FOLLIA PURA E GENIALITA’ COME SE PIOVESSERO: “LA TEOLOGIA DEL CINGHIALE” DI GESUINO NEMUS, PREMIO CAMPIELLO OPERA PRIMA 2016

ph: Matteo Locci / Gesuino Nemus

di Marina Atzori

Credo di non aver mai letto un libro simile a questo. Eppure sono una lettrice onnivora. Di pagine sotto il mio naso ne sono passate e anche parecchie. Matteo Locci in arte Gesuino Némus ha sovvertito ogni pronostico, già a partire dal titolo, molto ardito direi, non tanto per la palese originalità, ma per il significato che ne consegue durante un’attenta lettura. Se dovessi enunciare quali dei tanti aspetti abbiano reso ai miei occhi questo libro particolare e diverso, forse azzarderei a dire anche unico, senz’altro metterei al primo posto la satira e la veridicità. La teologia del cinghiale è un giallo anomalo nel suo genere, perché possiede le sfumature di una narrativa contemporanea che affida voce ai vizi e alle virtù dei giorni nostri, servendosi dell’arma tagliente dell’ironia. Tento di spiegarmi meglio. In questa Opera ci sono: l’assassino, il colpevole, il commissario, le indagini, i sospetti, le accuse. Fin qui tutto normale, direte voi. Invece in mezzo a tutta questa “normalità” si apre una voragine di genialità e di spregiudicata follia, le due cose fuse insieme creano un distillato dai sapori incomparabili. Sapori e umori che non temono confronti, neppure con un lettore un po’ più distratto che difficilmente riuscirebbe a tenere bene a mente tutto il nettare prezioso custodito in questo straordinario romanzo. La teologia del cinghiale mette in luce la Sardegna e l’Italia delle contraddizioni, recita a voce alta una preghiera lasciata decantare in una bottiglia di buon Cannonau. Ebbene, non si poteva scegliere vino migliore per descrivere i toni robusti e allegorici di Gesuino Némus, e ancora, non si poteva usare un’immagine allegorica più rappresentativa di quella di un animale selvatico come il cinghiale per descrivere lo spirito istintivo e creativo dell’autore che, va a caccia di concetti e parole di un certo spessore, rifuggendo da ferite aperte e da un mondo difficile da comprendere. I personaggi rivelano molto di se stessi attraverso un linguaggio attribuito sapientemente e condito di una quotidianità che a tratti spiazza e a tratti tiene incollati fino all’ultima pagina. La lingua sarda utilizzata nel manoscritto, con annesse traduzioni, avvicina il lettore all’ambientazione atipica e curiosa dell’entroterra sardo, donando un tocco di profondità estrema, di volontà ad andare oltre i semplici vocaboli e servirsi di altri più profondi e complessi, che sanno di antichità perduta e ritrovata attraverso una piacevole nota poetica. Sulle pagine di un libro può succedere di tutto, lo sappiamo, anche che i bambini più taciturni si tramutino in un insieme di tonalità di colore, in cui l’aspetto emotivo è determinante e risolutivo. Pianto, gioia, dolore, vita, morte, verità, bugie, sgomento, filu e’ ferru, silenzi che diventano rumori che scuotono l’anima di una terra come la Sardegna carica di mistero e di segreti inconfessabili: questo libro si rivela un insieme di sensazioni che asciugano e prosciugano, e che ti lasciano qualcosa dentro di estremamente difficile la dimenticare.

La teologia del cinghiale è anima e anche corpo, un amalgama di Nature promiscue, di realtà eterogenee, raccolte e conservate in una brocca d’acqua fresca, come fiori spontanei cresciuti sulle alture delle montagne. I bambini come Trudinu e Gesuino sono una sorta di metafora dei nostri tempi. Tempi in cui si ha la necessità di rispolverare la tradizione di valori perduti e riabbracciarli stretti, per non lasciarli più andar via. In questo romanzo l’essere umano si apre al mondo, senza avere paura delle conseguenze e nella sua ingenuità scopre le sue fragilità, come Don Cossu, un prete protettivo e ironico, che sa tenere i segreti a suo modo, ma che non è in grado di reggere l’alcool della sbornia del giorno prima. A Telévras piccolo paese dell’entroterra sardo succede la qualuque. Ma non sono solo i fatti, i retroscena di un delitto a lasciare un segno. A suscitare sgomento sono le persone e la loro vulnerabilità di fronte a un giudizio divino temuto fino a un certo punto. Tante piccole e grandi anime perse si ritrovano a soffrire di cose non dette e di vita non vissuta pienamente. Il ritmo incalzante della storia non dà tempo di riflettere, si continua a leggere per capire attraverso gli indizi, come si risolveranno i fatti. Ma vi dirò la verità, a un certo punto della storia si rimane talmente sorpresi da non volerci arrivare all’ultima riga. Questo libro più di altri ha una sua voce personale e distintiva, uno stile così spontaneo che mi ha lasciato senza parole. Se potessi, ma purtroppo non posso, perché il mare mi separa dalla mia amata Terra, mi piacerebbe stringere la mano a questo Signor Scrittore. Potrei dire: bravo, complimenti, ma sarebbe riduttivo. Preferisco dire a Gesuino Némus che un giorno diventerà qualcuno di importante anche se il cognome non gli rende giustizia, e invece grazie a Matteo Locci per avermi regalato una lettura appagante e avvolgente come una coperta.

http://marinaatzori.altervista.org/

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