LA STOFFA DEI SOGNI: LA VOCAZIONE UNIVERSALE DELL’ULTIMO FILM DI GIAFRANCO CABIDDU

l'autore dell'articolo è Consigliere Capo Servizio e Bibliotecario della Camera dei Deputati, Presidente del Cenacolo letterario Tommaso Moro, scrittore e saggista.

di Antonio Casu

Antonio Casu

“La stoffa dei sogni”, l’ultimo film  di Gianfranco Cabiddu, è un film davvero pregevole. Il cinema si ispira al teatro, anzi si fa teatro. Come nella migliore tradizione britannica. E tuttavia, lo spirito che pervade la narrazione è di pura radice mediterranea. Shakespeare mediato da Eduardo, rielaborato da un sardo: una serie di mediazioni culturali che trovano una sintesi di forte valenza simbolica, che rievoca il teatro classico. I primi piani, le inquadrature d’ambiente, la caratterizzazione dei personaggi, i tempi delle riprese, riportano nel presente i tratti di una società a tratti omerica, fatta di tinte forti, che l’ironia del testo non offusca, anzi mette in risalto. Ogni singolo ruolo è reso in modo vivido. Il pastore solitario e rude corroso dalle sue pene d’amore, unico abitante originario dell’isola-carcere, che tratta due naufraghi con la familiarità rude del suo gregge. Il direttore del carcere colto e cinico che cerca un consapevole oblio, sacrificando la giovinezza di sua figlia. La purezza adolescenziale di lei, che salva il giovane camorrista con slancio inerme, e forse lo redime. Il capo camorrista che trasferisce nell’improvvisato ruolo di attore il suo dramma personale, e alla fine sacrifica la speranza di libertà per manifestare la sua gioia di padre di fronte al figlio creduto morto e ritrovato.  

Sergio Rubini,  Ennio Fantastichini e Renato Carpentieri, su tutti, conferiscono intensità e drammaticità ai dialoghi, con tempi misurati, che richiamano l’attenzione sui contenuti.

Due notazioni sulle riprese. Quelle in esterno, all’Asinara, si avvantaggiano di fondali epici, dove il mare, le coste, il cielo non sono contorno o sfondo, ma parte necessaria ed essenziale del racconto. Le inquadrature degli interni sembrano talvolta pensate e illuminate come dipinti, persino un particolare secondario come un cesto di mele appare come una natura morta.

Un gran bel film, in definitiva, che da una parte sfugge ai cliché di un certo cinema d’autore nostrano,  che si rivela con eccessiva frequenza autoreferenziale, quando non cervellotico; e dall’altra evita anche il rischio presente nel cinema d’impronta regionalistica, anche sardo, di  trovare una cifra distintiva enfatizzando la retorica della diversità. Questa, al contrario, è una storia a vocazione universale, in cui la peculiarità della gente e del territorio, pur preservata, si armonizza e si fonde nella trama.  Memorabile la scena del pastore che entra nel teatro improvvisato, incede rapito fino alla prima fila e si siede per terra, appoggiandosi ad una sedia vuota senza sedervisi, assistendo incantato alla prima rappresentazione teatrale della sua vita.

Intenso il momento finale in cui tutte le storie si intrecciano e si risolvono: il direttore del carcere comprende il legame della figlia con il figlio del capo; quest’ultimo prorompe di gioia nel rivedere vivo il figlio; il pastore capisce che il suo sogno d’amore è impossibile, come ogni altra aspirazione della sua vita. 

Il finale shakespeariano rielaborato restituisce un futuro ai due giovani innamorati, mentre il capocomico sorride compiaciuto dell’esito di quella commedia della vita, e il pastore si interroga silenzioso sul senso delle cose. 

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