al bar prima di rientrare a casa. Quelle mance, preziose e mai consumate, contribuirono a preparare il corredo per le sue donne di casa.

Quanto lavoro, quanta condivisione, quanta armonia e solidarietà. E quanto sacrificio. Spesso Rosa, la sera, faceva finta di andare a dormire, per assicurarsi che anche la madre andasse a riposare, e poi si rialzava e, nel silenzio della notte, continuava a lavorare per le consegne sempre più numerose.

Quando conobbe Gabriele, l’amore della sua vita, aveva 18 anni, la sua sartoria andava a gonfie vele, e ormai anche l’etichetta, di tessuto marrone con la scritta chiara “Sartoria Rosina” era riconoscibile in tanti splendidi abiti. Anni più tardi le tre sorelle, nel giro di nove mesi, si sposarono tutte e tre e il frutto del lavoro di tanti anni e le provvidenziali mance donate a mamma Mùnzia, arricchirono la festa di quei matrimoni. Rosa trasferì la sartoria nella propria casa, allietata dal canto delle allieve sempre più numerose, e dalla gioia di tre figlie. Quale meraviglia e gioia avere delle figlie femmine per le quali realizzare abitini vezzosi ed eleganti. Lei che, per colpa di quella guerra, non aveva avuto una bambola a cui cambiare i vestiti. E quale meraviglia trasmettere alle figlie coraggio, forza, determinazione, umiltà e spirito di indipendenza, conquistato a caro prezzo ma sempre con il sorriso sulle labbra.

Il sorriso di Rosa è ciò che ancora oggi scalda e accompagna la mia vita. Rosa, oggi nonna Rosa, zia Rosa per tanti, nipoti e non, accompagna sempre con una parola di incoraggiamento chi le si avvicina. Cuce meravigliosamente bene ancora oggi, nonostante i mille problemi di salute, che non hanno certo minato la sua tempra. Confeziona ancora i suoi abiti e anche se oggi una macchina elettronica cuce i suoi tessuti, conserva ancora intatta e funzionante la vecchia nera e lucida  Singer, l’asse da stiro con lo stiramaniche, e il vecchio manichino dalle forme ammiccanti. Conserva il ricordo di tante notti trascorse a cucire, accompagnate dalla preghiera, in un sacrificio che non è mai stato un peso, ma un ringraziamento. E il desiderio mai abbandonato di conoscere il mondo e di viaggiare illumina ancora i suoi occhi.

Rosa, la piccola grande sarta, mia forza e mio coraggio. Rosa, mia amata madre.

5 risposte a ““ROSA, LA PICCOLA SARTA”. DEDICATO A MIA MADRE”

  1. una storia a me nota, scritta con il cuore e riportata poi su carta. donne di altri tempi che si sono adattate con maestria e pazienza alla nostra era degli smartphone, era in cui la macchina per cucire è gestita da un PC…e dove c’è (ahimè) poco spazio per la creatività manuale, dove il cuore e l’estro guidavano un ago.
    complimenti Dani

  2. Un bel pezzo di storia d’altri tempi quando il sacrificio e la determinazione allontanava ogni crisi. Complimenti per la sublime descrizione.

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